Editoriale

Father and sons

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

 «Il mondo è di tutti». Basterebbe questa affermazione a rendere grande la lettera enciclica di papa Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale. Ma le prime due parole che danno il titolo all’enciclica, “Fratelli tutti”, dicono ancor di più, rivelando il fondamento e il motivo di quel possesso comune: il mondo è di tutti perché noi tutti siamo fratelli. Proprio tutti: europei e africani, ricchi e poveri, sani e malati. Tutti fratelli perché tutti figli dell’unico Dio, Creatore e Padre. Se alcuni - o tanti - ancora non lo sanno, trovano qui la “bella notizia”. Bella per alcuni, i poveri, gli emarginati; forse non tanto per i ricchi epuloni che dormivano tranquilli e che si sentono dire: rifiutare di aiutare i poveri è rubare ciò che è loro dovuto, e dare loro parte dei nostri beni è semplicemente restituire, perché la proprietà privata è un diritto secondario rispetto alla destinazione universale dei beni. Altro che “nostalgica descrizione di un mondo passato”!
Forse non sono solo i ricchi di beni materiali a storcere il naso di fronte a questa enciclica, ma anche i ricchi di certezze religiose indiscutibili e discriminatorie, ai quali papa Francesco rivela candidamente di essere stato stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb con il quale il 3 febbraio 2019, a Il Cairo, ha firmato quel documento sulla fratellanza umana che tanto ha fatto discutere e che viene ricordato più di una volta nel corso dell’enciclica. Accanto alle citazioni di san Francesco d’Assisi, di san Giovanni Crisostomo e di san Gregorio Magno e l’ampio commento alla pagina evangelica del buon samaritano, è bello e significativo che il Papa ricordi come fonte del suo insegnamento “ex cathedra” anche il suo amico e fratello musulmano.
A tutti il Papa ricorda che c’è un diritto umano fondamentale che non va dimenticato nel cammino della fraternità e della pace: è la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni. Tale libertà manifesta che possiamo trovare un buon accordo tra culture e religioni differenti; le cose che abbiamo in comune sono così tante e importanti che è possibile individuare una via di convivenza serena, ordinata e pacifica nell’accoglienza delle differenze e nella gioia di essere fratelli perché figli di un unico Dio. Per quanto riguarda i cristiani, poi, papa Francesco sottolinea che è urgente continuare a dare testimonianza di un cammino di incontro tra le diverse confessioni cristiane, e riconosce con dolore che al processo di globalizzazione manca ancora il contributo profetico e spirituale dell’unità tra tutti i cristiani.
La pandemia del Covid-19 ha mostrato con evidenza l’incapacità di agire insieme, il fatto che nessuno può affrontare la vita in modo isolato e che i sogni si costruiscono insieme. Il Covid-19 ci ha ricordato che nessuno si salva da solo. C’è il rischio che il “si salvi chi può” si traduca rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarebbe peggio di una pandemia. Ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità. La società, sempre più globalizzata, ci rende vicini, ma non fratelli; le persone sono ridotte a consumatori o spettatori. Abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa Comune. Tante persone vengono emarginate perché non servono ancora, come i nascituri, o non servono più, come gli anziani. Di fatto i diritti umani non sono uguali per tutti. Sta tornando di moda la cultura dei muri. La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità.
Malgrado tante dense ombre, la “Fratelli tutti” dà voce a tanti percorsi di speranza. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali! È possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. LiImpero del denaro e la dittatura dell’economia ragionano solo in termini di vantaggi e svantaggi, non di bene di tutti. Il Papa è rimasto quasi il solo a parlare di bene comune - pur dovendo anche lui fare i conti con qualche controtestimoianza vicino a casa - e a difendere i diritti del 90 per cento dell’umanità, gridando che siamo ancora lontani dai diritti umani più essenziali. Non ci sono solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali e i diritti dei popoli.
Una persona e un popolo sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri. L’arrivo di persone diverse è opportunità di arricchimento. O ci salviamo tutti o nessuno si salva. Occorre impegnarsi per realizzare nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza, e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze. Esiste la gratuità. Abbiamo ricevuto la vita gratis. Si deve pensare non solo come Paese, ma anche come famiglia umana. È necessario far crescere non solo una spiritualità della fraternità, ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente. Il neoliberismo ricorre alla magica teoria del “traboccamento” o del gocciolamento”: ma non trabocca nulla. Dobbiamo rimettere la dignità umana al centro.
Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civile tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità, per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione. L’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia. E gli atei? Dio li ama dello stesso amore.
È un mondo visto dall’alto, un mondo di fratelli, un mondo di tutti. Immaginarselo così aiuta ad innamorarsene, e a costruirlo insieme davvero.