Per aggiustare un po’ il tiro
La definizione “Dio è amore” assume pieno senso se compresa nel suo contesto
di Valentino Romagnoli
frate cappuccino, biblista, formatore a Scandiano
Un nostro vecchio maestro introduceva allo studio delle Scritture con queste parole: «La Bibbia non è un libro di teologia; non ci spiega chi è Dio, non descrive la sua natura o le sue perfezioni».
E per quanto noi giovani discepoli restassimo un po’ interdetti (di cos’altro deve parlare la Bibbia, se non di Dio?) non è difficile verificare la bontà di queste affermazioni.
Se infatti ci accostiamo alle pagine della Scrittura cercando definizioni esplicite su Dio, sulla sua essenza o sulla sua natura, rimaniamo piuttosto delusi perché nel Nuovo Testamento, per esempio, le proposizioni “predicative” di Dio (frasi del tipo «Dio è…») si contano sulle dita di una mano. Si dice che «Dio è luce» (1Gv 1,5), «è spirito» (Gv 4,24), «è giudice» (Eb 12,23), oppure «non è il Dio dei morti, ma dei viventi» (Mc 12,27).
Tuttavia in questo quadro reticente, vi è un’affermazione che più di altre si avvicina a essere considerata una vera e propria definizione: «Dio è amore», nell’originale greco ho theòs agápē estín). Si tratta di una celebre frase riportata due volte nella prima lettera di Giovanni (4,8.16) tra le più dense dell’intero Nuovo Testamento ma semplice da capire. Tuttavia proprio questa semplicità rischia di essere fuorviante: isolata dal suo contesto, essa può trasformarsi facilmente in uno slogan sentimentale “mieloso”, quasi da “Baci Perugina”, o peggio ancora moralistico. In realtà, essa porta con sé una vicenda drammatica, nascendo all’interno di un contesto ecclesiale segnato da tensioni e da una crisi interpretativa della fede cristiana.
Per comprenderla occorre dunque chiedersi non solo che cosa significhi dire che Dio è amore, ma perché la prima lettera di Giovanni senta il bisogno di affermarlo proprio in questi termini.
Una comunità in crisi
Da diversi decenni gli studiosi fanno riferimento all’ipotesi proposta dal grande studioso cattolico Raymond E. Brown il quale ha tentato di ricostruire l’origine degli scritti giovannei a partire dalla storia della comunità che li ha prodotti, e che egli ha chiamato la “comunità del discepolo amato”.
Secondo questa ricostruzione, il vangelo di Giovanni e le lettere non sono testi indipendenti, ma espressioni diverse di una stessa tradizione, sviluppatasi nel tempo e attraversata da conflitti interni.
All’origine di tutto vi è la figura del “discepolo amato”, uno dei testimoni privilegiati dei momenti decisivi della vita di Gesù: è colui a cui Gesù affidò la madre ai piedi della croce (Gv 19,26), la tradizione lo ha identificato con Giovanni figlio di Zebedeo, anche se la questione resta aperta.
La memoria di questo discepolo è all’origine del quarto vangelo che venne redatto in epoca tarda e con notevoli differenze rispetto ai Sinottici; mentre infatti i primi tre vangeli proclamano Gesù come Messia e Figlio di Dio, il vangelo di Giovanni si spinge oltre affermando la “preesistenza del Logos” e la sua comunione originaria con il Padre: «In principio era Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). Ne risulta una cristologia “alta”, profondamente teologica e simbolica, che presenta Gesù come Rivelatore definitivo di Dio.
Per aggiustare il tiro
Tuttavia, proprio questa accentuazione della divinità del Cristo poteva comportare un rischio: quello di una ricezione sbilanciata con il pericolo di oscurare la piena realtà della sua umanità. E in questo rischio alcuni membri della comunità sarebbero poi effettivamente caduti. A forza di leggere di Cristo come Dio, alcuni ambienti della comunità giovannea si separarono, creando di fatto una scissione, come leggiamo in 1Gv 2,19: «Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi». Il motivo di questa frattura sarebbe imputabile essenzialmente alla loro lettura spiritualizzante, incline a separare la fede dalla carne, vedendo nella realtà spirituale tutto ciò che vi è di buono, e in quella “carnale” gli elementi negativi da rigettare. In altre parole, una lettura gnostica della fede.
Tuttavia una tale prospettiva è ciò che vi è di più estraneo alla logica biblica dell’Incarnazione.
Secondo Brown, è proprio per rispondere a questa deriva che nasce la prima lettera di Giovanni, come scritto interno alla stessa tradizione, ma con una chiara funzione correttiva per “raddrizzare il tiro”; anni fa un mio allievo durante un esame tentò di sintetizzare questo processo così: «Cari lettori del vangelo, mi avete preso sul serio quando vi ho detto che Gesù è davvero Dio? Ecco, forse mi avete preso un po’ troppo sul serio…». Per rimettere ordine in questo groviglio di idee fuori controllo l’autore di 1Gv ricorre a concetti molto forti, arrivando a bollare gli scissionisti come “anticristi”. Il termine “anticristo” nella prima lettera di Giovanni non designa una figura apocalittica o cosmica nel senso moderno del termine, ma indica concretamente chi nega che Gesù Cristo sia venuto nella carne: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo» (1Gv 4,2-3). Il problema non è dunque un generico avversario di Dio, ma una cristologia distorta: una fede che afferma Cristo senza riconoscerne la piena umanità. L’anticristo di 1Gv non nega la realtà divina di Gesù, ma quella umana.
È qui che si comprende la posta in gioco dell’intera lettera. Non si tratta di aggiungere un’esortazione morale all’amore, ma di difendere la verità stessa dell’incarnazione.
È in questo contesto che va compresa l’affermazione centrale: «Dio è amore». Essa non nasce come definizione astratta dell’essenza divina, né come riflessione filosofica sull’idea di Dio. Nasce piuttosto come sintesi teologica di un’esperienza concreta: Dio si è rivelato nel Figlio venuto nella carne, consegnato alla morte e riconosciuto nella comunità dei credenti.
Un amore incarnato
Ma c’è dell’altro: oltre ai problemi teologici, questa visione dualistica del mondo è gravida di ricadute su tutti i livelli. Se infatti, nella logica degli scissionisti, si pensa che ciò che conta è lo Spirito, allora noi siamo “già” salvati in virtù della resurrezione di Cristo e quindi non c’è bisogno di alcun impegno nel mondo. Se ciò che conta è pregare, avere esperienze mistiche, allora tutto il resto resta secondario, inutile, compreso l’impegno quotidiano all’amore fraterno.
1Gv reagisce con forza a questa impostazione, e dicendo che “Dio è amore” afferma che Dio può essere conosciuto solo nella logica del dono, e che questa logica ha preso forma storica in Gesù Cristo. Da ciò derivano conseguenze decisive su più livelli: sul piano etico, l’amore fraterno non è un’aggiunta morale alla fede, ma il criterio della sua autenticità. «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Sul piano ecclesiale, la comunità cristiana si costituisce come luogo di comunione e la verità della sua fede è verificabile nella qualità delle relazioni. Infine, sul piano escatologico, l’amore non è solo un ideale futuro, ma una partecipazione anticipata alla vita di Dio: chi ama dimora già nella realtà ultima promessa.
Alla luce di tutto questo, l’espressione «Dio è amore» è ben lontana da ogni interpretazione sentimentale o spiritualizzante. Dire che Dio è amore significa affermare che Dio non si lascia conoscere se non in un amore che si è fatto carne e che continua a rendersi visibile nella vita concreta della comunità. In questo senso, l’amore non è un attributo tra gli altri, ma il “volto” stesso di Dio, contro ogni tentazione di separarlo dalla storia (e dalla fragilità) di noi uomini.