Editoriale

Come una mongolfiera

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

 Era una domanda retorica, di quelle fatte tanto per: «E che cos’è la verità?», e intanto Pilato, senza aspettare la risposta, si alzò e uscì dal pretorio. Da quel giorno, ma anche prima, la risposta a quella domandina viene affidata a filosofi e teologi e scienziati e storici e romanzieri e poeti. Le risposte saranno tante e si arriverà a dire che “quot capita tot sententiae” - quante le teste altrettanti i pareri, a volte anche qualcuno in più… - constatando che l’occhio dell’osservatore modifica il fenomeno. Importante è l’occhio che guarda, perché dietro lo sguardo ci sono la mente con le sue aperture e chiusure e c’è il cuore con i suoi sentimenti di odio e di amore; è quello che chiamiamo pregiudizio o precomprensione.
Meglio la difesa armata o quella non violenta? Meglio l’antico “si vis pacem para bellum” - se vuoi la pace prepara la guerra - o il rifiuto di armarsi a prescindere? Meglio la resa all’invasore per salvare vite o l’eroica difesa fino all’ultimo uomo? Per risolvere le contese, meglio la guerra o il dialogo? Certo, meglio il dialogo, ma bisogna essere in due. Le risposte comunque possono variare secondo la distanza dalla guerra: altro è se la guerra è in Congo o in Vietnam, altro se è in Ucraina o nel tuo paese. Ci sono guerre di conquista e guerre di liberazione: è giusto ritenere ingiuste le prime e giuste le seconde o è meglio ritenere ingiusta la guerra in quanto tale? Altro poi è porsi il problema teoricamente, altro è trovarsi di fronte a chi spara ai tuoi figli… Non vorremo porre sullo stesso piano aggressore e aggredito… Tu da che parte stai? Appare sempre più evidente che «la storia è di chi la racconta» e che la prima vittima di ogni guerra è proprio la verità. Pur difficili da individuare con precisione, la verità e la giustizia ci sembrano però irrinunciabili.
Il rapporto più asimmetrico e difficile è quello tra il giusto e il malvagio. A questo proposito la Bibbia ha da dirci qualcosa di molto importante e del tutto nuovo. Accanto al processo davanti a un giudice (mishpat) la Bibbia ci presenta un altro modo di procedere di fronte a un crimine: è il rib, dove non c’è la figura del giudice, ma solo il confronto tra l’offeso e l’offensore. Lo scopo è lo stesso: ristabilire la giustizia, ma non con la “morte” almeno simbolica del reo, bensì con la salvezza del colpevole. Questa è la procedura divina per eccellenza. Si tratta di una delle conquiste spirituali più significative di ogni epoca e di ogni cultura. Tre esempi di rib sono: la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli (Gen 37), il rapporto Dio-Israele (Is 1,2-20), Gesù e il suo modo di comportarsi con i peccatori (Lc 15).
Nel processo l’accusa deve convincere il giudice (poco importa quello che pensa l’imputato); nel rib invece l’accusa tende a convincere il colpevole. Mentre nel processo l’accusatore vuole che il reo venga condannato e punito, nel rib l’accusatore tende a convincere il colpevole ad ammettere il suo sbaglio per salvarlo. L’intenzionalità ultima del promotore del rib è di perdonare. Non è obbligato a perdonare da nessuna legge; la sua offerta di perdono nasce dall’amore gratuito per l’altro. Il processo giudiziario si conclude producendo punizione, dolore e “morte” per il colpevole; il rib si conclude con la “giustificazione” che porta salvezza e vita (cfr. Lc 15,24.32).
La Scrittura presenta Dio come operatore di giustizia, non tanto per la sua imparzialità nel processo giudiziario, ma soprattutto per il suo rib con i peccatori. Lo scopo che Dio persegue è che i peccatori si convertano e vivano. Il rib si conclude con la riammissione del colpevole nella comunione dei fratelli. Genesi incomincia con la storia di Caino e termina con la storia di Giuseppe con banchetto e abbraccio. La parabola del figlio perduto di Lc 15 si conclude con il banchetto festoso. La riconciliazione dell’umanità con Dio ha come simbolo Gesù a cena con pubblicani e peccatori.
Noi siamo abituati a passare dalla lite privata al processo pubblico, e lo riteniamo un progresso civile; la Bibbia propone come procedura più perfetta il rib che desidera e realizza la riabilitazione del colpevole e la sua riammissione nella società, chiarendo la responsabilità del colpevole e mettendo però in guardia dal “perdono facile”: il rib è un cammino difficile, impegnativo e graduale per la vittima e per il colpevole. La Bibbia presenta all’inizio la “legge del taglione” che ha una sua saggezza e utilità, facendo subire al colpevole quello che ha fatto subire ad altri (ogni riferimento a “sanzioni” è lecito); ma presenta alla fine anche la “regola d’oro” che consiste nel fare agli altri ciò che noi desideriamo che gli altri facciano a noi. Il rib è la vetta della rivelazione biblica. Postilla: cronologicamente noi siamo nel Nuovo Testamento, ma esistenzialmente forse siamo ancora nell’Antico e ascoltiamo ancora da lontano e dal basso il discorso della montagna. Ci consola il pensiero della pazienza pedagogica di Dio che sa prenderci paternamente per mano a qualsiasi tappa del nostro cammino, regalandoci comunque una storia di salvezza.
Dall’alto le cose si vedono meglio, con più verità; dall’alto si possono vedere anche sentieri nuovi e inesplorati, non visibili da terra, sentieri che aiutano a superare la logica della nostra piccola giustizia e della nostra piccola verità, per scoprire la maggiore verità della cura, della vita, della speranza, del perdono, della fratellanza universale. Come salire tanto in alto? Almeno due possibilità: la fede, che è vedere le cose come le vede Dio; e la poesia che - diceva Goethe - è come una mongolfiera, una forza antigravitazionale sul groviglio della vita.