L’umiltà, che impresa!
Il valore positivo di questa virtù nei nuovi paradigmi economici
di Andrea Piccaluga
francescano secolare, docente di Economia e gestione delle imprese alla Scuola Sant’Anna di Pisa
È noto come l’umiltà sia uno dei tratti più caratteristici della spiritualità francescana.
Indubbiamente insieme al tema della fraternità. Diciamo che ogni francescano – laico o consacrato, ma anche un semplice simpatizzante, un fan di Francesco – non può non avere l’umiltà come punto di riferimento. Come atteggiamento da vivere concretamente ogni giorno, o almeno come forte desiderio da portare nel cuore. I francescani, come “minori”, dovrebbero ricercare ruoli di servizio, privilegiando gli ultimi posti, con un atteggiamento non di prevaricazione, improntato all’ascolto, al farsi piccoli. Tutto bello, anche se non certo facile da mettere in pratica, né per i frati, né per i cosiddetti secolari, come il sottoscritto.
Fare e non fare
Che rapporto ci può essere tra intraprendenza e umiltà? Si può essere intraprendenti e umili allo stesso tempo? Si può essere intraprendenti e minori? Se penso a Francesco d’Assisi mi viene in mente una persona che riusciva ad essere sia umile che intraprendente. Era senza dubbio intraprendente. Forse anche grazie alla sua esperienza nella bottega del babbo non gli mancava la propensione a passare dall’idea all’azione. E forse non gli mancavano quelle che oggi chiameremmo capacità organizzative. Come non gli mancava quella sana inquietudine che caratterizza tutte quelle persone che non si accontentano della routine quotidiana e che desiderano intensamente provare a cambiare il mondo. Francesco era anche umile. Per esempio non si gloriava delle cose fatte, sottovalutandole o semmai attribuendone il merito al Signore o ai fratelli. Era anche umile nel mettersi in discussione, nel chiedere ad altri – Chiara, il vescovo, ecc. – cosa ne pensavano delle sue idee. Probabilmente Francesco era anche impulsivo e ogni tanto si arrabbiava. Umile ma non perfetto, dopotutto!
La sua intraprendenza era sia attiva che passiva. O meglio, secondo i nostri metri di giudizio, in alcune cose era intraprendente nel senso che “faceva cose”, come riparare chiese, avviare processi, suscitare reazioni nelle persone, ecc., mentre in altri frangenti la sua intraprendenza si traduceva nel “non fare cose”, cioè nel decidere di non farle, come non avere conventi in muratura, rinunciare a fare il ministro generale, ritirarsi dai compagni, ecc. E vengono pertanto in mente degli “intraprendenti umili” dei nostri giorni, come Madre Teresa, che con atteggiamento di umiltà e minorità “faceva cose”, che in modo silenzioso, vulnerabile, quasi nascosto agli occhi dei più, determinava effetti dirompenti e grande generatività.
Si può quindi essere intraprendenti e umili nella vita? Secondo me la risposta è sì, anche se non è facile. Vediamo infatti persone intraprendenti che si fanno un po’ prendere la mano. Che magari si trovano a concludere che il fine giustifica i mezzi, che magari sono un po’ schiacciasassi, che riconoscono la validità del famoso proverbio africano (“se vuoi andare lontano vai in gruppo, se vuoi andare veloce vai da solo”) ma che fanno fatica ad applicarlo alla vita di tutti i giorni. Dall’altra parte abbiamo persone umili che indulgono in un eccesso di passività, quasi di fatalismo, e magari si affidano all’intraprendenza altrui, alternando atteggiamenti di fiducia e di sfiducia accusatoria.
Allo stesso tempo vediamo intorno a noi degli intraprendenti umili. E solitamente ci piace la loro capacità di coinvolgere, ascoltare, avviare processi senza prevaricare, con uno stile che oggi definiremmo sinodale. Che poi, per i francescani, è lo stile della fraternità, caratterizzato dalla condivisione, dalla correzione fraterna, dal fare capitolo.
Nuovi stili crescono
Ma in economia – ed in particolare nelle imprese ed altre organizzazioni “economiche”, come università ed enti pubblici – si pratica veramente l’umiltà? E con quali conseguenze?
Diciamo innanzitutto che nelle imprese sono molto stimate le persone decise, che sanno prendere decisioni, che sanno coinvolgere, ma anche che lo stile di leadership è cambiato. Per molti motivi gli imprenditori e i manager padri-padroni, poco propensi all’ascolto, molto direttivi, anche burberi e duri nella comunicazione, non vanno più di moda. Semplicemente hanno fatto il loro tempo. Sopravvivono in nicchie del nostro sistema economico, rendendo difficile la vita di lavoratori che spesso non hanno alternative di riposizionamento occupazionale. Ma i giovani d’oggi, specialmente quelli con titoli di studio e competenze richieste sul mercato del lavoro, ci mettono un attimo a lasciare un posto di lavoro se l’atteggiamento del capo è da loro percepito come eccessivamente direttivo.
La condivisione, la responsabililità, il coinvolgimento, l’ascolto sono invece qualità che caratterizzano gli intraprendenti nelle imprese, oggi. E mi sembra di poter anche dire che siano caratteristiche che non sono incompatibili con un atteggiamento di umiltà. Si può infatti essere umili e allo stesso tempo attivi, dinamici. Si può essere umili e provare a fare valere le proprie ragioni, con trasparenza, decisione, garbo. La differenza principale tra un atteggiamento umile e uno non umile sta forse nell’atteggiamento di ascolto dell’opinione altrui, nella disponibilità a mettersi in discussione, a cambiare i propri programmi.
Oltre agli stili di leadership, vale inoltre la pena soffermarsi su un altro processo di cambiamento che sta interessando l’economia delle imprese. Si tratta del fatto che negli ultimi 30/40 anni le imprese sono state tendenzialmente orientate alla massimizzazione dei profitti, avendo come riferimento quasi esclusivamente gli azionisti (ed abbiamo davanti agli occhi molte delle conseguenze negative di tale atteggiamento). Oggi è invece molto più sentita l’esigenza di prestare attenzione a tutti i portatori di interesse delle imprese (e non solo gli azionisti), come i lavoratori, le loro famiglie, i clienti, i fornitori, chi abita vicino ad eventuali fabbriche, ecc. Le imprese di questo secondo tipo sono definite purpose-driven e sono magari anche ispirate al paradigma dell’economia civile; sono imprese generative, con un forte orientamento sociale. Ovviamente queste imprese ci piacciono. Non crediamo ai processi di trickle-down dell’economia di mercato estremizzata, che dovrebbero generare – a cascata - benefici per tutti se gli imprenditori e i manager puntano alla crescita e alla massimizzione del profitto. Come non preferire, invece, un paradigma economico più collaborativo, più orientato alla soluzione dei problemi, più connesso a processi di crescita economica inclusiva, equa e sostenibile?
Autentico piace
Ed ecco allora che torna in ballo l’umiltà, e il rapporto con l’intraprendenza. E mi vengono in mente numerosi imprenditori, manager e lavoratori che stanno effettivamente interpretando questo paradigma, in molti casi avendolo concettualizzato autonomamente, senza averlo concretamente studiato da qualche parte. Piuttosto, ci sono “cresciuti dentro”, magari sentendo parlare di Adriano Olivetti, attingendo alla cultura contadina, contaminati dalla spiritualità francescana o benedettina, o magari da esperienze fatte nella loro vita (volontariato, incontri forti, ecc.). E se penso a persone come Enrico Loccioni, Anna Fiscale, Marco Bartoletti, Massimo Mercati, ecc., vedo persone decise, appassionate, ma anche umili. Infaticabili nel fare, nel rilanciare l’azione, ma anche aperte all’ascolto e convinte che il coinvolgimento delle persone, il farle innamorare di un modo di fare, sia preferibile all’imporre loro la propria visione. E che soprattutto sia preferibile costruirla e correggerla insieme, continuamente, una visione d’impresa condivisa.
Dino mi chiedeva anche di soffermarmi sulla finta umiltà, nelle imprese. Ed allora propongo un parallelismo con la vita di Francesco d’Assisi. Quando i frati gli chiedevano “perché a te, perché a te?”. Perché andavano tutti dietro a lui, che non era bello, e che magari diceva anche cose scomode? Perché le persone capivano che era autentico, perché c’era coerenza piena, in lui, tra il predicato e il vissuto. Allo stesso modo, nelle imprese, si individua abbastanza facilmente chi interpreta in modo virtuoso il binomio intraprendenza/umiltà. Chi lo interpreta con autenticità suscita l’interesse dei giovani in cerca di occupazione, dei fornitori, dei clienti e le sue azioni si riveleranno generative. Chi invece adotta un’umiltà di facciata, appiccicaticcia, si trova a raccogliere ben altri frutti e a godere di ben altra stima da parte di chi gli sta intorno. In definitiva, un certo cambio di paradigma sta effettivamente avvenendo nelle imprese, caratterizzato da un crescente orientamento sociale spesso promosso dalla stessa proprietà. Un cambio che quasi sempre trova anche il gradimento dei manager e degli altri lavoratori, e soprattutto suscita l’interesse dei giovani, sempre meno disposti ad accettare lavori poveri di senso ed eccessivamente invasivi della loro vita privata.