Fede-light e altre bevande annacquate
Abitare una fede autentica o rincuorarsi con una fede superficiale?
di Gilberto Borghi
della Redazione di MC
Che dire di una diocesi che spende 83 mila euro, di cui 60 mila arrivano dall’8x1000, per ristrutturare le cinque porte in legno d’ingresso alla cattedrale?
Indubbiamente il risultato artistico è stato davvero buono, riportando le porte alla loro semplicità originaria, quasi ruvida, che vuole indicare come nella Chiesa si trovi l’essenziale delle cose. E, forse, per renderle particolarmente visibili, durante la festa della città, nel giorno dell’Immacolata Concezione, con più di 5000 persone a spasso attorno alla Cattedrale, quelle porte sono rimaste chiuse fuori dai tempi ordinari delle celebrazioni liturgiche. Dove sta la vera ed essenziale semplicità di questa Chiesa?
La religione come bandiera
La distinzione tra la semplicità vera della fede e quella apparente o “di facciata” è oggi una delle questioni più delicate per il cristianesimo italiano. Spesso infatti si confonde ciò che è essenziale con ciò che è apparente, ciò che è puro con ciò che è superficiale. Eppure tra queste due forme di semplicità corre una distanza enorme, come tra un frutto maturato lentamente e una copia di plastica che gli assomiglia, ma non nutre nessuno.
La semplicità apparente sembra avere due volti in Italia. Nella sua versione identitaria forte, diventa soprattutto un linguaggio di appartenenza, un codice sociale che ordina il mondo più di quanto lo interroghi. Le processioni, i simboli appesi nelle istituzioni, le feste patronali trasformate in manifestazioni civiche: tutto concorre a cercare di creare ancora l’illusione di un cattolicesimo naturale, diffuso ancora nel paese. Ma questa normalità, così radicata da sembrare spontanea, è talvolta una facciata, apparentemente semplice e popolare che nasconde un vuoto silenzioso, un’abitudine più che una convinzione. E in genere non è sinonimo di povertà davvero evangelica.
I gesti sopravvivono, ma spesso senza la profondità che li ha generati: sono riti che rassicurano, offrono continuità, ma raramente aprono a un vero cambiamento dello sguardo. L’identità religiosa diventa una bandiera da sventolare nei dibattiti pubblici, un argomento politico più che spirituale, un confine tracciato per distinguere chi appartiene e chi resta fuori. Il risultato è una religione che parla molto di tradizioni e poco di trasformazione; molto di radici e poco di amore; molto di appartenenza e poco di incontro personale con il mistero. Una fede che sembra semplice, perché confezionata in forme familiari, ma che proprio per questo rischia di non toccare più il cuore: resta in superficie, dove i simboli pesano più del significato e il vangelo diventa cornice decorativa invece che domanda viva.
Per qualche emozione
Ma c’è un secondo modello di questa semplicità più apparente che reale, abitato da una tensione interna. In queste persone non c’è spinta all’identità forte da conservare, ma il conflitto tra una nostalgia di spiritualità, di senso, di comunità che ancora avvertono e il timore della complessità, il bisogno di immediatezza delle risposte e la diffidenza verso le istituzioni tradizionali che non veicolano più la fede come dovrebbero. In questa tensione, la “fede leggera”, a buon mercato, sembra una soluzione: dà l’impressione di credere senza chiedere conversione, di pregare senza cambiare vita, di appartenere senza impegnarsi.
All’interno di questo orizzonte cresce una fede light, istintiva, soprattutto emozionale. Una fede che chiede poco, quasi niente: qualche gesto rituale, un ricordo nostalgico dell’infanzia, una partecipazione saltuaria alle celebrazioni “che non si possono saltare”. È una religione sentita più con la pancia che con la mente, estemporanea e saltuaria, che non espone al rischio di essere provocati o chiamati a cambiare davvero. Il vangelo viene consumato come una piccola dose di conforto, una tisana spirituale che calma senza mai inquietare. Chiaramente è più comoda: non domanda disciplina, non chiede silenzio, non impone coerenza. Questa apparente semplicità funziona perché rassicura: non mette in discussione abitudini, non apre conflitti interiori, non obbliga a scelte scomode. Si aggrappa alle emozioni positive e scarta il resto, consegnando un cristianesimo ridotto a buon senso e a emotività di base. Così Gesù Cristo, più che il profeta che rompe gli schemi e rovescia le logiche per creare amore, diventa una figura etica addomesticata, garante dell’ordine e della stabilità emotiva collettiva.
Matura semplicità
La semplicità autentica della fede, invece, non nasce dalla povertà di pensiero, ma dalla sua maturità. È la semplicità del vangelo, che non è mai banalità, ma essenzialità conquistata attraverso un cammino. È la semplicità di chi ha attraversato il dubbio, le domande, le resistenze, e proprio grazie a quel percorso è giunto al cuore pulsante della propria relazione con Dio. Non elimina il mistero: lo accoglie. Non evita le domande: le abita con umiltà. Non scappa dalla complessità della realtà: prova a leggerla attraverso la luce della fede.
È una semplicità che, proprio perché davvero essenziale, riunisce ciò che prima era frammentato, che dà unità alla persona, che libera dalle sovrastrutture e dall’ansia di possedere risposte totali e permette di mollare la presa, su sé stessi, sull’altro, sul mondo e su Dio. Ma senza rinunciare a vivere, e ci permette di stare in compagnia di ciò che la realtà porta, riconoscendo in essa che ciò che ci spiazza arriva per farci scoprire altre forme di amore che ci abitano. Non confonde il mistero con la vaghezza, non sostituisce la preghiera con la sensazione, non riduce il vangelo a un messaggio politico o motivazionale, non teme la verità anche quando è scomoda, non fugge le domande ma le porta davanti a Dio. Richiede lentezza interiore, ascolto, profondità e, in un mondo così veloce, è faticosa.
L’alternativa con cui dobbiamo fare i conti oggi non è tra fede complicata e fede semplice, ma tra la fede autentica e quella ridotta. La prima è come una casa costruita sulla roccia: apparentemente umile, ma solida. Quella ridotta è come una tenda montata in fretta, magari ben visibile per i colori sgargianti, ma basta un vento più forte e scompare. La vera sfida è recuperare la semplicità che nasce dall’essenziale, non quella che elimina l’essenziale.
La fede cristiana, nella sua forma più pura, è semplice perché centrata sull’essenziale, la relazione reale e vitale con Cristo risorto. È semplice perché nasce dall’amore, non dall’ignoranza. Per questo, oggi più che mai, la sfida è educare ad una fede che non si accontenti delle superfici, ma abbia il coraggio e l’umiltà di andare al cuore, anche andando fuori dalle strutture canoniche. Perché la semplicità vera è un punto di arrivo, non una scorciatoia. È la luce che rimane quando tutte le sovrastrutture sono cadute. È il vangelo nella sua nuda verità, non addomesticato, ma riconosciuto come ciò che è: un invito radicale alla vita.