Editoriale

La perfetta imperfezione dell’essere

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

 Pare sia nell’aria una rinnovata attenzione all’imperfezione. Da quell’Elogio dell’imperfezione – titolo che la grande scienziata e premio Nobel Rita Levi-Montalcini diede alla sua autobiografia – fino a Imperfezione. Una storia naturale del filosofo e divulgatore scientifico Telmo Pievani, esemplificata poi in suoi innumerevoli interventi a convegni, festival e trasmissioni televisive, si arriva al teologo Pierangelo Sequeri, che nella rubrica “Cercatori e trovatori” di Avvenire del 17 dicembre 2023 afferma apertamente che «L’incanto di un mondo perfetto finisce per avvilire il mondo che c’è». E lo dice dopo «una paraboletta banale. Il vostro bambino è a tavola con voi, vede la televisione intanto che mangia. La pubblicità commerciale mostra una madre in carriera, che stira e ammira: bella come una principessa, capelli, trucco, vestiti e forme perfette. Mostra anche un padre in affari, orologio e sartoria esclusivi, che sale sul jet e si commuove per un maccheroncino che la sua bambina gli ha infilato nel taschino del completo gessato. Il vostro bambino vi guarda ed eleva a Dio una muta preghiera: “Signore, perché a me questi due?”».
È vero che Gesù invita ad essere «perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli» (cfr. Mt 5,48); ma la nostra attenzione di lettori o ascoltatori si ferma spesso a “perfetti”, trascurando la parte più importante «come è perfetto il Padre che è nei cieli». Luca 6,36 aiuta a cogliere il senso reale di quella perfezione: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso». Di perfetti fortunatamente ce n’è uno solo, Dio (fossero in due nascerebbero problemi), e inoltre la perfezione di Dio è la sua misericordia, cioè il suo sguardo comprensivo alle nostre imperfezioni. I vangeli ci presentano un Gesù quasi sempre in “cattiva compagnia”: ladri, pubblici peccatori, prostitute. Anche i suoi discepoli non sono molto meglio: oltre alla poca fede che mostrano di avere, non brillano per acutezza di intelligenza e di fedeltà. Attorno a quel mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”, troviamo quasi sempre scarti della società civile e religiosa. Un campionario di imperfezione, da cui Gesù non rifugge, ma che anzi frequenta e privilegia.
D’altra parte, se Dio avesse voluto un mondo e un’umanità perfetti, avrebbe ben potuto farseli. L’uno e l’altra sono imperfetti: si vede che gli vanno bene così, come detto chiaramente in Sap 11,24: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata».
In quella sintesi straordinaria della storia della salvezza e dell’incarnazione che Giovanni presenta nel prologo del quarto vangelo, si parla di una incarnazione-rivelazione diffusa, che include tutta la creazione e che arriva al suo apice in Gv 1,14: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ma sapeva bene a che cosa andava incontro: già in 1,11 viene detto «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto». L’imperfezione della casa e il rifiuto che gli riserveranno i “suoi” non hanno impedito a Dio di mandare lì il suo Figlio e di farcelo restare «fino alla fine del mondo» (cfr Mt 28,20).
A questo punto può verificarsi una cosa bizzarra: mentre Dio dall’alto dei cieli e della perfezione è sceso sulla terra che era e resta imperfetta, noi andiamo a cercare Dio dove non è più, nell’alto dei cieli e nella perfezione, dimenticando che ora lui ha scelto di restare con noi e con la nostra imperfezione. Così facendo, rischiamo di non trovarlo. L’attenzione che da qualche tempo viene portata all’imperfezione del mondo e del presente può essere un segnale di provvidenziale inversione di tendenza. Come pure la crescente attenzione alla spiritualità laica, che segnala e valorizza aspetti e momenti di autentica umanizzazione nella letteratura, nell’arte, nella società. Utile indicazione di percorso è anche la rubrica del quotidiano dei vescovi italiani “La fede dove non te l’aspetti” (forse si potrebbe aggiungere: Dio dove non te l’aspetti). Cercare Dio nei cieli o solo nel futuro rischia davvero di seguire la moda di disinteressarci del presente imperfetto in una terra imperfetta sognando un futuro perfetto ma esistente solo nell’Isola dei famosi o al Mulino bianco.
San Francesco non è colpito dalla perfezione di Dio, ma dalla sua umiltà, visibile particolarmente nella nascita di Gesù: a Greccio inventerà il presepio “per poter vedere con gli occhi del corpo” quell’umiltà. E chiamerà i pastori e i contadini del luogo a “far nascere” nuovamente quel Bambino riconoscendolo anche nella messa celebrata sulla mangiatoia e nella gioia di incontrarsi in pace. Non c’è bisogno di fare crociate per riprendere i luoghi santi, anche Greccio può essere una nuova Betlemme. In primo piano non c’è la storia passata, ma il presente con la possibilità di farvi rinascere salvezza e pace nelle relazioni quotidiane.
Imperfezione è il nome vero della nostra persona e della nostra quotidianità, del nostro lavoro e dei nostri risultati. L’accettazione benevola – se non addirittura l’elogio – della nostra imperfezione è balsamo alle nostre ferite e provvidenziale equipaggiamento per accogliere con misericordia l’imperfezione degli altri. Ai suoi frati san Francesco ordinava di “accontentarsi” del necessario per mangiare e per vestirsi (cfr. FF 29); ma per tutti vale la constatazione che, se non ci si accontenta della propria imperfezione, si sarà sempre scontenti. Anche il grande san Paolo confida di avere scoperto la preziosità delle spine nella carne ed esclama: «Quando sono debole, è allora che sono forte!» (2Cor 12,10).
Uno dei libri più regalati nelle feste natalizie è La donna che rise di Dio di Roberto Mercadini che così scrive: «Può sembrare incredibile ma nella Bibbia, quando Dio sceglie una persona per affidarle una missione, si tratta quasi sempre della persona più sbagliata che si possa immaginare. Ordina a una coppia anziana e sterile di generare un popolo, chiama a sé un balbuziente perché diventi oratore e profeta, mette giustizia e verità nelle mani di ladroni e prostitute. Le figure più venerabili dell’Antico Testamento, come Abramo, Mosè, Davide e Salomone, sono in realtà segnate da una moltitudine di colpe, destinate a coprirsi di ridicolo. Dio stesso, il più delle volte, si rivela inaffidabile: dice una cosa e poi ne fa un’altra, prende decisioni di cui presto si pente, compie un’azione per poi tornare precipitosamente sui suoi passi…».
Si diceva sopra che fortunatamente di perfetti ce n’è uno solo…