In principio un abbraccio

La Comunità San Francesco nasce per continuare la novità del Poverello

 di Alberto Tortelli
guardiano del convento e della Comunità San Francesco a Monselice

 Le origini

La Comunità San Francesco, nasce nel 1980 nel territorio monselicense come casa di accoglienza per persone in difficoltà.

Tre giovani frati minori conventuali della Basilica del Santo di Padova, decisero, infatti, di mettersi in gioco, sognando un’opera che potesse tradurre i valori di san Francesco in cui credevano: “farsi famiglia”, accogliere, e condividere da “fratelli” tempi e compiti quotidiani con persone (soprattutto giovani) divenute fragili nel rapporto con la vita, persone emarginate e stigmatizzate per le loro ferite e difficoltà. In tal modo volendo mettere in pratica quanto Francesco indicava loro nella Regola: «E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada».
Nel giro di pochi anni, la casa di Sottomonte, prima sede della Comunità San Francesco, diventa un luogo capace di dare supporto a tante persone con problemi di uso di droghe e alcol, un fenomeno che con intensa violenza penetra nei territori del Nord Italia verso gli anni Ottanta cogliendo impreparati e latitanti gli enti pubblici come, per gran parte, la stessa realtà ecclesiale. Le tante esperienze maturate sul campo e le domande che si moltiplicano, portano via via i frati a contattare professionisti della salute, dello stile di vita e della sanità per poter insieme costruire adeguati percorsi di accoglienza e di cura. Nascono così alleanze e connessioni con il Territorio, i Servizi Socio-Sanitari, le Associazioni e il mondo del volontariato.

 La comunità oggi

Oggi la Comunità San Francesco (composta da circa 90 ospiti), pur sempre contemplando la presenza fattiva dei frati, è un ente socio-sanitario, senza scopo di lucro, per la cui direzione e conduzione si avvale di un’ampia presenza di operatori laici (una quarantina fra educatori, psicologi…) in piena continuità con gli ideali francescani che l’hanno vista sorgere. Nonostante gli inevitabili cambiamenti intercorsi negli anni, l’alleanza sinergica con il convento dei frati minori conventuali, ha consentito nel tempo la costruzione di nuovi ambienti con l’avvio di unità di offerta sempre più mirate e specialistiche.

La Comunità è suddivisa in due sedi che si caratterizzano per essere primariamente luoghi di accoglienza e di attenta cura di giovani, donne e uomini, famiglie e minori, ma anche di religiosi e sacerdoti che necessitano di supporti, aiuti e interventi nell’ambito delle dipendenze patologiche. La relazione incondizionata e l’accompagnamento non giudicante qualificano ogni intervento comunitario: presupposti fondamentali per poter costruire insieme rinnovati significati del vivere, inclusivi di valori e stili di vita liberi da sostanze. Gli ambienti sono immersi in familiari e sereni contesti, attrezzati sia per le varie attività formative come per le ludico-motorie. Sono presenti spazi per i percorsi di gruppo, colloqui famigliari e individuali, comunità famigliari, e una nuova capiente sala, capace di accogliere eventi formativi e creativi e due cappelle per il culto.
Da qualche anno la Comunità svolge un servizio importante oltre che nell’accompagnamento di persone con problemi di sostanze, anche nel sostenere persone afflitte da alcolismo come da varie forme di ludopatia e, più in generale, da dipendenze varie (internet, pornografia…). Fenomeni in crescita e talvolta non così facilmente classificabili e curabili rispetto al tema “droga” che a tutti appare subito contrassegnato da negatività e dunque degno di interventi e soluzioni specifiche. Non è così per esempio per l’alcool (lo si trova ovunque e fa parte quotidiana del nostro vissuto), non così per internet e connessi… non così per la ludopatia, del resto incoraggiata e protetta nientemeno che dallo Stato.
Una presenza significativa ed esigente in comunità è il programma riservato a mamme (con problemi di cui sopra) con bambini molto piccoli. Si tratta di un’esperienza ancora piuttosto rara (e per questo alquanto necessaria e richiesta) nelle comunità terapeutiche anche per la complessità di interventi e attenzioni che richiede. Tema interessante è il rapporto con l’esterno: se, da un lato, la Comunità San Francesco necessita di una certa separazione – anche per motivi di privacy – dall’altro ci rendiamo conto che moltissime persone del luogo conoscono ben poco di questa realtà così significativa per un territorio, la bassa padovana, che vive tutte le contraddizioni di questo nostro tempo complesso (spopolamento, abbandono dei giovani verso luoghi più attrattivi, denatalità, crisi del tessuto economico tradizionale) con gravi riflessi sul tessuto sociale, di cui le dipendenze sono un chiaro segnale. Non mancano comunque gesti di vicinanza da parte di un discreto numero di volontari, anche se tutti di età piuttosto avanzata, come della Chiesa locale, essa pure però piuttosto in crisi di fronte ad un cambiamento culturale in atto velocissimo e carico di incognite.

 Perché la comunità?

L’attuale fraternità religiosa è composta da cinque frati e il convento è locato all’interno di una delle due sedi denominata “San Francesco” e dunque in piena comunione e in stretta vicinanza ai giovani che qui vivono. Tale presenza costituisce un valore che negli anni è divenuto sempre più apprezzato per la peculiarità del servizio quotidiano svolto a favore degli ospiti, delle loro famiglie, dei dipendenti e collaboratori, dei volontari e del territorio. I frati rappresentano la “famiglia” stabile, il nucleo affettivo-fraterno, spirituale e ideale su cui si fonda l’intera comunità. Ricordando san Francesco, ogni giorno chi desidera, può unirsi ai momenti di preghiera che i frati celebrano all’interno delle due cappelle.
Come già si accennava, la Comunità San Francesco nasce negli anni Ottanta prima di tutto dal desiderio di alcuni giovani frati di porsi accanto, in fraternità, ad uomini e donne in particolari difficoltà e fatiche del vivere. Significava per essi esprimere un segno importante, diventare memoria viva e tangibile di un Dio Padre che aveva a cuore ogni sua creatura e che tutti poteva soccorrere attraverso le mediazioni e le occasioni più varie. Questo sogno si innestava direttamente nell’esperienza di Francesco d’Assisi e nel famoso incontro con il lebbroso che il Poverello in modo misterioso aveva abbracciato e baciato vincendo il proprio naturale orrore e ribrezzo.
Un gesto folle eppure di grande umanità e compassione che seppe suscitare in Francesco un profondo mutamento interiore conducendolo dal rifiuto e dalla distanza e dall’autosufficienza, alla fiducia e all’amore, alla misericordia: verso il prossimo, verso Dio, come pure nei riguardi di sé stesso! Dopo quell’abbraccio e quel bacio, Francesco sarà, infatti, uomo nuovo! Un uomo libero, dal cuore e dalle braccia aperte e spalancate su tutto e tutti: ovunque sentendosi chiamato a portare pace, gioia, amore!
In questo senso va interpretata anche l’attuale presenza dei frati, ancora desiderosi di trasmettere i medesimi valori che umanizzano e indirizzano a mete sempre più alte oltre ogni ferita o condizione negativa. Li vediamo pertanto offrire con delicatezza il loro supporto spirituale a persone e famiglie nei momenti di maggior fatica; sono accanto alle figure professionali impegnate in Comunità; svolgono opera di sensibilizzazione all’esterno della Comunità circa le problematiche alcol-droga correlate; condividono fraternamente con i loro ospiti la mensa, gli incontri, nonché parte del tempo libero. Sostengono con la loro preghiera il cammino di tutti.
L’opera dei frati si realizza, in sintesi, nell’aiutare le persone in difficoltà a ritrovare quella pacificazione interiore che, come insegna lo stesso Poverello di Assisi, è condizione irrinunciabile per ogni altro benessere anche esterno a ciascuno di noi, in tutte le accezioni. Una proposta di “pace e bene” dunque con sé stessi, con le proprie storie personali, con la propria famiglia, con il più ampio scenario dell’esistenza. Nel contesto difficile in cui siamo chiamati a operare, ci piace vedere la nostra Comunità come una sorta di barca di salvataggio per tante persone, in mezzo ad un mare tempestoso. È qui che forse noi frati possiamo e potremo ritrovare meglio il senso della nostra vocazione, più che in altri spazi più tradizionali, forse anche questi ormai tutti da riscrivere e ripensare.