Come (farsi) educare alla fede
Iniziare alla fede è un lavoro complesso di ascolto, rielaborazione, comunicazione
di Lorenzo Beghini
insegnante di religione
Non è semplice educare alla fede i bambini, è molto più semplice essere educati alla fede da loro.
Non è semplice perché, anche se è vero che i bambini pongono domande di senso, è pure vero che spesso, molto spesso, non ascoltano la risposta che offriamo. Sembra quasi che interessi loro di più se alla fine della ricerca abbiamo trovato qualcosa, piuttosto che la risposta trovata. Quasi che il loro timore sia di una ricerca vana, senza frutto. Penso che sia loro di conforto sapere che una risposta la si è trovata, perché questo li spronerà a cercare la loro.
Educare alla fede significa sollecitare la loro risposta, ascoltarla e rispettarla. Significa avere fiducia nelle capacità dei bambini e nell’azione di Colui che non vuole che nessuno di questi piccoli vada perduto (cf. Mt 18,14). Non sono tanto le nostre parole che dall’esterno li modellano, quanto le loro che dall’interno fuoriescono. Sono le parole che i bambini si permettono quelle che li andranno a modificare in profondità, non le nostre. Il lavoro dell’educatore alla fede consiste nel proporre stimoli selezionati per indurre risposte nel bambino e nell’ascoltare tali risposte, dando loro riconoscimento. L’adulto offre ascolto e lavora per creare un ambiente dove i bambini si sentono liberi di esporsi, di esprimersi, di dare il proprio contributo.
Questione di qualità
Il fatto che le risposte dell’educatore alle grandi domande della fede non siano ascoltate granché non deve lasciar credere che sia un tema secondario: i bambini non sono tanto interessati al contenuto della risposta, quanto alla sua qualità. Sono sensibilissimi alle risposte “stantie”, convenzionali, non rielaborate personalmente. Sentono che non sono del tutto vere e allora chiudono i canali comunicativi. Sono altrettanto sensibili alle risposte personali, vissute. Il lavoro con i bambini esige dall'educatore una risposta, una vita di fede, rinnovata, calata nel presente. Chi cerca di educare alla fede dei bambini viene innanzitutto educato da loro in quanto gli viene richiesto di rielaborare di frequente le proprie risposte, la propria fede, perché sia comprensibile e comunicabile. Non si tratta di stravolgerla, ma di adattarla nella fedeltà ai bambini.
I bambini ascoltano poco (ricordando poi cose che non immaginiamo), ma i bambini osservano tutto. Un educatore alla fede consapevole di questo sa che la forza della sua comunicazione sta nei suoi comportamenti e nelle sue reazioni ai comportamenti dei bambini. Le azioni dei bambini, le cose che dicono tra loro, oltre che all'adulto, non sono un aspetto da guardare con sufficienza, quasi che le cose “importanti” siano altre. Le cose veramente importanti, almeno dal punto di vista del bambino, sono quelle che rientrano nella sua sfera di esperienze: sono i commenti ricevuti dagli altri, i conflitti, le provocazioni, i piccoli compiti quotidiani. Se l’adulto sposta almeno una parte della sua attenzione educativa dalle proprie parole, dai propri contenuti, alla vita vissuta dai bambini scopre un tesoro di stimoli che possono rendere la sua presenza più evangelica, oltre che più appagante e incisiva.
Insegnare a chiedere
Iniziamo dai conflitti, una presenza costante tra i bambini. Spesso l’educatore considera il conflitto come un fallimento della propria azione educativa. Egli cerca di risolverlo al più presto, prima che i due litiganti si facciano male, prima che ci si accorga che tutto quello che ha detto e fatto sul valore della pace non ha avuto seguito. Il conflitto non è un’accusa all’educatore, non è un suo fallimento, né un fallimento dei bambini. Può diventarlo, certo, ma non nasce tale. Nella maggior parte dei casi nasce da una comunicazione assente o lacunosa: molto spesso i bambini non sono abituati a chiedere quello che vogliono dagli adulti o dai compagni. Che sia attenzione o una gomma. Forse hanno paura di una risposta negativa, forse si sentono esposti, fragili, nella posizione di richiedenti, forse non sanno come fare a chiedere.Di fatto è raro che chiedano. Esprimono quello che provano, aspettando che gli altri rispondano al loro bisogno, ma non chiedono. Se gli altri non rispondono alla loro richiesta muta allora può succedere che cerchino di ottenere loro stessi, in qualche modo goffo e violento, quello che vogliono. Non bisogna allarmarsi eccessivamente di fronte a queste esternazioni: se le si vuole evitare veramente occorre andare alla radice di questi comportamenti inaccettabili, ritornando alla domanda inespressa: «Che cosa vuoi?». Insegnare a chiedere è evangelico. Gesù non solo in molte occasioni chiede agli ammalati che incontra cosa vogliano da lui, quasi che la risposta sia una condizione per la guarigione, ma ripete «chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete».
Sì, sì, no, no
Oltre a chiedere l’educatore deve insegnare a rispondere, e a rispettare la risposta ricevuta. «Che il vostro parlare sia sì, sì, no, no» (cf. Mt 5,37) non potrebbe essere la richiesta di chiarezza, di non ambiguità, nelle risposte? Ai bambini si insegna così la libertà: se vuoi rispondere di sì, fallo con convinzione, perché lo vuoi, non per paura di fare un dispiacere o di una ritorsione. Se intendi dire no, dillo senza tentennare. Non sarà facile per l’altro riceverlo, ma tu hai il diritto di dire “no” alla sua richiesta.
Non è facile educare i bambini a questa libertà: spesso guardano l’adulto aspettando che fornisca la risposta “corretta”, quella che faccia contenti tutti. Questa risposta l’adulto non ce l’ha. Le risposte che può fornire o scontentano una delle parti o entrambe: non sono soluzioni che reggono, hanno il solo pregio di essere veloci. Il ruolo dell’adulto è permettere che i due si parlino, in un contesto sicuro, calmo e protetto da interferenze di altri: i due, se aiutati, sanno dire perché hanno agito in quel modo, quali erano le loro intenzioni e quali no, sanno rispondere alla domanda “che cosa volevi?”. I due sanno trovare una soluzione, una mediazione concordata che sia buona per entrambi. Altrimenti non la si può accettare.
«Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice» (Mt 5,25). il giudice è l’ultimo anello della catena. I bambini spesso appena c’è qualcosa che non va si rivolgono all’adulto perché risolva i loro problemi, quasi che sia un giudice infallibile. Se sono problemi di bambini, sono alla portata di bambini. Se non sono alla portata di bambini l’adulto deve intervenire, ma nella maggior parte dei casi sono problemi gestibili dai bambini e l’intervento dell’adulto è inutile, anzi deleterio. Se l’adulto risolve il problema al posto del bambino cosa gli comunica? Che lui, il bambino, non è in grado di affrontarlo da solo, o che il problema è troppo grande. Non penso che sia quello che voglia comunicare un educatore, quando un bambino si lamenta con lui perché un altro ha usato le sue forbici senza permesso.
Molto spesso si insegna ai bambini a essere accondiscendenti, forzandoli ad accettare proposte che non vorrebbero. Se si insegna ai bambini che solo il “sì” è educato, è accettabile, non possiamo aspettarci che questi bambini siano in grado di opporre un “no” sicuro a una proposta non accettabile, a una piccola sopraffazione. I bambini, le bambine, hanno tutte e tutti la forza per opporsi con decisione a un compagno che non si comporta come dovrebbe. Non si tratta, è bene spiegarlo ripetutamente, di fargli del male, fisicamente o in modi più sottili. Si tratta di non accettare di essere offesi, di non ridere con chi deride, si tratta di comunicare con tutta la fermezza della voce, del viso, del corpo, che quel compagno non si può permettere di comportarsi così. I bambini non lo sanno fare, ma lo possono imparare. Possono imparare a usare la loro forza per esprimere in modo non-violento il disagio che il comportamento di un altro ha provocato. Potrà succedere così che l’altro li ascolterà, e allora «avranno guadagnato loro fratello». L’educatore alla fede avrà allora permesso ai bambini di vivere le loro vicende ordinarie alla luce del vangelo, che è il servizio migliore che possa offrire.