E scopriamo di essere reciproci
di Dino Dozzi
Avrei voglia di denunciare la scandalosa prepotenza dei prepotenti e la inaccettabile violenza dei violenti: irridono la giustizia, causano enorme sofferenza, indeboliscono la speranza. Fortunatamente c’è qualcuno che lo fa con coraggio ammirevole, sia a Roma che a Gerusalemme. Io qui parlerò di speranza, prendendo spunto dall’ultima pubblicazione di Timothy Radcliffe (La sorpresa della speranza, LEV 2026): sono andato anche ad ascoltarlo il 10 febbraio a Faenza. Che sia uno “sperare contro ogni speranza”? L’anziano cardinale domenicano ci crede ancora alla speranza e gira il mondo per sostenerla.
Attorno a noi – ammette – sta crescendo non tanto l’ateismo, quanto un’indifferenza generalizzata e una sfiducia crescente. Viviamo in un mondo post-occidentale: eravamo “gli esattori delle tasse del mondo”, ma qualcuno ha già scompigliato le carte, le regole e i confini. Per quanto riguarda la Chiesa, prendiamo il Sinodo: è servito a qualcosa? Lui dice di sì. È servito – lo ripete convinto – a farci fare esperienza dell’importanza di ascoltare davvero i punti di vista degli altri, è servito a farci scoprire lareciprocità. Una domanda che ha attraversato entrambe le Assemblee del Sinodo è stata quella relativa al modo in cui, come donne e uomini, ordinati e laici, siamo al tempo stesso uguali e diversi. Il cardinale Radcliffe si è reso conto che il Sinodo si stava muovendo dal linguaggio della “complementarità”, che implica ruoli fissi, verso un linguaggio dinamico e in evoluzione, quello della “reciprocità”.
All’inizio del Sinodo pensava che l’ostacolo più grande da superare fosse la polarizzazione della Chiesa fra tradizionalisti e progressisti. Poi si è reso conto che era invece la non accettazione della reciprocità tra uomini e donne, tra chierici e laici, tra culture diverse. Reciprocità significa che scopriamo chi siamo attraverso e con gli altri. I figli scoprono chi sono nel rapporto con i genitori; i genitori scoprono chi sono nel rapporto con i figli. Chiara Giaccardi è stata illuminante: «La parola chiave è reciprocità, ovvero reciproca implicazione e capacità di trasformarsi a vicenda, anziché contrapporsi, competere, rivendicare. Mai senza l’altro, direbbe Michel de Certeau». Non è vero che “tu fai te stesso”, ma piuttosto che “noi ci facciamo insieme”: la reciprocità è il dono gratuito di noi stessi l’uno all’altro attraverso il quale entrambi scopriamo chi siamo.
Il cardinale Radcliffe ha ricordato quanto disse il cardinale Ratzinger nel 1993 a Hong Kong: «Nessuno afferra il tutto, le miriadi di intuizioni e di forme delle diverse culture sono una specie di mosaico che rivela la loro complementarità e la loro interconnessione… l’uomo si avvicina all’unità e alla totalità del suo essere solo nella reciprocità di tutte le grandi realizzazioni culturali». Abbiamo bisogno di una profonda conversione: dobbiamo riscoprire che la vitalità umana e spirituale si fonda sulla reciprocità. In una cultura occidentale profondamente individualista, come cristiani pensiamo che ciascuno di noi può essere pienamente sé stesso solo con e per gli altri. Essere umani significa essere relazionali.
Occorre cercare la verità ascoltando la verità in ciò che dicono gli altri, secondo un’ermeneutica della carità, piuttosto che ricercando ciò in cui sbagliano, secondo un’ermeneutica del sospetto. Nel Sinodo, ai tavoli erano seduti gruppi di dieci o undici persone, cardinali, laici, uomini e donne: ciascuno poteva parlare per lo stesso tempo degli altri; dopo ogni intervento, silenzio. La nostra è una religione di volti; il clericalismo consiste nel nascondere il volto dietro il ruolo e sottrae alla reciprocità. E Timothy Radcliffe cita sorridendo un altro cardinale, Henri-Marie de Lubac, il quale onestamente ammetteva che «abbiamo tutti la tentazione di vedere noi stessi come la regola incarnata dell’ortodossia». E bisogna pure essere consapevoli anche del fatto che nelle nostre conversazioni è in gioco uno squilibrio di potere. Dice un proverbio africano che «finché il leone non imparerà a parlare e a scrivere, il racconto della caccia glorificherà sempre il cacciatore».
Noi prendiamo vita nella reciprocità e abbiamo bisogno di un linguaggio che sia continuamente rinnovato dalla reciprocità, perché le relazioni interpersonali si evolvono e sono aperte alle sorprese: è un’interazione fluida. Un pensiero fertile ha bisogno di almeno due percezioni in fruttuosa tensione tra loro: le monoculture sono ecologicamente morte. Una conversazione reciproca è quella in cui le parole si illuminano a vicenda. Dobbiamo proclamare la verità del vangelo e l’insegnamento della Chiesa, ma dobbiamo anche restare accanto alla complessità esistenziale delle persone. Deve essere possibile trovare e adorare Dio nella complessità dell’esperienza umana.
Il Signore – esclama con forza Timothy Radcliffe – ci chiama fuori dagli sgabuzzini in cui ci siamo rifugiati e in cui abbiamo confinato gli altri; ci chiama ad uscire dal nostro linguaggio dogmatico e clericale per tentarne uno nuovo, con audacia e umiltà. Una delle ultime frasi del cardinale Martini è stata: «Il cristianesimo è soltanto all’inizio». Dio si è definito “Io sarò colui che sarò” e il Risorto dà appuntamento agli apostoli nella Galilea dei pagani, invitandoli a mettersi in cammino: i cristiani debbono sempre guardare avanti… Dobbiamo accogliere le domande scomode, specialmente quelle a cui non abbiamo risposte immediate. La sfida è quella di essere più creativi, per immaginare nuovi modi di stare insieme, nuove figurazioni della casa in cui possiamo abitare insieme nel rispetto reciproco. La reciprocità, nonostante tutto, può ridarci speranza.
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