Editoriale

Quo vadis, humanitas?

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

Secondo gli apocrifi Atti di Pietro, l’apostolo stava uscendo da Roma per sfuggire la persecuzione di Nerone. Incontra Gesù che va in direzione opposta e gli domanda: «Quo vadis, Domine?». Gesù gli risponde: «Entro a Roma per esservi nuovamente crocifisso». Pietro comprende e ritorna in città dove troverà il martirio. La famosa domanda ritornerà poi molte volte nella letteratura e nella filmografia. Recentemente è stata ripresa dalla Commissione teologica internazionale che il 4 marzo ha pubblicato il frutto di uno studio elaborato dal 2022 al 2025 con il titolo Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano. Si tratta di uno studio importante e prezioso che aiuta a fare discernimento critico su ciò che sta avvenendo, in modo sempre più veloce, in noi e attorno a noi. L’auto dell’umanità ha imboccato una discesa ripida e pericolosa: il transumanesimo si basa sulla convinzione che l’essere umano possa e debba impiegare le risorse della scienza e della tecnologia per superare i limiti fisici e biologici della condizione umana; il postumanesimo enfatizza l’ibrido fino a decostruire il soggetto umano, rendendo del tutto fluido il confine tra l’umano e la macchina. Quo vadis, humanitas? È urgente che qualcuno svegli l’autista, il manovratore.
Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima lettera enciclica e l’ha intitolata Magnifica humanitas riprendendo la domanda della Commissione teologica internazionale e chiarendo fin dall’inizio che «la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». L’occasione è data dal 135mo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII. Ai “benpensanti” che contestano alla Chiesa il diritto di interessarsi della vita sociale ed economica, il Papa ricorda che «l’annuncio del vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli». Le res novae del nostro tempo sono tante e molto importanti: «l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero».
Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune. Sempre più difficile è sapere chi è il manovratore da svegliare.
È magnifica l’umanità che ha saputo darci strumenti così potenti, ma drammatico è anche il rischio che essi vengano usati da pochissimi contro i molti, che servano all’autodeificazione di alcuni, che ci facciano dimenticare il rispetto per la “magnifica umanità” di ogni persona. Senza dimenticare che l’IA non è uno strumento neutro, ma con una programmazione da verificare attentamente. L’ostentazione e l’uso generalizzato della forza possono instaurare la legge della giungla dove non ci sono più limiti giuridici e valori universali da rispettare, dove il delirio di onnipotenza di qualcuno viene presentato come morale personale legittima e magari da imitare. Per uscire da Babele e dalla sua scalata al cielo, bisogna che tutto il popolo apra gli occhi e si domandi quo vadis humanitas?
Nel suo piccolo, anche Messaggero Cappuccino sente il dovere di porsi la domanda su dove sta andando l’umanità. È una domanda grande alla quale “san Francesco piccolino” proponeva una risposta ancor più grande, radicale: quella del disarmo, come pecore in mezzo ai lupi (FF 2). In tempi di guerra come i nostri, Francesco inaugurò la via del dialogo, presentandosi disarmato al Sultano d’Egitto. Ai frati che vanno «tra i saraceni ed altri infedeli» Francesco propone come prima modalità missionaria che «non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (FF 43). La cosa non vale solo in terra di missione, ma in ogni terra e con chiunque: «Quando vanno per il mondo, non litighino, ed evitino le dispute di parole, né giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti» (FF 85).
La pace disarmata di cui parla papa Leone è giudicata ingenua e viene spesso irrisa. Tutti corrono al riarmo, destinando ad esso enormi somme di denaro che potrebbero e dovrebbero essere impegnate per la salute, la formazione, il sostegno ai più bisognosi. Pace disarmata oggi sembra quasi un ossimoro, anche alla luce del tradizionale si vis pacem para bellum. Così come “potere disarmato”, perché il potere politico ed economico, il potere degli arsenali e quello delle parole, il potere tecnologico e persino il potere spirituale possono diventare armi contro l’altro. Ciascuno di noi ha un po’ di potere e ha la responsabilità di come gestirlo: disarmare il potere vuol dire utilizzarlo non contro l’altro, ma per il bene di tutti. Così come “vita disarmata”, perché è nella quotidianità delle relazioni che si costruisce pace o guerra, si custodisce l’umano o lo si distrugge.
Il disarmo è la ricetta francescana per costruire la pace e gestire il potere nella quotidianità della vita sia tra i popoli del mondo che tra gli inquilini dello stesso condominio o nello stesso luogo di lavoro. Ricetta francescana, ma prima ancora ricetta evangelica, dopo quelle parole sul porgere l’altra guancia da parte di chi si consegnò volontariamente alla morte pregando per i suoi crocifissori. Visto che la corsa al riarmo non sembra risolvere i gravi problemi della nostra “magnifica umanità”, si potrebbe provare la ricetta evangelico-francescana della pace disarmata. Sperando che diventi anche disarmante.