Sic transit mobilia mundi
La povertà subita interroga e illumina la povertà scelta
di Filippo Gridelli
frate cappuccino, teologo
Con la prima esortazione apostolica Dilexi te, sull’amore verso i poveri, papa Leone ha raccolto il testimone del suo predecessore.
Non ha solamente ereditato un testo già imbastito, ma ha dato ulteriore sviluppo ad un tema così caro a quel papa venuto “quasi dalla fine del mondo” da determinarne, ricordiamolo ancora, la scelta del nome “Francesco”.
Da allora il magistero di Bergoglio si è richiamato più volte alla figura e ai testi del Santo di Assisi, si pensi a Laudato si’, a Fratelli tutti, a Laudate Deum. Anche in Dilexit te il Poverello compare fin dalle prime battute, ma questa volta accompagnato da una intera schiera di santi e beati: Benedetto da Norcia, Domenico di Guzman, Giuseppe Calasanzio, Giovanni Battista de La Salle, Giovanni Bosco, Antonio Rosmini, Teresa di Calcutta, Dulce dei Poveri, Charles de Foucauld, senza contare grandi Padri della Chiesa d’Oriente e Occidente come Agostino, Giustino, Giovanni Crisostomo e Basilio.Queste e altre figure costituiscono una narrazione vivente della centralità che il tema della povertà ha avuto nella storia della Chiesa, nella sua interpretazione e attuazione del Vangelo e nella autocomprensione della Chiesa stessa. Non per nulla l’esortazione ha come primo obiettivo la «cura della Chiesa per i poveri e con i poveri» (cf. Dilexi te, 3)
Inevitabilmente tutto nasce da quel vangelo che stabilisce un forte nesso – forte fino alla identificazione – tra l’amore di Cristo e l’amore per i poveri (cf. DT 3). Pagine come quella del Buon Samaritano (Lc 10,25-37), della donna che riconosce in Gesù il Messia umile e sofferente e gli cosparge il capo di unguento profumato (Mt 26,8-13), del Giudizio universale incredibilmente decretato da un povero particolare (Mt 25,40) non consentono troppe “divagazioni” sul tema. L’orizzonte in cui la povertà evangelica si colloca, infatti, non è tanto quello della beneficenza quanto quello della Rivelazione: «Il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci» (DT 5). Questa in effetti fu l’esperienza di Francesco d’Assisi: abbracciando il lebbroso si sorprese egli stesso dentro un abbraccio ben più grande, quello di Cristo (cf. DT 6).
Scegliere la povertà
In nome del nesso teologico Cristo-poveri e nella pneumato-logica dello Spirito, ad una povertà subita e non voluta è andata ad affiancarsi, con affinità e differenze rispetto ad altre esperienze religiose, una povertà scelta e cercata. Un accostamento tanto azzardato quanto delicato, inevitabilmente esposto all’umana ambiguità al punto che nella pratica della virtù spesso è accaduto che “in nome di Dio” o “per la maggior gloria sua” la nobile povertà volontaria abbia declassata e dimenticata la misera povertà non scelta. Lasciando da parte letture moralistiche e colpevolizzanti, ovviamente non del tutto infondate, è più utile considerare che l’incontro con il povero è sempre disagevole: il povero interroga e “giudica” una povertà scelta che, anche quando non fosse adagiata in teorizzazioni dottrinali e spirituali, resterà per lo più imbarazzantemente incompiuta. L’istintiva reazione difensiva potrà avvalersi di una lettura spiritualista della povertà o schermarsi dietro una giustificazione funzionale del possesso dei beni utili alla pastorale. Si resta così prigionieri di una frustrante opposizione o ci si libera del problema attraverso una paternalistica rimozione. In tal modo però, come affermava il teologo Johann Baptist Metz, emerge una religione più sensibile ai peccati che al dolore e c’è onestamente da chiedersi se questo sia il cristianesimo.
Sappiamo bene che l’incontro reale con il povero non è mai romantico e mitizzato come potrebbe essere invece una bella meditazione sulla Povertà. È spesso urticante e non di rado pone chi totalmente povero non è in una scomoda posizione di vantaggio che mette in scacco la propria umanità e la propria fede. Tuttavia, perché la misericordia entri in circolo, occorre lasciarsi disarmare in un incontro dal quale non si uscirà mai “vincitori”, ma possibilmente un po’ più fratelli.
In tal senso l’impotenza a cui il povero espone è una rivelazione immediatamente teologica, per quanto non appaia come tale. In loro incontri una ripresentazione elementare della vita e della sua tenacia rispetto alle quali i nostri piani pastorali sono spesso sopra le righe, per non dire sopra… le vite. Papa Francesco non aveva dubbi: «I poveri ci evangelizzano», però lo fanno a modo loro e in modo non necessariamente consapevole!
Una tensione irrisolta
Se i cosiddetti uomini di Chiesa, ma ciò non vale meno per le donne di Chiesa e per tutti i battezzati e le battezzate, non possono eludere il confronto con la povertà, non possono nemmeno sciogliersi dalla realtà istituzionale e da quanto la storia del Popolo di Dio ha loro consegnato, vale a dire patrimoni comuni da gestire senza cadere nella tentazione di ridurli a mere proprietà.
È questo il dilemma che l’arcivescovo di Recife Dom Helder Camara (1909-1999), uomo che ha fatto proprio il caso serio della povertà, vergava nel suo diario “nottambulo” del Concilio, proprio in prossimità della festa delle Stimmate del 1964: «Non è facile, Francesco, passare dalle belle teorie alla realtà coraggiosa e dura. Mi affligge esser legato a un impero: come arcivescovo, sto preparando l’inaugurazione del Seminario Regionale del Nordest (costo un miliardo) (e segue una serie di altri interventi molto dispendiosi) Come non schiacciare i piccoli e i poveri? Come conservare la libertà interiore, la povertà del cuore…? La scusa del timore di cadere nell’eccentricità mi impedisce certi gesti che farebbero tanto bene (…) Rifugiarmi nell’idea di accettare la povertà di sembrare ricco, l’idea di vivere il mistero della povertà dentro un’apparenza di prestigi e splendore mentre di fatto sono il servitore di tutti, è soluzione o fuga…? Starò ingannando me stesso…? Messer San Francesco: per le tue piaghe, aiutami a vedere ciò che Dio vuole…».
In che modo affrontare dunque l’irrisolvibile tensione tra povertà subita (e da alleviare) e povertà scelta (e da perseguire)? Papa Leone sembra indicare la via del paradosso evangelico quale apertura ad una via ulteriore che superi la logica binaria e che non sia escamotage teologico, ma esperienza incarnata.
Così ha da accadere nella liturgia – fons et culmen vitae Ecclesiae –, ovvero in quanto di più prezioso il popolo di Dio possieda, dove il sacramento dell’altare non deve “scalzare” il sacramento del povero; in questa ottica la carità, tutt’altro che bonaria opzione, si fa autentico criterio del vero culto (cf. DT 42). Riattivando il travaso tra liturgia e vita, infatti, il povero non sottrae nulla al culto e il culto non sottrae nulla al povero. È una sintesi di questo tipo che nel Medio Evo deve aver permesso la costruzione delle grandi cattedrali, talora persino con il contributo dei poveri!
Sperando la sobrietà
Il paradosso della povertà si è ripetuto nella vita monastica, laddove la scelta della povertà a custodia della vita spirituale si è mostrata tutt’altro che esclusiva. La vita nelle celle e nei chiostri, infatti, non si è mai disgiunta dall’accoglienza delle foresterie e dalla condivisione del lavoro con i poveri, dando vita ad “una mistica della presenza di Dio nei piccoli” (cf. DT 56).
Il legame paradossale tra Chiesa e poveri è poi talmente intrinseco da toccare anche il suo apice istituzionale. Paolo VI affermò: «La rappresentanza di Cristo nel Povero è universale, ogni Povero rispecchia Cristo; quella del Papa è personale. (…) Il Povero e Pietro possono coincidere, possono essere la stessa persona, rivestita d’una duplice rappresentanza, della Povertà e dell’Autorità» (DT 85).
Come abbiamo visto nella vita della Chiesa povertà subita e povertà scelta non si danno l’una senza l’altra, ma occorre sottolineare che nel nostro “cambiamento d’epoca” va profilandosi una terza qualifica della povertà: una povertà necessaria e possibilmente lieta. Si tratta di quell’esteso invito alla sobrietà che oltre a liberare il cuore dallo spirito consumistico contribuirebbe, divenuto stile di vita, ad alleviare il pianeta dallo sfruttamento e dal degrado, di cui i poveri sono le prime vittime (cf. Laudato si’ 49; 222).
Una storiella chassidica narra di un visitatore che venne da lontano a consultare un rabbi e si stupì della sua casa quasi vuota. Gli chiese: Dove sono i tuoi mobili? Il rabbi replicò: E i tuoi dove sono? Il visitatore reagì: Ma io sono di passaggio! E il maestro: Anch’io! Comunque lo si intenda, nell’intreccio di povertà materiale e spirituale è in gioco il passaggio nella vita delle nuove generazioni. L’auspicio è che sia più sobrio e felice del nostro.