Editoriale

Tutti per Uno, Uno per tutti 

di Dino Dozzi
Direttore di MC

 «Ormai solo un dio ci può salvare», parola di Martin Heidegger. Ma quale dio, visto l’affollato pantheon di divinità adorate dagli uomini? Risposta: l’unico Dio. Perché, se esiste, ce n’è uno solo con le caratteristiche proprie di un Dio vero, tra le quali, necessariamente, appunto, l’unicità.
Cattolici e musulmani, per esempio, ne sono ben convinti se papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb aprono il solenne documento firmato ad Abu Dhabi nel 2019 con queste parole: «In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro...». «In nome di Dio», al singolare.
Come mai allora, da sempre, gli uomini adorano dèi diversi e ci sono religioni diverse in concorrenza tra loro? Il documento di Abu Dhabi lo spiega così: «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi». Provvidenziale e divinamente sapiente viene dunque riconosciuto il pluralismo religioso, per insegnarci a rispettare «la libertà di essere diversi».
In nome del proprio Dio e della propria religione quanta violenza e quante guerre ha visto la storia passata e anche recente! Ecco allora la richiesta chiara e forte del documento firmato a nome dei cattolici e dei musulmani di Oriente e di Occidente: «Noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio». Di nuovo due singolari che fanno pensare: «per la nostra fede comune in Dio». «In Dio», nell’unico Dio. Ma che cosa significa «la nostra fede comune»?
È certamente utile la distinzione classica tra la fides quae creditur e la fides qua creditur. La prima riguarda i contenuti della fede, diversi per cattolici e musulmani (la Trinità, per esempio, è inconcepibile per i musulmani, anche se il volto misericordioso di Dio è condiviso); la seconda, la fides qua creditur, è il sentimento e l’atteggiamento fiducioso e obbediente del credente, e questo l’abbiamo in comune con tutte le persone di fede. Anche in ambito religioso, come in tanti altri, si può sottolineare ciò che ci diversifica o ciò che abbiamo in comune. Papa Francesco, in continuità con Giovanni XXIII e il concilio Vaticano II, preferisce sottolineare il tanto che abbiamo in comune, sia come credenti che anche come persone umane.
Ed eccoci al servizio che le religioni - tutte le religioni – hanno intrinsecamente: ricordare che Dio esiste e creare fraternità, dire e far sentire a tutti gli abitanti del mondo, donne e uomini, che siamo davvero fratelli tutti. Sette miliardi come siamo, diamo l’idea di vagare come orfani in cerca di un padre, magari chiusi in tanti silos con l’illusione dell’autonomia nazionalistica. Ci voleva giusto un piccolo virus che non rispetta muri e confini, lingue e continenti, per ricordarci che siamo tutti nella stessa piccola barca, che nessuno si salva da solo, che solo salvando l’altro salviamo anche noi stessi, che o impariamo tutti a prenderci cura gli uni degli altri o andiamo tutti a fondo. «Non ti importa di noi?» dissero gli apostoli a Gesù su quella barca in tempesta sul lago di Tiberiade. È la stessa domanda che papa Francesco il 27 marzo 2020 in quella Piazza San Pietro deserta a nome dell’umanità intera ha rivolto verso l’alto, verso il Dio di tutti.
«Perché dubitate, gente di poca fede?», questa la risposta di Dio in tante lingue diverse, in tanti libri sacri diversi, in tante religioni diverse. Compito delle religioni è ricordare che tutti i sentieri rivelativi partono dall’unico Dio e portano all’unico Dio, creatore e padre di tutti gli uomini. E che dunque noi tutti siamo fratelli e sorelle. Compito delle religioni è rimandare all’unico Dio e costruire un «noi» che includa tutta la famiglia umana. Non un «noi» contrapposto a un «voi» di qualsiasi tipo, ma globale. Anziché la globalizzazione delle divisioni o dell’indifferenza vicendevole le religioni debbono contribuire a creare la globalizzazione della fraternità, partendo dal fondamento di essa che è la fede in Dio creatore e padre di tutti: «Possiamo trovare un buon accordo tra culture e religioni differenti; le cose che abbiamo in comune sono così tante e importanti che è possibile individuare una via di convivenza serena, ordinata e pacifica, nell’accoglienza delle differenze e nella gioia di essere fratelli perché figli di un unico Dio» (FT 279).
Nel suo discorso all’areopago di Atene (Atti 17) Paolo crea coraggiosamente un ponte tra i tanti dèi più o meno conosciuti, venerati o ignoti, e l’unico Dio. Papa Francesco con il documento di Abu Dhabi e con l’enciclica Fratelli tutti ripropone il ponte tra l’umanità e Dio nell’areopago del Duemila: «Vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità, per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione» (FT 276). « L’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia. E gli atei? Dio li ama dello stesso amore» (FT 281). Perché alcuni figli possono non sapere o dimenticare di avere un padre, ma lui, Dio, non si dimentica di nessuno dei suoi figli.
L’enciclica Fratelli tutti ci fa vedere il mondo dall’alto, come lo vede Dio, l’unico Dio di tutti. Un mondo di tutti, un mondo di fratelli. Da costruire insieme. Credenti di tutte le religioni, credenti e non credenti (forse meglio «diversamente credenti», perché in qualcosa o qualcuno crediamo tutti).
Se riusciamo ad unire le nostre piccole fedi e a prenderci tutti per mano... andremo lontano. E Dio non aspetta altro che di incontrarci e salvarci.