Prima vivo, poi penso

Può la povertà culturale giovanile diventare laboratorio di rinnovamento?

 di Gilberto Borghi
educatore e saggista

 È ormai diventato quasi un luogo comune affermare che i giovani di oggi soffrano di una certa povertà culturale.

E tuttavia, dietro il cliché, si nasconde un fenomeno reale che merita di essere compreso prima che giudicato. Non si tratta semplicemente di una minore conoscenza dei classici o di una ridotta familiarità con la storia e la filosofia; è in gioco qualcosa di più profondo: il mutamento del rapporto tra cultura, identità e vita.
Secondo i rapporti annuali dell’ISTAT, in Italia meno della metà dei giovani tra i 15 e i 24 anni legge almeno un libro non scolastico all’anno. Le indagini OCSE mostrano difficoltà significative nella comprensione del testo e nelle competenze critiche. Anche musei, teatro e concerti non rappresentano più un’esperienza regolare per ampie fasce giovanili. È legittimo allora parlare di “povertà culturale”? Se per cultura intendiamo l’accumulo di saperi, riferimenti, codici simbolici condivisi, la risposta sembrerebbe affermativa. Ma questa constatazione va collocata dentro il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Nella tarda modernità si pensava che la vita dovesse prima essere pensata e poi vissuta. L’ideale formativo prevedeva un lungo tempo di preparazione: studio, riflessione, interiorizzazione di un patrimonio di senso. La biografia individuale doveva essere progettata, e la progettazione richiedeva strumenti simbolici solidi. In questo senso, la cultura rappresentava una forma di capitale, non solo sociale ma anche morale ed esistenziale.

 L’esperienza precede la teoria

Eppure questa visione non è priva di ambiguità. Proprio nella seconda metà del Novecento, autori come Michel Foucault e Jacques Derrida hanno messo in discussione l’idea di cultura come spazio neutro di emancipazione. Per Foucault, sapere e potere sono intrecciati: non esiste sapere innocente. La cultura, allora, non è solo strumento di liberazione; è anche un dispositivo di normalizzazione, rete di pratiche che definiscono ciò che è legittimo pensare e dire e ciò che non lo è. Derrida, dal canto suo, ha mostrato come ogni costruzione culturale si fondi su esclusioni, gerarchie, opposizioni binarie che strutturano il senso. La cultura trasmette, ma al tempo stesso seleziona e marginalizza. In questa prospettiva, la “ricchezza culturale” può diventare una forma di potere simbolico che distingue, classifica, separa.
Se guardiamo al presente con questi strumenti critici, la presunta povertà culturale dei giovani può apparire sotto una luce diversa. La postmodernità ha rovesciato la sequenza della modernità: non si vive più dopo aver pensato, ma si pensa dopo aver vissuto. L’esperienza precede la teoria. Le identità non sono progettate una volta per tutte, ma continuamente rinegoziate. I giovani costruiscono il proprio senso attraverso pratiche, relazioni, reti digitali, mobilità, contaminazioni. La cultura non è più un deposito da interiorizzare, ma un flusso da attraversare. In questo scenario, la minore adesione ai canoni tradizionali non è solo perdita; è anche rifiuto implicito di una cultura percepita come normativa, talvolta escludente. La vita si fa laboratorio, e la riflessione segue l’esperienza invece di precederla.
Sorprendentemente, questa inversione presenta un’affinità con l’intuizione di san Francesco d'Assisi. Per lui, la sapienza autentica non coincide con l’erudizione, ma con la vita evangelica concretamente vissuta. Nelle Ammonizioni si legge: «Dice l’Apostolo: la lettera uccide, lo Spirito dà vita. Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere soltanto le parole, per essere ritenuti più sapienti degli altri». Qui la critica non è al sapere in sé, ma al sapere che si separa dalla vita, che diventa motivo di prestigio o dominio. La tradizione francescana insiste su una sapienza che nasce dall’esperienza, dall’imitazione di Cristo povero e umile. La verità non è possesso, ma cammino. Non è accumulo, ma trasformazione. In questa luce, la minore centralità dell’accumulazione culturale potrebbe persino diventare uno spazio di possibilità.

 Un senso incarnato

L’attuale condizione giovanile – frammentata, precaria, meno ancorata a istituzioni forti – può favorire una riscoperta di questa prospettiva. Se non si dispone di un grande capitale culturale tradizionale, si è forse più liberi di cercare un senso incarnato, relazionale, solidale. La vulnerabilità può aprire alla fraternità; la mancanza di certezze può rendere più autentica la ricerca. Le possibili conseguenze positive sono molteplici. Anzitutto, una maggiore attenzione all’esperienza concreta rispetto al prestigio simbolico. In secondo luogo, una cultura meno gerarchica e più dialogica, fondata sull’ascolto e sulla condivisione piuttosto che sull’esibizione del sapere. Infine, una rinnovata centralità dell’etica della prossimità: cura, servizio, responsabilità reciproca.
Ciò non significa celebrare acriticamente la povertà culturale. Il rischio che questi giovani siano presi dall’immediatezza senza profondità è reale, così come quello di essere manipolabili. Ma forse la sfida non è restaurare semplicemente il modello moderno del “prima pensare, poi vivere”, perché per loro la via dalla testa al cuore e al corpo resta interrotta. Mentre torna ad essere possibile quella che, al contrario va dalla vita vissuta, sperimentata dal corpo e nel cuore, attiva la testa non per dominare la realtà, ma per significarla con rispetto e valore. Perciò si tratta di integrare esperienza e riflessione, vita e senso, evitando che la cultura torni a essere strumento di distinzione e potere.

 La nuova ricchezza

Se si assume sul serio l’idea che una certa “povertà culturale” possa trasformarsi, in senso francescano, in occasione di autenticità, allora è possibile osservare già oggi esempi concreti che ne mostrano i frutti. Si pensi ai molti giovani che, pur senza un vasto bagaglio di riferimenti teorici o letterari, scelgono esperienze di volontariato stabile: mense per i poveri, doposcuola nei quartieri difficili, assistenza agli anziani soli. In queste scelte non c’è l’elaborazione di un sistema etico complesso, ma un’intuizione vissuta di fraternità. È una sapienza che nasce dal contatto diretto con il bisogno. In questo senso, la lezione di san Francesco d'Assisi – che abbraccia il lebbroso prima ancora di teorizzare la povertà – si rinnova in forme quotidiane.
Un altro esempio è offerto dai giovani che privilegiano lavori socialmente utili o ambientalmente sostenibili, anche a costo di rinunciare a percorsi più prestigiosi. Cooperative agricole, start-up solidali, progetti di economia circolare: qui la competenza tecnica conta, ma ciò che muove è un orientamento pratico al bene comune. Non si tratta di esibire cultura, bensì di incarnare valori. La conoscenza viene cercata lungo il cammino, non accumulata come segno distintivo. Si possono citare anche le reti informali di condivisione: gruppi di acquisto solidale, cohousing giovanili, comunità digitali nate per sostenersi reciprocamente. In questi contesti, la mancanza di un forte capitale culturale tradizionale favorisce relazioni meno gerarchiche. Non conta chi possiede più citazioni o titoli, ma chi è disposto a mettersi in gioco.
Perfino nell’uso dei social, spesso criticato, emergono segnali interessanti: giovani che raccontano fragilità personali, percorsi di cura, cammini spirituali non codificati. Questa esposizione vulnerabile, quando non è pura esibizione, può generare comunità di sostegno e confronto autentico. In tutti questi casi, la “povertà” non è miseria intellettuale, ma libertà da un sapere vissuto come potere. È spazio per una cultura che nasce dall’esperienza condivisa, dalla prossimità, dalla concretezza. Se accompagnata da un minimo di discernimento critico, questa postura può rendere i giovani meno ossessionati dal prestigio e più attenti alla qualità delle relazioni e alla coerenza tra vita e valori. Proprio qui si intravede il possibile frutto positivo di una povertà culturale vissuta in spirito francescano: una ricchezza di umanità che precede ogni erudizione.
In questo equilibrio possibile, i giovani non sono solo portatori di una mancanza, ma di una potenziale trasformazione. La loro apparente povertà può diventare occasione per ripensare che cosa intendiamo per ricchezza. Se la cultura torna a essere vita condivisa e non capitale simbolico, allora la postmodernità non sarà solo un’epoca di perdita, ma potrà essere anche un laboratorio di rinnovamento umano e spirituale.