Una sala scommesse in un quartiere popolare, alle undici del mattino. Dentro ci sono uomini e donne che non hanno molto, eppure grattano, puntano, aspettano. Chi lavora con le dipendenze sa che il gioco d'azzardo non è un vizio marginale. È una delle dipendenze comportamentali più diffuse in Italia. I gratta e vinci, le slot machine, le scommesse online: un mercato da decine di miliardi l'anno, costruito con precisione ingegneristica sulla psicologia umana.

a cura di Michele Papi

 La dopamina non è prima

Rischiare senza rischiare. Il gioco d'azzardo e la paura del futuro

 di Luca Righi
psicologo e psicoterapeuta

 Per capire perché il gioco d’azzardo attira così tanto, bisogna partire dal cervello o meglio dal circuito della ricompensa.

Quando facciamo qualcosa che il nostro cervello interpreta come vantaggioso per la sopravvivenza (mangiare, socializzare, raggiungere un obiettivo), viene rilasciata dopamina, una sostanza che produce piacere e motiva a ripetere il comportamento. È un sistema evolutivo prezioso. Il problema è che può essere ingannato.
Il gioco d'azzardo inganna il cervello sfruttando il rinforzo a schema variabile: la ricompensa arriva in modo imprevedibile, e proprio l'imprevedibilità rende il comportamento compulsivo. L'incertezza dell'esito produce più eccitazione del vincere sempre, lo sanno bene i progettisti di slot machine, che calibrano le piccole vincite per tenere il giocatore incollato anche quando nel complesso sta perdendo. A questo si aggiunge l'illusione di controllo: la convinzione di poter influenzare l'esito con il numero fortunato, con il momento giusto, con i propri rituali. Chi gioca a lungo sviluppa spesso una cosmologia personale fatta di scaramanzie e sequenze. È il modo in cui la mente cerca di dare senso a ciò che senso non ha. Non è stupidità: è umanità. E il gioco lo sfrutta con cinismo.

 Oltre la dopamina: il gioco e l'anima

La neurobiologia spiega il meccanismo, ma non dice tutto. Alfred Adler, uno dei grandi pensatori della psicologia del Novecento, sosteneva che ogni essere umano è mosso da una spinta fondamentale: il desiderio di superamento, di diventare qualcosa di più di ciò che è. Adler chiamava questa capacità di muoversi creativamente verso il futuro il “sé creativo”, e indicava nel coraggio la condizione necessaria affinché questo movimento vitale potesse avvenire: il coraggio di affrontare l'incertezza, di rischiare l'errore, di esporsi al giudizio della realtà.
Le dipendenze comportamentali – e il gioco d'azzardo in modo paradigmatico – annientano precisamente questo. Non solo perché occupano tempo e risorse, ma perché spezzano il legame tra il bisogno e il desiderio. Il bisogno è immediato, corporeo, urgente: vuole soddisfazione adesso, vuole ridurre la tensione nel più breve tempo possibile. Il desiderio, invece, guarda lontano, è orientato verso qualcosa che non si ha ancora, che forse non si avrà mai del tutto e, proprio per questo motiva, spinge, dà senso al cammino. Il desiderio è ciò che permette di sognare, di proiettarsi in un futuro che vale la pena costruire.
Nella dipendenza da gioco, il bisogno prende il sopravvento e schiaccia il desiderio. Non c'è più spazio per il sogno, per la speranza, per l'attesa feconda. C'è solo il prossimo gratta e vinci, la prossima puntata, il prossimo giro. Il sé creativo si atrofizza, il coraggio si svuota, e quella spinta vitale che dovrebbe orientare la persona verso qualcosa di più grande viene consumata in una ripetizione senza uscita. È per questo che il gioco d'azzardo non è solo una questione di soldi persi o di ore sprecate. È una questione di vita, nel senso più pieno del termine.

 Il paradosso che fa pensare

Un frate cappuccino che lavora con i giovani mi ha posto una domanda interessante: “Come mai le stesse persone – e in particolare i giovani – che sembrano affascinate dal rischio del gioco, sono poi paralizzate di fronte alle scelte vere della vita? Come stanno insieme la dipendenza dal brivido della scommessa e la paura di scommettere su sé stessi?”. È un paradosso solo in apparenza. In realtà, nasconde una coerenza profonda. Il rischio del gioco d'azzardo è un rischio addomesticato. Ha confini netti: si entra, si gioca, si esce (o almeno, così sembra all'inizio). L'esito è immediato, misurabile, definitivo. Non richiede di mettere davvero in gioco la propria identità, le proprie relazioni, i propri valori.
La vita vera funziona diversamente. Scegliere una strada, una vocazione, una relazione significa accettare che l'esito non sarà mai immediato né certo, che ci vorrà tempo, che il fallimento avrà conseguenze reali e durature, che si dovrà rispondere di quella scelta davanti a sé stessi e agli altri. È un rischio che coinvolge il sé nella sua interezza. Ed è questo, esattamente questo, che spaventa. Il gioco d'azzardo offre allora una via di uscita seducente: l'emozione del rischio senza la responsabilità del rischio. La scarica adrenalinica della scommessa, senza dover fare i conti con chi si è e chi si vuole diventare. È una forma sofisticata di evitamento, travestita da coraggio.

Una generazione in bilico

Non è un caso che il gioco online stia crescendo soprattutto tra i giovanissimi. L'adolescenza è il tempo in cui si costruisce l'identità, e costruire l'identità fa paura, perché significa scegliere, escludere, rinunciare ad alcune possibilità per abitarne solo una. Il web ha moltiplicato le opzioni disponibili in modo esponenziale, e paradossalmente questo non ha reso i giovani più liberi, ma più incerti. Quando tutto è possibile, scegliere qualcosa di concreto sembra una perdita. In questo contesto, il gioco funziona come un anestetico: promette eccitazione senza impegno, identità senza fatica. Per qualche minuto si è il giocatore che rischia, che potrebbe vincere, che vive sul filo. Poi finisce, e si ricomincia. È una vita parallela, comoda proprio perché non è vera.
Chi accompagna i giovani – educatori, genitori, figure religiose – si trova davanti a una sfida precisa: non si tratta di togliere il gioco, ma di aiutare la persona a riconoscere il bisogno che ci sta sotto e a immaginare che esiste un altro modo per rispondervi. Questo significa creare contesti in cui il rischio reale sia praticabile e sostenuto: scegliere un impegno, mettersi alla prova, fallire e ricominciare in un ambiente che non giudica ma accompagna. Le migliori esperienze educative – sportive, artistiche, spirituali, di volontariato – funzionano esattamente così: offrono un campo in cui il “sé creativo” di cui parlava Adler può tornare a muoversi, in cui il desiderio può riaprirsi verso qualcosa di più grande del prossimo gratta e vinci.
Ma prima ancora dei progetti e delle attività, c'è qualcosa di più semplice e più esigente: la relazione. Una relazione significativa con un adulto – un educatore, un genitore, un frate, un allenatore – che abbia la pretesa di esserci davvero. Non solo nei momenti eclatanti, nelle crisi o nelle vittorie, ma anche nella noia, nell'ordinario, in quei pomeriggi in cui non succede niente di speciale e ci si trova comunque lì, insieme. È proprio in quei momenti che si impara qualcosa che nessuna slot machine può insegnare: che una relazione ha ritmi lenti, che attraversa la ripetizione e la fatica, che può annoiare e deludere e tuttavia continuare a esistere. Che si può stare con qualcuno senza bisogno che accada sempre qualcosa di emozionante.
Questa è la palestra più autentica del coraggio relazionale. Un giovane che ha sperimentato una relazione così – con i suoi rischi, le sue soddisfazioni quotidiane, la sua imperfezione abitabile – ha già dentro di sé qualcosa di molto più solido di una quota vincente. Ha l'esperienza concreta di essere complesso, di avere una storia che vale la pena raccontare, di poter deludere e essere perdonato, di poter essere annoiato e restare comunque. Nessun algoritmo sa replicarlo.
C'è una domanda che può essere un punto di partenza, tanto per chi lavora con i giovani quanto per chi si riconosce in queste pagine: cosa stai aspettando che il gioco non può darti? Il gioco può dare emozione, ma non esperienza. Può dare eccitazione, ma non senso. Può simulare la vita, ma non viverla. Il rischio vero – quello che chiama in causa la propria storia, i propri desideri, il proprio coraggio – è l'unico che lascia una traccia.