Come ricchi ereditieri

A chi confiderà nel Padre, sarà dato il suo regno in eredità

 di Chiara Francesca Lacchini
clarissa cappuccina del monastero di Primiero (TN)

 La lontananza culturale e religiosa tra noi e l’ambiente in cui è nata e si è sviluppata la forma letteraria delle beatitudini potrebbe rendere difficile la comprensione esatta del significato che avevano quando Gesù le proclamava ai suoi contemporanei.

I rabbini che precedono Gesù come anche quelli del suo tempo si servivano spesso della forma letteraria delle beatitudini e delle maledizioni: per inculcare i valori sui quali valeva la pena costruire la vita dicevano: “Beato colui che…”; per mettere in guardia da proposte ingannevoli e illusorie usavano invece l’espressione: “Guai a chi si comporta in questo o in quest’altro modo”. Essendo questo il modo di comunicare impiegato dai saggi in Israele, non desta meraviglia che nei vangeli si trovino alcune decine di beatitudini e anche ripetute minacce. Al tempo di Gesù, dunque, era usuale il ricorso alla beatitudine per veicolare un insegnamento, ed è dentro questa tradizione che possiamo leggere le beatitudini evangeliche. 
La narrazione che si rifà all’evangelista Matteo è particolarmente attenta alla tradizione del popolo di Israele e, tenendo conto di questo, potremmo pensare che quello che Gesù proclama nel Discorso della montagna (Mt 5,1-12), rappresenti il vertice dell’insegnamento sapienziale biblico, reinterpretando in chiave cristiana la saggezza del Primo Testamento. Le beatitudini potrebbero essere come una “via verso la felicità” per chi cercava il senso dell’esistenza nella “vera Sapienza”, nel timore del Signore e nell’agire secondo Dio.
A differenza della sapienza antica, che spesso associava la benedizione a lunga vita e ricchezza, Gesù proclama beati coloro che sono umanamente poveri, afflitti, perseguitati, affamati… Questa è una prima “salutare dissonanza” che il brano ci offre, definendo un diverso sistema di valori per stabilire il vero bene per la vita, indicato non tanto nel potere, nel dominio, nella ricchezza, ma nell’essere poveri, miti, afflitti, piangenti, perseguitati. A questo riguardo possiamo sottolineare che la difficoltà a comprendere questo insegnamento di Gesù non è solo nostra. Anche i suoi contemporanei devono aver provato il nostro stesso disagio di fronte ad una prospettiva che capovolgeva il comune pensare.

 I poveri davanti a Dio

«Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli». Beato, makários significa felice, fortunato, beato; quando parliamo di beatitudine, in generale, pensiamo a uno stato di vita contemplativo, o comunque a un tipo di felicità che si qualifica attraverso una presa di distanza dalle questioni umane. Nella Bibbia greca dei LXX il termine traduce generalmente l’ebraico ‘ašrê, la cui radice semantica rimanda all’idea di “andare avanti”, “procedere”, “guidare” o “muoversi in linea retta”. Il termine ebraico, e la mentalità che c’è sotto, ci fa comprendere una situazione molto interessante: essere beati e felici non è uno stato, un punto di arrivo in cui fermarsi a godere della meta raggiunta ma un cammino costante verso qualcosa o Qualcuno da cui ci si sente attratti, per cui felicità, beatitudine, movimento si identificano e si sostengono. Essere beati significa quindi camminare sulla retta via, coerentemente con la volontà divina.
Questa interpretazione giudaica delle Beatitudini ci può offrire una chiave di lettura diversa sull’insegnamento di Gesù. L’elenco delle otto beatitudini che ci offre il vangelo potrebbero essere anche tradotte con “va’ avanti, cammina!”. La felicità, dunque, è la condizione di chi trova il modo per andare avanti, senza adagiarsi nelle situazioni di sconfitta e di morte. Ecco perché può avere senso trovare una ragione bella di vita anche nell’essere poveri, cioè nell’essere nel numero di quegli ‘anawim, i “curvati”, quel “resto di Israele” umile e povero che confidava solo nel Signore Dio (cf. Sof 3,12).  La povertà vissuta e annunciata da Gesù – lui che è l’uomo delle beatitudini – non è un mancare di tutto (non si troverebbe mai il fondo!), non è miseria o indigenza, ma è una rinuncia a possedere per sé. La Bibbia interconfessionale propone una traduzione interessante ai fini della comprensione del testo: “Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio; Dio darà loro il suo regno”. Questa cosiddetta “povertà spirituale” viene esplicitata come povertà “di fronte a Dio”. È relativo il fatto di essere o non essere poveri di fronte agli uomini; di avere o non avere. Dio che vede nel segreto – sarà poi tutto il discorso che proseguirà Matteo in questo grande Discorso della montagna – saprà leggere la nostra verità e dare adeguata ricompensa a quello che siamo veramente.

 Contar solo sul Padre

La comprensione di questa prima beatitudine, possibile chiave di lettura di tutto il Discorso della montagna, sta nella vita e nell’esperienza di Gesù: lui si rivela come il credente che si trova a non avere nessuno su cui contare se non il Padre; nessuno a difenderlo, nessuno a sostenerlo, come un uomo che non conta nulla per il potere e per la gente, un uomo solo e povero come il Servo sofferente di Isaia, come il giusto povero che nei Salmi può unicamente gridare a Dio, affidandogli tutta la propria vita! Non la tomba offertagli da un ricco notabile (cf. Mt 27,57), non gli inviti ricevuti da uomini ricchi, non i banchetti con i peccatori manifesti hanno ferito la sua povertà o l’hanno contraddetta. Sì, Gesù è stato “il povero del Signore”, il “povero nello spirito”, dalla nascita fino alla morte: è stato libero come può esserlo solo chi è povero nel cuore; è stato capace di accogliere le umiliazioni, sottomettendosi per amore a tutti coloro che incontrava, senza rispondere alla violenza con la violenza, ma continuando sempre a vivere nell’autentica, profonda povertà.
Il discorso è ben più profondo ed impegnativo del privarsi di qualcosa, del rinunciare a qualche bene per una ricompensa più grande. In ballo non c’è il “paradiso da meritare” ma il regno dei cieli che il Padre dona già ora a coloro che decidono di mettersi in viaggio verso una felicità paradossale, dove la vera ricchezza sta nel non lasciarsi possedere da ciò che non può dare felicità. La prima beatitudine non ci invita a buttare dalla finestra ciò che si ha, a ridursi in miseria, a diventare accattoni. Gesù non ha mai disprezzato la ricchezza e non ha invitato a distruggerla; ne ha denunciato i rischi e i pericoli qualora vi si attacchi il cuore, e può diventare un ostacolo a varcare la porta stretta del Regno. Ci invita piuttosto a lasciarsi illuminare dalla parola evangelica per accogliere la consapevolezza che tutto abbiamo ricevuto in dono e tutto siamo chiamati a trasformare in dono. Tutti chiamati a camminare verso il regno, poveri nello spirito, cioè simili al Figlio, che non ha trattenuto nulla per sé e tutto si è donato.  “Beati i poveri in spirito” non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza in un mondo nuovo e in un modo nuovo di vivere.

 Radicale desistenza

La promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda ad un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata in un regno che Dio dona già ora, il regno di relazioni nuove, di capacità di misura differenti, dove la vita di ognuno di noi non dipende dai beni che possediamo ma da Colui da cui ci lasciamo possedere. Fino alla grazia di quella che un autore moderno ha chiamato la “radicale desistenza”, ovvero la sconfessione pratica di ogni arrogante sufficienza, di ogni pretesa di dominare e prevalere sull’altro, di ogni egoistico possesso materiale o spirituale che può darci l’illusione di essere qualcuno o qualcosa. Per essere “poveri in spirito” è sufficiente riconoscersi figli del Padre. E il cammino verso questa condizione di figli è il cammino dello spogliamento, della consapevole povertà di chi sa che Dio non si stanca di accompagnarci con pazienza, dandoci il tempo, la sofferenza, l’amore, le crisi, i regali, le sorprese, le relazioni che ci servono per convincerci di quello che siamo, e per assicurarci che quello che siamo a Lui basta!