È questione di buon gusto
Quando la “povertà” è solo di chi se la può permettere
di Fabio Colagrande
giornalista, scrittore e conduttore radiofonico
Il priore salì sul pulpito con passo agile, elegante e misurato.
La casula cadeva bene. Troppo bene. La aggiustò con un gesto breve, quasi pudico, come si fa con le cose che non si vogliono far notare. Per fra Alvise Buongusto era la prima predica di Quaresima da quando era alla guida di quella comunità monastica dell’elegante città di provincia.
La navata era colma di fedeli ferventi e devoti: desiderosi di abbeverarsi alla fonte della sua discreta ma indubbia autorevolezza spirituale.
«Fratelli e sorelle», disse, «iniziamo questo periodo di penitenza e preghiera sotto il segno della povertà francescana. Quella vera. Quella che libera».
Una signora in prima fila con la messa in piega sorrise estasiata, pregna di consolazione.
La voce del religioso era calda, suadente, solo con un leggero accento dialettale che le dava un pizzico di autenticità. Ma era una voce allenata. Sapeva dove fermarsi. Sapeva quando respirare.
«Povertà non significa miseria», soggiunse sornione. «Significa essenzialità. Significa scegliere ciò che conta».
Fece una pausa. Alzò lo sguardo ad arte e il suo volto fu investito da un raggio di luce colorato che filtrava dalle vetrate del transetto. Poi tornò a scrutare l’assemblea, con piglio severo, ma giusto.
«Francesco ci insegna a spogliarci del superfluo. A non possedere, per poter appartenere», aggiunse gravemente e con un colpetto raddrizzò la stola di seta ricamata.
Un lieve tintinnio provenne dal suo polso. Il priore continuò come se nulla fosse.
«Viviamo in un tempo che confonde il valore con il prezzo. Ma il cristiano sa che il prezzo è rumore. Il valore è silenzio», sussurrò con il tono di chi non sa cosa ha detto ma è convinto di averlo detto bene.
Il microfono raccoglieva le sue frequenze più basse e seducenti. Era di ultima generazione. Non gracchiava, né fischiava. Non serviva aggiustarlo.
«La povertà è uno stile. Un respiro. Una sobrietà dell’anima», esclamò convinto.
Si tolse gli occhiali da lettura realizzati con la montatura di una nota casa di moda francese. Li pulì rapidamente con un fazzoletto di lino bianco che estrasse dalla tonaca come un prestidigitatore. Poi li inforcò di nuovo sul naso, con piglio da professore.
«Noi frati dobbiamo essere i primi a dare l’esempio. A vivere con poco. A desiderare meno».
Sorrise. Un sorriso pulito. Da pubblicità di dentifricio biologico.
«Per questo vi dico: non invidiate chi ha molto. Invidiate chi dorme sereno».
Un lieve brusio passò tra i banchi. Il priore proseguì.
«Io stesso ho imparato, negli anni, a rinunciare. A dire no. A scegliere la semplicità».
«Non a caso ora sono in tv solo il sabato e la domenica», mormorò quasi contrito. «E ho un solo profilo su TikTok».
Fece un gesto con la mano. La manica scivolò un poco. L’orologio d’oro apparve. Poi scomparve.
«Ho capito che non serve accumulare. Serve condividere».
Parlava di condivisione con tono magistrale: come si parla di qualcosa studiato a dottrina.
«La povertà francescana», continuò, «non è una posa. È una posizione. È stare dalla parte degli ultimi».
Si chinò leggermente in avanti. Il leggio scricchiolò. Era di legno di noce, con venature scure ed eleganti
«Gli ultimi non chiedono parole. Chiedono presenza, rispetto, dignità», scandì con leggera, controllata, veemenza.
Alzò di nuovo il capo, scrutando l’infinito. Questa volta più a lungo e si aggiustò una ciocca di capelli castani, morbida e lucida, fonata di fresco.
«E noi dobbiamo offrirgliela. Con discrezione. Senza esibizione».
Dietro l’altare, un vaso di fiori freschi rifulgeva di colori vividi.
«Perché il povero non ama l’elemosina… Ama lo sguardo», sospirò con tono languido, pregno di saggezza.
Poi esclamò imperioso: «Io vi chiedo di semplificare. Di liberarvi. Di non attaccarvi alle cose», disse aggrappandosi al pulpito, quasi sensuale.
Fece una breve pausa, come per lasciar sedimentare la frase. Poi aggiunse, come uno che la sa lunga: «Le cose, credetemi, stancano».
Si aggiustò il camice con un gesto studiato, rapido e vezzoso.
«Ho conosciuto uomini ricchi e infelici», sussurrò corrucciato. «E uomini poveri e pieni di luce», soggiunse con un sorriso.
«La povertà è una grazia. Ma va capita. Va accompagnata. Va educata».
Qualcuno si chiese se la povertà andasse ogni tanto anche punita.
«Per questo dobbiamo aiutare i poveri a non rassegnarsi alla loro condizione», aggiunse ieratico.
Il tono era paterno. Anche un po’ protettivo. Anche un po’ superiore.
«Dobbiamo insegnare loro a migliorarsi».
Il silenzio si fece più denso.
«Perché la povertà non è un vanto. È una prova».
Il priore sorrise ancora. Ma questa volta meno.
«E non tutti la superano con eleganza».
Si schiarì la voce.
«Confesso che, a volte, certi poveri mi sembrano troppo attaccati alla loro miseria. Come se fosse un’identità. Come se fosse un merito», aggiunse a bassa voce.
Un leggero disagio attraversò l’assemblea.
«Noi, invece, dobbiamo vivere la povertà con stile», affermò convinto.
Stile. La parola rimase sospesa nell’aria densa del fumo delle candele.
«Con ordine. Con misura. Con decoro», scandì alzando il tono.
Fece un gesto ampio, indicando l’altare, i fiori, i ceri, le tovaglie candide.
Qualcuno, in fondo, tossì.
«Perché la povertà non giustifica la sciatteria», ammonì all’improvviso.
Il tono si fece più secco e tagliente.
«Non giustifica l’odore. O a volte: il fetore... Non giustifica il disordine. Non giustifica la pretesa».
Ora parlava dei poveri come di un problema educativo.
«Il povero deve essere aiutato. Ma anche corretto». «Perché la dignità non è solo ricevere. È sapersi comportare».
Il priore fece una breve pausa. Poi concluse: «E vi dirò di più: la povertà vera non ama la compagnia dei poveri rumorosi. Ama la solitudine. Ama il silenzio. Ama chi sa stare al suo posto», sorrise mefistofelico.
Un mormorio attraversò l’assemblea.
«Io amo i poveri», disse allora con voce più morbida e un sorrisetto sinistro, «quando sono riconoscenti. Quando sono discreti. Quando non disturbano». Sogghignò rapido. Di nuovo.
«Quando capiscono che qualcuno li aiuta, ma non per questo deve assomigliare a loro».
La frase rimase lì. Nuda.
«Ricordate: la povertà è una virtù. Ma non è una scusa».
Socchiuse gli occhi e, dopo una lunga pausa, fece un piccolo inchino e riprese a celebrare la funzione.
Al termine della messa ammonì ancora i presenti allargando le braccia come un profeta: «E ora, andate in pace. Vivete con meno. Siate leggeri. Siate essenziali. Ma seguitemi sui miei social!».
Scese dall’altare. Sistemò l’abito, la frangia che gli era scivolata sugli occhi. Guardò l’orologio.
Si tolse gli occhiali dalla montatura dorata e li ripose in un astuccio di pelle lucida che sparì nella tonaca.
In sacrestia, una volta toltosi i paramenti, lo attendeva una tisana di zenzero e cardamomo. Buona. Senza zucchero. Con biscotti artigianali. «La povertà», disse a bassa voce al frate che gliela porgeva, «è una cosa seria. Non va lasciata in mano ai poveri».
E bevve. Con gusto. Con calma. Con la coscienza leggera di chi predica il digiuno dopo aver già mangiato.