Guardo il mondo da quaggiù
Identikit dell’umiltà biblica
di Angelo Reginato
pastore della Chiesa battista, biblista
Le Scritture, ascoltate e vissute, sono la roccia su cui costruire la nostra casa (cfr Mt 7,24ss): su quel fondamento, le discepole e i discepoli di Gesù sono chiamati ad esercitare la loro abilità e la creatività di cui sono capaci per dare forma ad un'abitazione che resista ai terremoti della vita.
La fedeltà alla parola evangelica non consiste nel ripeterla a pappagallo ma nel discernere il suo senso per il nostro tempo. In fondo, è questa l'umiltà prima, chiesta a chi legge le Scritture: misurarsi con la precarietà di una storia in continuo mutamento, senza sapere in partenza cosa significhi vivere il sogno di Gesù nel tempo in cui ci è dato di vivere. Il lievito rimane lo stesso - “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8); ma la pasta cambia e il risultato dell'incontro tra i due ingredienti non è per niente scontato.
L’umiltà prima
Di qui l'umiltà prima, quella di chi non presume di avere già trovato ma si mette in ricerca, prestando ascolto alla Parola e alla storia: un'operazione da vivere insieme, pena l'alto rischio di trovare solo conferme al proprio sentire. In prima battuta, dunque, l'umiltà è accettazione consapevole della propria storicità, della nostra terrestrità. Il che ci dovrebbe mettere al riparo dalla pretesa di sapere tutto su Dio e sulla sua volontà. Come ci ricorda il saggio Qohelet: “Non essere precipitoso con la bocca, e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole” (5,1). “Tu sei sulla terra”: ricordati che sei humus, terra.
In questo senso, l'umiltà è il riconoscimento della nostra condizione umana, essenzialmente fragile, precaria. Eppure questa nostra umanità è stata sognata da Dio fin dal principio. È stata amata persino quando ha mostrato la sua non amabilità. Anche Dio è consapevole della nostra limitatezza, la quale suscita in Lui non sentimenti di disprezzo, ma mette in subbuglio le sue viscere di misericordia, provando nei nostri confronti quel legame indiscutibile, non legato al merito, che una madre sente per il frutto del suo grembo.
Su questa roccia, quale casa potremmo azzardarci a progettare e costruire, oggi? Dove “oggi” significa in un tempo in cui è la prepotenza a risultare vincente. Oggi, mentre si esalta la figura di Francesco d'Assisi e, contemporaneamente, si lasciano affogare in mare i nuovi lebbrosi; si ricorre al linguaggio dell'odio e non a quello della fraternità. Oggi, in un tempo in cui l'umiltà viene ritenuta un inutile freno al desiderio di espandere la propria personalità. Quale casa possiamo erigerle? Questa è la domanda che dobbiamo porci, non affidando la risposta alle considerazioni di un articolo. Qui proverò solo a delineare un orizzonte, entro il quale provare a muoversi.
Oltre il punto di vista
Per parlare dell'umiltà, i libri del Nuovo Testamento ricorrono ad un vocabolo che esprime allo stesso tempo una condizione e una postura. L'umiltà viene espressa con il linguaggio che fotografa una situazione subita, uno stato di miseria, una condizione di umiliazione. Lo stesso vocabolo, poi, indica un modo di abitare il mondo, una scelta di posizionarsi in basso. Ed è proprio in questa ambiguità che emerge l'identikit dell'umiltà biblica e l'intuizione per darle forma nel presente.
C'è una condizione negativa, e dunque ingiusta, che umilia la persona e contro la quale è necessario ribellarsi, decidendo di non subirla passivamente, facendo piuttosto della fede una forza per ristabilire la giustizia, per tornare a gustare la vita. Gesù ha mostrato che, laddove è Dio a regnare, l'umanità sperimenta la liberazione dal male, si apre ad una vita redenta. L'evangelo rialza chi è stato gettato a terra. Ma, allo stesso tempo, invita a condividere quello stato, scegliendo liberamente di mantenere saldi i piedi su quella terra in cui altri sono stati scaraventati.
Se l'umiliazione è un'impostura, l'umiltà è una postura, l'assunzione di quel punto di vista che non prende le distanze dalla vita umiliata, anzi che proprio da lì accende lo sguardo sulla realtà. Collocarsi in basso, condividendo la sorte degli umiliati, è stata la scelta del pastore Bonhoeffer, per il quale l'umiltà evangelica può essere resa con lo “sguardo dal basso”. Riascoltiamo le sue parole: “Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi – in una parola dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la riflessione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più elevata, il cui fondamento sta veramente al di là del punto di vista dal basso e dall’alto”.
Nuove strade
I racconti evangelici narrano dello sguardo di Gesù sul mondo, non catturato dalle opere eclatanti dei potenti ma capace di intercettare il gesto nascosto di una vedova che getta pochi spiccioli nel tesoro del Tempio, i volti dei derelitti che mendicano la sopravvivenza e non osano credere che anche per loro ci sia una promessa di vita.
Gesù posa il suo sguardo sulla vita offesa, umiliata, ne condivide la sorte, ne sostiene la voglia di riscatto. E ai suoi discepoli chiede di assumere il medesimo sguardo, imparando da Lui, che è “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). L'umiltà è la scelta di stare con i piedi per terra, senza fughe in avanti, fatte in nome della propria eccellenza, che genera presunzione e disprezzo degli altri. Luca fotografa questa deriva nell'unica parabola ambientata nel tempio (cfr Lc 18,9ss), mostrando che esiste una religiosità – quella del fariseo – che fa della preghiera il luogo per prendere le distanze dagli altri, soprattutto da quel pubblicano seduto in fondo, che non dovrebbe neppure osare entrare nel luogo sacro. La postura assunta dal fariseo veicola la classica immagine di Dio, che sta in alto, e del credente che si differenzia dagli altri.
L'immaginario religioso di sempre parla la lingua del fariseo. Ma ecco che Gesù ribalta questo immaginario: Dio scende in basso a condividere la sorte delle sue creature; e i discepoli di Gesù sono chiamati a farsi umili, vincendo la tentazione di fare della fede un motivo di presunzione. È lo sguardo dell'umile che può scorgere il Dio di Gesù e sa vedere delle sorelle e dei fratelli negli altri. “Rivestitevi di umiltà nei rapporti reciproci” (1Pt 5,5). “Stimate gli altri, con tutta umiltà, superiori a voi stessi” (Fil 2,3). “Non cercate cose alte, ma piegatevi a quelle umili” (Rm 12,16). Umiltà per non sbagliare il bersaglio riguardo a Dio e all'umanità. Ma deve essere una postura scelta, non una condizione subita. Per questo occorre fare attenzione a chi vorrebbe ingabbiare la nostra libertà e il desiderio di gustare la vita “con un pretesto di umiltà” (Col 2,18).
La sfida, oggi, sta nel sottrarsi al pensiero unico, e immaginare un altro modo di vivere. Mentre nei piani alti si sgomita per emergere e si ricorre alla forza per imporre se stessi, è nei piani bassi che si aprono spazi di creatività. È stando in basso che lo sguardo può scorgere cosa non funziona del nostro mondo e come fare spazio alla parola altra dell'evangelo. L'umiltà, oggi, è una scelta strategica per uscire dalla coazione a ripetere i modelli vincenti, che usano anche la religione per legittimarsi, e aprire nuovi percorsi.
Segnaliamo il volume di prossima pubblicazione:

LIDIA MAGGI-ANGELO REGINATO
Ma noi chi siamo? La questione identitaria nei libri di Rut e Giona
Claudiana 2026