Semplicemente pratico, praticamente semplice

Cinque luoghi concreti in cui essere semplici è vivere meglio

 di Monica Catani
insegnante di religione cattolica a Monaco di Baviera

 Quando i pensieri girano a vuoto, spesso mi viene in aiuto la musica.

Da qualche meandro dei ricordi di gioventù questa volta sono emersi la melodia e il testo di un noto canto francescano: “Ogni uomo semplice, porta in cuore un sogno... E le gioie semplici, sono le più belle, sono quelle che alla fine sono le più grandi”. Una grande verità quasi banale: mi sembra ovvio, come si fa a non amare la semplicità? Invece no, il mondo è pieno anche di persone che amano le cose complicate, le sfide, le difficoltà da risolvere e appianare. Scalare le montagne, cercarne in continuazione una più alta e più impegnativa, non riposare mai sugli allori. E ci sono poi gli scettici, quelli che intendono la semplicità come incapacità, come modestia in senso negativo, impossibilità, scarsità.
Non è il mio caso, io appartengo quasi sempre alla categoria che, nel dubbio, fintanto che è possibile, sceglie sempre preferibilmente la via della semplicità, la più facile e per me davvero la più bella, già in matematica le semplificazioni mi hanno sempre dato tanta soddisfazione.
Proverò a chiarire questa tesi attraverso un elenco dei luoghi concreti del mio personale quotidiano in cui cerco o incontro la semplicità. Questa sembra poi a sua volta, a seconda dei diversi contesti, attirare altri sentimenti o consapevolezze, come se avesse dentro una potente calamita. 

La casa e la danza

Il primo luogo è l’arredamento di casa: linee semplici, pochi mobili e solo quelli necessari, senza fronzoli o sovrastrutture, senza “zavorra”. In questo la semplicità diventa fonte di libertà, meno oggetti possiedi, meno da sistemare, spolverare, “accudire”, riparare, nel caso sostituire, cosa di vitale importanza per mantenere il tempo e la mente sgombri per le tante cose ben più essenziali che rendono bella e profonda la mia vita.

Il secondo luogo sono le danze, quelle sacre in cerchio che conosco, pratico e amo ormai da decenni e mi muovono anima e corpo. Ci sono quelle semplici e quelle complicate. Le une e le altre sprigionano un’energia completamente diversa. Quando ho il compito di guidare una giornata di danza scelgo in genere una danza complicata, un paio di media difficoltà e sette o otto semplici. Nella difficoltà dei movimenti, nell’impegno di far finalmente combaciare il ritmo della musica con i movimenti dei piedi in combinazione con le braccia e le mani si ottiene, in caso di successo, una grande soddisfazione. Mista all’orgoglio per la riuscita di una prestazione, per il superamento di piccoli e grandi ostacoli, allo stupore per ciò che siamo riusciti a rendere possibile, alla gioia che scaturisce dall’impegno, al superamento della frustrazione. In piccolo, una sudata e incredibile vittoria, una sfida che ha dato il risultato sperato, un limite che si sposta ampliando i nostri spazi.
Le danze semplici invece portano in luoghi interiori completamente diversi. Hanno bisogno di poco esercizio per aderire perfettamente alla melodia e dopo le prime ripetizioni ti prendono per mano nel cammino verso te stesso e verso l’altro da te nell’unità e nella profondità. Per questo tipo di danze amo ripetere: la prima volta si danza per la testa (ci vuole lei all’inizio per ascoltare, capire, coordinare), la seconda per i piedi (che facciano quello che devono in combinazione con la musica) e la terza per il cuore, inteso come il veicolo di trasporto verso me stessa. La terza volta diventa il punto di partenza per una molteplice ripetizione finché non subentra la sazietà. Ma quanta fame abbiamo di questa esperienza! Più i passi sono semplici, più facile è mettere a tacere la razionalità ed entrare in un silenzio interiore in cui corpo, movimento, melodia e spirito raggiungono una perfetta sintonia e aprono la porta ad un sentire intenso personale e di comunione. La semplicità diventa profondità.

 A portata di bimbo

Il terzo luogo è quello del respiro. Anche qui, parto da una semplicità basica di ciò che ci fa stare in questa nostra vita. Sono semplici esercizi di percezione del corpo, piccoli movimenti, alcuni quasi impercettibili, che cercano di coltivare la “presenza”, focalizzandosi sulla consapevolezza del respiro, sui suoi piccoli cambiamenti, tentennamenti, esitazioni, aperture. Cerchiamo di sentire dove il respiro si muove in noi e ci muove, qualche volta ci si posa dentro come una nebbia leggera, altre volte scorre in noi con la forza della corrente di un fiume o della lava di un vulcano e può sbloccare corpo e anima. Oppure nel dialogo fra le mie mani e il respiro del paziente, semplicemente ascoltare, sentire, farsi sentire con un impulso, affidarsi al respiro. Semplicità che stimola la vitalità.
Il quarto luogo è quello fisico della scuola, dove incontro, come insegnante di religione, i miei scolari. Più i bambini sono piccoli, più li sento bisognosi della virtù della semplicità. E io mi trovo molto a mio agio quando posso diventarlo con loro. Per fortuna non posso cercare di spiegare ai bambini di prima classe il mistero teologico della trinità. Basta raccontargli di un Dio che ci ama come un padre, che è vita e forza e che è come un fratello maggiore per noi, come Gesù. Un Dio sopra di noi, in noi e con noi. “Elementarizzare” è un concetto tipico della pedagogia (relativamente) moderna rivolta ai bambini nell’età della scuola primaria. Che ovviamente non è banalizzare né raccontare mezze verità. La verità non si dimezza, ci si può avvicinare o cercare di starci dentro.
Il mondo magico dei bambini piccoli è fondamentalmente un mondo semplice, semplificato. I buoni sono buoni e i cattivi cattivi. Le cose che si fanno sono buone o cattive. Esistono di sicuro anche le cose che non esistono (i maghi, gli unicorni, i miracoli, Gesù bambino che qua in Germania spesso porta i regali di Natale). Anche il problema della morte può avere una semplice e logica spiegazione: se non si morisse, sulla terra non ci sarebbe più posto per nessuno. Oppure: è morto perché non poteva più respirare. Poi i bambini ad una certa età cominciano a diventare critici e le domande cambiano. E diventano spesso proprio quel genere di domande a cui non esiste una facile risposta e quindi, semplicemente, provo a salvarmi in angolo. La domanda più gettonata: Se Dio è buono, perché il mio gatto è finito sotto una macchina o papà se n’è andato o a nonna è venuta quella brutta malattia da cui non si può guarire? La mia risposta preferita: «Anche l’insegnante di religione non sa sempre rispondere a tutte le domande, proviamo a cercare una risposta insieme». Alla fine, anche se una risposta univoca non c’è, almeno c’è una ricerca della stessa che crea la base per un sentire comune. Molto più facile ed efficace così che non provare a raccontare del mistero del male. Semplicità che emana desiderio di chiarezza, di verità ma che non rinnega il buio.

 Eppure è così semplice

Per ultimo un luogo di semplicità legato ad una perla di saggezza personale che già tante volte mi ha salvato da tormentosi sviamenti.
Quando sento che dovrei fare qualcosa ma non ne ho per niente voglia, i pensieri cominciano a condurmi su e giù per tante strade sconnesse e ripide, tipo montagne russe, e mi suggeriscono mille motivi per cui avrei il diritto di esimermi, infinite giustificazioni per evitare, possibilità concrete per rimandare o per cercare la persona che dovrebbe farlo al posto mio. A volte riesco a mettere un paletto al mulinello e a dirmi con forza: «Basta pensare, comincia a fare quello che è da fare!». Così il carosello nella mente si blocca e l’azione mi riporta all’esercizio di realtà quotidiana riconnettendomi e mettendomi in pace con me stessa. Quando riesce, mi sembra una cosa così semplice!