Si inizia parlando di moda: precisamente del saio cappuccino, che resiste sul mercato fratesco da molti secoli. Viene poi presentata una nuova iniziativa del convento di Imola: “A scuola di misericordia con Gesù, san Francesco e papa Francesco”. Immancabile e gradito è il fioretto cappuccino che presenta frate Samuele indiano tra gli indiani. E infine ricordiamo un caro fratello che ci ha lasciati: Innocenzo Vaccari.

Nazzareno Zanni

L’abito che usa il monaco 

Il saio dei cappuccini, nei secoli, ci riporta allo spirito francescano 

Vestito in piena Regola

Rubrica in Convento L'abito 01Francesco d’Assisi, dopo che il Signore gli diede «d’incominciare a fare penitenza» (Testamento 1: FF 110), era stato radicale nella scelta dell’abito da indossare.

Restituiti al padre Pietro di Bernardone i ricchi panni dei facoltosi di Assisi, esegue alla lettera le parole di Gesù agli apostoli e veste una ruvida tunica a forma di sacco, una grossolana corda da stringere ai fianchi, niente calzature e bastone, e, così, via per il mondo, povero tra la gente povera, con lo stesso vestito e un cappuccio per ripararsi dalla pioggia, dal vento e dal freddo. Il colore della tonaca dipendeva dalla lana disponibile, di qualunque tipo fosse; era tessuta a mano e dalla grossolana stoffa ottenuta, color cenerino-grigio con tonalità variabile, si ricavava il saio. San Bonaventura, ministro generale dell’Ordine, nelle Costituzioni Narbonensi del 1260, canonizzò tale colore: la trama della stoffa doveva essere formata da due fili neri e uno bianco.

L’aspetto dell’abito dei cappuccini è rimasto pressoché immutato dai suoi inizi, abito che corrispondeva alla regola di San Francesco: un saio lungo fino ai piedi, a forma di sacco più largo alla base, con un cappuccio lungo e a punta, un cordone ai fianchi, dal quale pende una corona del rosario con la croce nuda, perché il cappuccino deve essere lui stesso il Cristo crocifisso, sandali ai piedi, e barba tradizionalmente più o meno incolta, e oggi anche assente. Sappiamo che il nome di questi frati, nati nel 1528 dal fecondo albero francescano, fu dato loro dal popolo di Roma, proprio per via del lungo cappuccio a punta aguzza che portavano: «scappuzzini» prima e poi cappuccini. I cappuccini, forti del testo della Regola: «Tutti i frati si vestano d’abiti vili; e possono rappezzarli con sacco, e con altre pezze con la benedizione di Dio» (Regola bollata II,16: FF 81), non tardarono, quali pezze consentite dalla Regola e nonostante le perplessità dei frati più rigidi, a inventarsi tasche e tasconi cuciti sul saio, di cui le più grandi collocate ai fianchi si chiamavano “fiancali”, ricettacolo delle cose più impensabili. In seguito si aggiunse una lunga pezza rettangolare con funzione di tasca, cucita sul petto, che partiva dal cappuccio e arrivava fin sotto il cingolo, chiamata «paternità» , in quanto inizialmente riservata ai soli frati sacerdoti, o pettorina per la sua posizione, oggi adottata dalla maggioranza dei frati.

 
Povero e decoroso

Rubrica in Convento L'abito 02Quando anche il concilio Vaticano II entrò nella questione dell’abito degli Ordini religiosi, stabilendo che fosse «semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso», e che gli abiti che non concordavano con tali norme fossero mutati, per i cappuccini nulla fu cambiato, in quanto il loro risplendeva per semplicità e povertà, elegante a suo modo, senza tanti orpelli superflui. La gente, che ha l’occhio lungo, vi ha sempre visto un segno inconfondibile di umiltà e di essenzialità, per cui i cappuccini fin dal loro inizio furono amati profondamente ed ebbero l’appellativo, tutt’altro che umiliante, di «frati del popolo». Naturalmente, non esistendo più per le Province un proprio lanificio, oggi si usa una stoffa più gentile, tessuta industrialmente, e i sandali non sono rozzi come un tempo, quando venivano confezionati in convento con quello che si riusciva a trovare, cucendo o inchiodando strisce di stoffa resistente o di pelle a una suola di duro cuoio. Le ultime Costituzioni (2013) così codificano l’aspetto esteriore del cappuccino: «Secondo la Regola e l’uso dell’Ordine, il nostro abito consiste nella tonaca di color castano con il cappuccio, del cingolo e dei sandali o, per giusto motivo, delle scarpe. Circa la consuetudine di portare la barba, si applichi il criterio della pluriformità» (35,2). 

Rubrica in Convento L'abito 03Espressione dei valori vissuti

Oggi, con il mutare dei tempi, lo splendore dell’abito cappuccino può apparire alquanto sbiadito nel nostro paese, dove l’urbanizzazione ha imposto ai frati una “presenza urbana”, per cui i conventi, un tempo collocati alla periferia delle città e dei centri abitati, sono ora immersi in una selva di case e palazzi, risultando quasi invisibili e talora anonimi. Vi sono però altri motivi per cui è meno frequente vedere il saio cappuccino sulle nostre strade. I frati, in attesa degli eventi, preferiscono generalmente la vita “ad intra”, piuttosto che l’audacia di gettare le reti in alto mare. Due esempi soltanto. I tanti predicatori, che percorrevano l’intera Italia e si portavano anche al di là delle Alpi facendo brillare di luce il loro abito color marrone e risuonare la loro voce semplice e tonante persino nelle cattedrali, oggi si contano sulle dita di una mano, quando la loro predicazione, che si distingueva per semplicità e fantasia, richiamava folle oceaniche e si incideva profondamente nel cuore degli uditori. La folta schiera dei fratelli questuanti, che con l’umiltà del loro saio, spesso logoro e non sempre in ordine, bussavano rispettati e aspettati alle porte delle case sia nelle città che nelle campagne, ai nostri giorni rimangono quasi solo un lontano e rimpianto ricordo, quando essi sapevano parlare il linguaggio della povera gente, condividendone i dolori e il sudore, e divenendo al tempo stesso messaggeri di genuino spirito francescano. Eppure tali figure - predicatori e fratelli questuanti - costituivano la nostra più genuina carta di identità, come ci testimonia la storia di santità dell’Ordine cappuccino, e un lasciapassare anche in ambienti non proprio amici.
L’Ordine cappuccino, a partire dagli anni Sessanta-Settanta, sta ancora sperimentando un lungo e faticoso travaglio nel ricercare una nuova identità e un rinnovato slancio, con la prospettiva che «non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte, ma quella che meglio risponde al cambiamento» (Charles Darwin). Non si tratta però di uno stravolgimento dei valori vissuti e testimoniati da tanti confratelli del passato, quanto piuttosto di una lettura dello spirito austero e gioioso delle origini rivisitato nell’oggi, nel quale come potrebbe mancare l’umile ma glorioso saio color castano?