Mannaggia al diavoletto che c’ha fatto litigà

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

 Il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi, Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar hanno firmato un Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, documento di straordinaria importanza, che non ha ricevuto il dovuto rilievo neppure sulla stampa cattolica, sebbene i due firmatari abbiano chiesto che esso «divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione». Qualcuno ha messo in dubbio la rappresentatività dei due firmatari, qualcun altro ha sottolineato che “c’è fratellanza e fratellanza…”; e infine qualcuno giudica “quasi eretica” l’affermazione secondo cui «le diversità di religione… sono una sapiente volontà divina…» in quanto toglierebbe motivazioni alla missionarietà. Andrebbe riletta la dichiarazione del concilio Vaticano II Dignitatis humanae sulla libertà religiosa.
Il documento fa paura. In un momento di chiusura di porti e di cuori, di difesa dei propri confini, di costruzione di muri materiali o ideologici o pseudoreligiosi, fa paura vedere spalancare porte e finestre sulla fratellanza umana e leggere per esempio che «la fede porta il credente - notare quei singolari “pericolosi” - a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». È evidente che qui si intende la fede come atteggiamento e affidamento (tecnicamente la fides qua creditur) e non i contenuti specifici della fede (la fides quae creditur) diversi per cristiani e musulmani. Ma si ha paura di allargare il gruppo dei credenti e dei fratelli, si ha paura di contaminarsi. Andrebbero riletti i vangeli che presentano Gesù a tavola con pubblicani e peccatori, con grande scandalo dei professionisti del sacro.
Il Papa e il Grande Imam «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Questi due grandi saggi e «credenti in Dio» passano poi a riflettere sulla realtà contemporanea, apprezzandone i successi scientifici e tecnici, ma denunciandone anche «una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi… i segnali di una terza guerra mondiale a pezzi», con troppe vittime e indicibili sofferenze, su cui «regna un silenzio internazionale inaccettabile». Vengono richiamati con forza i valori umani fondamentali della famiglia e della vita, comuni a tutti gli uomini e al cuore di ogni credente.
Viene dichiarato solennemente che «il dialogo tra i credenti significa incontrarsi nell’enorme spazio dei valori spirituali, umani e sociali comuni, e investire ciò nella diffusione delle più alte virtù morali, sollecitate dalle religioni; significa anche evitare le inutili discussioni». Quest’ultima frase sembra far riferimento a chi concepisce il dialogo solo come strumento di conversione dell’altro alle proprie idee o, peggio, solo come artificio letterario per sfuggire da un impegno personale di costruzione del bene comune. Non vengono evitati i temi caldi e gli aspetti problematici, come i luoghi di culto, la libertà religiosa, la piena cittadinanza, la tutela dei bambini e degli anziani, il diritto delle donne. Viene infine auspicato che «questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà».
Questo documento richiama alla mente la Lettera di san Francesco ai fedeli, inizialmente rivolta ai cristiani, ma poi subito allargata a tutti gli uomini del mondo intero. Perché tutti figli dello stesso Dio creatore, perché tutti oggetto del suo amore misericordioso, perché tutti bisognosi di pace e di salvezza, in questa casa comune dove siamo chiamati a vivere insieme da fratelli. Termine che avrà significati e contenuti un po’ diversi non solo per credenti e non credenti, non solo per cristiani e musulmani, ma per ogni persona, diversa da tutte le altre anche all’interno della stessa religione e della stessa famiglia. Ma per rispettarci e accoglierci a vicenda, vogliamo proprio aspettare di essere tutti - sette miliardi e mezzo - perfettamente d’accordo su che cosa significhi “fratellanza umana”? Era il 1219 quando Francesco, a Damietta, in Egitto, durante la quinta crociata, andò disarmato dal sultano al-Malik al-Kamil per parlargli da uomo a uomo, da fratello a fratello. Nell’ottavo centenario di quel memorabile incontro, un Papa è andato per la prima volta nelle terre sante musulmane, da fratello, e ha firmato con la persona più rappresentativa della religione islamica un documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Documento da studiare e soprattutto da tradurre in sentimenti, atteggiamenti e scelte concrete di vita, sine glossa, senza “inutili discussioni”.
La verifica andrà fatta sulle scelte concrete. Non solo dei musulmani. Mons. Zuppi ha ricevuto lettere minatorie e insulti per aver espresso la non contrarietà alla costruzione di una moschea a Bologna. Ma le scelte concrete derivano dalle convinzioni. Il documento di Abu Dhabi vuole aiutare tutti, cominciando da cristiani e musulmani, ad uscire da mentalità chiuse e autoreferenziali, per allargare l’orizzonte al mondo intero, casa comune di fratellanza umana.