Per scrollarsi di dosso la polvere dei secoli
Dal Concilio tanti sono i passi (e tanti sono ancora da fare) verso una Chiesa dei poveri
di Elia Orselli
della Redazione di MC
«E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza.
Gesù Cristo “sussistendo nella natura di Dio… spogliò sé stesso, prendendo la natura di un servo” (Fil 2,6-7) e per noi “da ricco che era egli si fece povero” (2Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre “a dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito” (Lc 4,18), “a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza e in loro intende di servire a Cristo».
La povertà della Chiesa
Con queste parole del paragrafo 8 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, nello sfarzo della basilica vaticana allestita ad aula di lavoro da tre anni, nel 1964 trovava la propria consacrazione il tema della povertà nella Chiesa. Una via, quella della povertà, non opzionale o accessoria ad altre, ma unica possibile, perché con un fine specifico: attraverso la povertà e la persecuzione si comunicano all’umanità i frutti della redenzione.
Tematizzata da Giovanni XXIII nel radiomessaggio a un mese dall’apertura del Concilio nel settembre ’62 – «In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei Poveri. (…) le miserie della vita sociale gridano vendetta al cospetto di Dio: tutto è e deve essere chiaramente richiamato e deplorato. Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui, e di ben vigilare perché l’amministrazione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti. Questa si chiama diffusione del senso sociale e comunitario che è immanente nel cristianesimo autentico; e tutto va affermato vigorosamente» – la riflessione sulla povertà aveva trovato terreno fertile in molti membri dell’episcopato convenuto a Roma: animati da Paul Gauthier, prete operaio, il gruppo informale extra aulam “Gesù, la Chiesa e i poveri” si riuniva con il triplice desiderio di promuovere lo sviluppo dei paesi poveri, l’evangelizzazione dei poveri e del mondo del lavoro e rendere nuovamente visibile il volto del povero nella Chiesa.
Il patto delle catacombe
L’impegno del gruppo di Gauthier era seguito da vicino da molti, compresi grandi teologi come Yves Congar – che dava alle stampe nel 1963 “Per una Chiesa serva e povera”, raccogliendo alcuni studi sul tema – da membri importanti dell’episcopato tra cui il cardinal Lercaro, che per lavorare specificamente sulla tematica della povertà chiamò a Roma Giuseppe Dossetti, o Helder Camara e persino dai media, grazie all’impegno nell’approfondimento della stessa televisione italiana.
Paolo VI si era dimostrato non meno interessato, chiedendo a Lercaro di formare una ulteriore commissione per studiare la tematica della povertà ed elaborare proposte concrete e deponendo egli stesso la tiara sull’altare del Concilio il 13 novembre 1964. I suggerimenti presentati da Lercaro erano in primis volti alla semplificazione di abiti, insegne e titoli ecclesiastici, per poi passare al livello personale dei vescovi e di tutto il popolo di Dio, fino a giungere a una profonda revisione del diritto canonico, aprendo ai laici la gestione patrimoniale degli enti e delle istituzioni ecclesiastiche («sappiamo benissimo», notava nel 1964 il cardinale, «che il solo accenno a queste possibilità potrà turbare molti e sembrare addirittura un’utopia») per giungere ad abbracciare la povertà evangelica “sinora elusa”.
Se i suggerimenti della commissione lercariana erano destinati ad essere considerati solamente per la parte iniziale di semplificazione delle insegne e dei titoli, maggior portata simbolica ebbe la firma del “Patto delle catacombe”, il 16 novembre 1965 a Domitilla, quando 39 vescovi firmarono un impegno in 13 punti in cui si impegnavano personalmente a cercare di vivere come vive ordinariamente la popolazione delle proprie diocesi, rinunciando ad apparenza, sfarzo, possedimenti, appellativi e impegnandosi alla condivisione delle necessità delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale.
Negli anni del post-Concilio la tematica della povertà della Chiesa e del rapporto tra Chiesa e poveri è certamente più volte riemerso nel magistero dei diversi pontefici e certamente ha trovato una propria strutturazione attiva il servizio svolto dalla Chiesa stessa in favore dei poveri. Anche le semplificazioni delle insegne e dei titoli, come pure le diverse riforme della curia romana, hanno indubbiamente ridimensionato un apparato gerarchico carico di strutture – quella “polvere dei secoli” che san Giovanni XXIII intendeva programmaticamente scrollare con la celebrazione stessa del Concilio – ma non ha comunque potuto capovolgere completamente l’assetto della complessa istituzione.
La spinta di Francesco
Nuovo respiro per la riflessione sul ruolo del povero è però stato dato da quell’evento dello Spirito che è stata l’elezione di papa Francesco il 13 marzo 2013: la chiamata “dalla fine del mondo” di un pastore così particolare e attento al grido dei popoli e – parole chiave che possiamo sperare non svaniscano nel prossimo futuro dal pensiero ecclesiale – promotore dell’attenzione alle periferie esistenziali e fautore della Chiesa “ospedale da campo”. Sin dall’elezione e dal primo incontro con i mass media (il 16 marzo, che seppe colpire anche per la benedizione “in silenzio” per rispettare le coscienze di ciascun partecipante) in cui spiegò la scelta del nome di Francesco d’Assisi per il suggerimento del cardinal Hummes di non dimenticarsi dei poveri e anticipò quello che effettivamente è stato il programma di governo, conclusosi pochi mesi or sono: «Francesco d’Assisi è per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero (…) Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Sin da subito fu colto il legame con i desideri di papa Giovanni XXIII, a tal punto che le edizioni Qiqajon diedero alle stampe una nuova edizione del volume di Congar con, in appendice, il testo del patto delle catacombe, mentre l’allora priore Enzo Bianchi introduceva i testi confidando che “liberi da pauperismi e strumentalizzazioni, così come da interpretazioni spiritualizzanti ed evanescenti delle esigenti parole di Gesù, sapremo allora servire i nostri fratelli e sorelle in umanità e rendere conto della speranza cristiana che ci abita”, mentre mons. Bettazzi completava un suo precedente volumetto sulla Chiesa dei poveri con un nuovo capitolo dedicato alla riflessione sul primo anno di pontificato di Bergoglio e sulla grande testimonianza che stava offrendo nel vivere il Concilio e nel riscoprire il ruolo nodale che il povero e la povertà dovrebbero avere nella vita della Chiesa e nell’annuncio del vangelo.
Il pontificato di papa Francesco, tuttavia, è terminato ed è certamente presto per poterne misurare la portata che avrà nel tempo, mentre quello di Leone non è che agli inizi. Se già da prima è indubbio – anche se sarebbe impossibile farne una mappatura – che la testimonianza di tanti singoli membri del popolo di Dio era votata alla povertà e ai poveri, è certo che la leva del collegio episcopale negli ultimi anni ha saputo cogliere persone desiderose d’essere “pastori con l’odore delle pecore”, ma il percorso per una piena e completa conversione dello stile ecclesiale (e del diritto canonico) all’opzione preferenziale per i poveri è ancora lungo.