Tra due anni i cappuccini celebreranno il V centenario della loro nascita: 1528-2028. Un elemento distingue l’inizio della riforma cappuccina dalle altre riforme francescane: il riferimento forte al Testamento che san Francesco scrisse nel 1226, pochi mesi prima della sua morte, perché i frati lo leggessero insieme alla regola approvata tre anni prima, come «ricordo, ammonizione, ed esortazione».

a cura della Redazione di MC

 Ora 800, tra due anni 500

Ancora cappuccini: la lettera del generale

 di Fabrizio Zaccarini
della Redazione di MC

 In occasione dell’VIII centenario dalla morte del Santo di Assisi, fr. Roberto Genuin, il responsabile dei cappuccini di tutto il mondo, generale in linguaggio fratesco, ha inviato una lettera a tutti noi frati per ricordarci che l’unico scritto autobiografico del Santo è stato la stella polare della nostra riforma.

Ha voluto dare così un contributo anche alla preparazione del centenario cappuccino. Evidentemente, il generale ritiene che il Testamento debba e possa mantenere un ruolo generativo per noi frati del ventunesimo secolo.

 Regola di amore

Questi i tratti identitari irrinunciabili che Francesco propone ai suoi frati come sua preziosa eredità: prossimità alle persone marginali e sofferenti; lavoro manuale per provvedere alle proprie necessità ed elemosina, «come gli altri poveri», quando i frutti del lavoro non fossero sufficienti; la povertà delle nostre case; e, infine, condizione subalterna anche nella Chiesa per cui non deve essere chiesto al Vaticano il privilegio di poter predicare ovunque, anche senza l’approvazione di vescovi o parroci. Questi sono anche gli elementi che i cappuccini recuperano e cercano di vivere come e per quanto possono.
Nel 1536 le costituzioni di Santa Eufemia, primo testo giuridico significativo dei cappuccini, affermano esplicitamente: «si observi el Testamento del padre nostro san Francesco». Fr. Giovanni da Fano, commentando la regola aggiunge: «Chi non estima il detto Testamento, né si cura osservarlo ne le cose che può, mostra poco amar tanto padre e poco estimar la paterna eredità e benedizione». E così diventa chiaro che l’intenzione non fu tanto quella di un’osservanza giuridicamente più rigida della lettera della regola. Infatti, ricorda il generale, «ogni fratello cappuccino doveva conoscere la persona di Francesco, e attraverso di lui Cristo stesso, e vivere con zelo secondo il vangelo, osservando la regola. Doveva imitare Francesco, così come lui imitava Cristo, assimilandosi completamente a Lui».
Lo stesso Giovanni da Fano individua un’importante condizione preliminare che rende possibile una buona interpretazione del vangelo e della regola: «come la evangelica legge è legge di amore e di grazia e de manifestazion del Figliol de Dio, per li peccatori umanato e morto, così questa regola è regola di amore, e il Spirito di Cristo porta in sé e la grazia sua, e però chi la vole intendere è necessario ch’abbia in sé il Spirito di Cristo, il quale non è altro ch’uno ardente desiderio di conoscerlo, amarlo, imitarlo, abbracciarlo e portarlo nel core».

 Doppia fedeltà

Da sottolineare questo particolare: i cappuccini vogliono restare obbedienti al papa e, ad un tempo, al Testamento cui attribuiscono la stessa autorevolezza della regola bollata. Ma papa Gregorio IX, nel 1230, con la  Quo elongati, aveva già risposto pubblicamente ai francescani negando a questo scritto ogni valore giuridicamente vincolante. I cappuccini da parte loro cercano di sciogliere la  contraddizione affermando di voler accettare ogni spiegazione papale che aiuti a capire meglio la regola, ma di non voler approfittare di concessioni e privilegi offerti dal Papa per facilitare la loro vita quotidiana, per non allontanarsi dall’intenzione originante del loro fondatore.
Così, continua fr. Roberto, «una così forte enfasi sul ruolo del Testamento sul piano giuridico ha quindi portato a una nuova visione della regola e alla sua interpretazione in ambito spirituale. Ha permesso di guardarla attraverso la lente della persona di Francesco e della sua vita. Ha spostato l’accento dal documento giuridico, che era la regola, alla persona del suo autore, Francesco stesso. Di conseguenza, si può parlare di una nuova ermeneutica cappuccina della regola, che introduce come nuova categoria l’amore per Francesco e si allontana così dal piano delle indagini giuridiche su di essa. Finora, infatti, la sua interpretazione poneva su due poli opposti la comprensione letterale e quella spirituale della regola, dove quello spirituale significava “aperto alle decisioni dei papi”, che in questo modo cercavano di adattarla alle mutevoli condizioni di vita, mentre quello letterale era visto come “osservanza esteriore della regola” con un’enfasi esagerata sui comandi di Francesco e la loro rigorosa e accurata osservanza».
Ora, lo stesso generale, onestamente, osserva che «esaminando le attuali Costituzioni dei tre ordini francescani – frati conventuali, frati minori e frati cappuccini – è difficile notare differenze nell’interpretazione della regola di Francesco, come invece accadeva alcuni secoli fa. Tutti parlano della necessità di comprenderla spiritualmente e di osservarla alla luce della vita e della persona del fondatore. Tutte incoraggiano a leggere gli scritti del Santo e a conoscerlo». Sembra dunque di poter dire che i cappuccini, con il loro ostinato affetto per il Testamento, abbiano apportato un’importante contributo per una migliore interpretazione della regola e della nostra vocazione evangelica da parte di tutti i francescani. Ma credo sia fecondo soprattutto sottolineare che i cappuccini, ispirati dall’annuncio e dalla vita evangelica di Francesco, nelle circostanze sociali ed ecclesiali proprie al loro tempo, seppero porsi con creatività tra fedeltà all’intuizione evangelica originante e apertura al presente così come esso si presentava. Certo le sfide fondamentali resteranno sempre quelle indicate da Francesco, ma come potranno i francescani reinterpretare queste sfide?

 Obbedendo al dirottamento

Io, da parte mia, scrivo quest’articolo il 26 giugno, giorno del cinquantanovesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani. Pochi mesi prima di essere trasferito sul monte Giovi, nell’esilio di Barbiana, per evitare che la madre si affannasse a cercare l’aiuto di chi poteva influire sulla curia diocesana di Firenze perché cambiasse una decisione già presa, le scrisse «senza questa premessa fondamentale dell’essere nel posto in cui ci hanno messo le circostanze e non in quello che s’è scelto non è possibile impostare religiosamente nulla».
Allo stesso modo, l’avventura di conversione evangelica di Francesco iniziò quando egli si lasciò condurre dal Signore tra quelli che non voleva vedere perché era cosa troppo amara per lui, cioè i lebbrosi. Dio volle che, stando con loro, Francesco scoprisse il valore e la leggerezza liberante della misericordia che il Padre gratuitamente dona ai suoi figli. Entrambi hanno fatto posto al vangelo nella concretezza della loro vita, accogliendo il dirottamento che i loro progetti stavano subendo come un’occasione di abbandono filiale alla mano provvidente di Dio Padre. E così, ciò che sembrava amarezza e cioè sottrazione di vita, proprio lì, tra quelli che erano più radicalmente esclusi dalla vita sociale, divenne dolce sovrabbondanza di vita. In fin di vita Francesco dovrà confermare questa disponibilità quando si sentiva tradito dai suoi stessi fratelli.
Non voglio affannarmi a cercare indicazioni (pseudo)profetiche su come vivere oggi i tratti identitari proposti da Francesco e ripresi dai cappuccini. Credo sia utile invece sottolineare la postura che assumiamo in questo momento storico non solo noi cappuccini, o tutti i francescani consacrati, ma tutta la Chiesa tra le ambiguità delle attuali circostanze storiche e i germogli evangelici che in essa stanno crescendo. Mi pare sia questa ora la prima e più decisiva consegna che ci offre il Testamento di Francesco: accetteremo di essere là dove ci metteranno le circostanze o proveremo a stare là dove avremo deciso noi?
Non dunque i progetti di pastorale, non la resistenza in barricata all’avanzamento della secolarizzazione, ma la docilità allo Spirito che, nell’ambigua concretezza della storia, parla e agisce nella Chiesa e in ogni battezzato perché, nella sua unicità, sia riflesso limpido e irripetibile del volto e dell’amore di Cristo.