«Il tema che ci aspetta rischia di essere un po’ troppo scontato, perché l’argomento di oggi è proprio la carità!». Maura si guarda intorno e cerca i volti dei presenti. Sa che le esperienze personali più autentiche e preziose giacciono da qualche parte nelle nostre profondità, ma è necessario creare le giuste condizioni perché tutte e tutti si sentano liberi di condividerle: «Allora, proprio per evitare di essere banali, scriverò su questo cartellone la parola carità e vi chiedo di esprimere altre parole che vi viene in mente di associarle».

a cura della Caritas diocesana di Bologna

 Amare è umano

Purché abbia acqua chi ha sete…

IL TÈ DELLE TRE

Come fuochi d’artificio, le parole esplodono sul cartellone:

solidarietà, ascolto, disponibilità, gratuità, mensa, fraternità, incontro, empatia, fedeltà, rispetto, condivisione, umiltà, valore, costanza, libertà, calore/umanità, verità, giustizia, generosità, umiliazione, impegno, reciprocità, perdono, mercanti, pazienza/tempo, essere veri, sguardo, abbraccio, amore…

 L’ascolto che cambia

«Ecco!» commenta Maura soddisfatta, indicando il foglio appeso al muro. «Questa è la dimostrazione lampante che la carità può avere davvero tante, tantissime sfaccettature. Quando altri hanno agito con “carità” nei vostri confronti, come l’avete vissuta? Come un atto di rispetto o di umiliazione? Come gesto autentico o di interesse? E quando sono stato io ad aiutare: che cosa mi ha mosso o, al contrario, cosa mi ha ostacolato? Come ha reagito l’altra persona?».
«Secondo me tutte le persone hanno bisogno di essere ascoltate: questo è sempre il primo passo» interviene Maria Grazia, educatrice a scuola. «La figlia di una collega aveva subito del bullismo, ma lei aveva paura di raccontare, pensava che non sarebbe stata creduta. Quando mi è capitato di parlarle, io ho puntato tutto sull’ascolto e sull’empatia. Non le ho fatto nemmeno una domanda, ho lasciato che si aprisse a modo suo. Per me carità è anche discrezione: questo aspetto anzi è sostanziale! Molti chiedono aiuto solo attraverso il loro silenzio. Anche quello va ascoltato. Allora - vedete? - nell’ascolto trovo un po’ tutto: interesse, condivisione, calore…».
«Essere perdonata è carità, soprattutto quando dall’altra persona ti aspetteresti tutt’altro atteggiamento» interviene Carla, ginecologa in pensione che si emoziona raccontando. «Ero in ospedale ed ero tornata a visitare una donna, una mia paziente che - credetemi - aveva passato un dolore immenso. Quando sono entrata, mi tremavano le gambe. Ma quella donna, appena mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha detto: “Dottoressa, la aspettavo. Io capisco il suo dolore”, poi mi ha toccato la mano, semplicemente così, un tocco. In quel momento, ho sentito che Dio esiste e che quella donna me lo aveva mostrato. In quel tocco, in quel gesto, mi son sentita davvero perdonata e tutta la mia vita da lì è cambiata per sempre».

 Alcuni ti guardano

«Da ragazzo ho sofferto moltissimo fisicamente e umanamente per una patologia alle orecchie» spiega Fabio, la prima volta al tè. «Non sentivo gli altri ed ero isolato. Una vita brutta, soprattutto perché ero giovane. Provavo un gran dolore tutti i giorni ed ero arrabbiatissimo. Non sempre se soffri ti accorgi di chi ti sta intorno. Non sempre siamo liberi di praticare la carità… poi però son cambiato. Ad un certo punto, frequentando gli ospedali, mi son reso conto che c’erano intorno a me persone che soffrivano anche più di me e ho capito allora che anche io, nel mio piccolo, potevo cercare di dare una mano agli altri, uscendo un po’ dall’isolamento che mi circondava. Carità è anche darsi tempo per cambiare».
«La mia esperienza dice che comunque, se vivi una situazione di fragilità, tu provochi sempre una sorta di disturbo intorno a te» si inserisce Ivano, senza nascondere la vena polemica. «Lo sapete: io soffro di una grave patologia all’intestino e ho bisogno di un regime alimentare specifico. Questo lo capisco, ma la mia dottoressa, che pure mi conosce e sa in che condizioni economiche mi trovo, mi ha fatto una dieta con dentro il super-pesciolino specialissimo ed altre cose che costano un occhio della testa. Al controllo, visto che non ho potuto comprare esattamente quelle cose lì, mi ha pure sgridato! Allora mi dico: se vuoi agire con carità vera, per prima cosa guardami e rispetta chi sono!».
«Per me carità è cibo!» interviene Marcello. «Nel posto dove dormo io, hanno inserito un nuovo ospite, un signore di 62 anni. Non l’avevo mai visto prima, ma già il primo giorno lui ha notato che io non avevo da mangiare e quindi, con una gran naturalezza, mi ha messo un piatto in mano e ci ha versato metà del contenuto del suo. Mi ha colpito da matti questa generosità fra sconosciuti! Ha fatto un gesto spontaneo, senza alcun tipo di calcolo, come se fosse normale dividere a metà il proprio cibo. Proprio come se la fraternità fosse il solo modo di vivere, nemmeno ci ha pensato un attimo. Questo mi ha messo a mio agio. Nei nostri ambienti però non sempre è così! Spesso chi ti dà qualcosa, ti dà qualcosa che non vuole più oppure lo fa per avere il contraccambio. Ma questo signore, no! Devo ammettere che ho provato una gran tenerezza, mi ha proprio commosso. Avere un atteggiamento disinteressato, è vera carità».
«In effetti capita di dare qualcosa, ma a volte lo si fa solo perché quello che chiede se ne vada» ammette con sincerità Giuseppina «oppure doni in buona fede e poi ti accorgi che l’altro si offende. Dall’esperienza, ho capito che è meglio organizzare una festa di compleanno, che fare un regalo… cioè è molto più importante offrire un’opportunità di relazione, piuttosto che regalare qualcosa di concreto. Alla fine comunque è l’empatia che conta e la carità è vera solo se c’è un contatto umano autentico».

 Almeno cinque, ogni giorno

«Devi proteggere la dignità dell’altro se vuoi aiutarlo davvero: questa è carità!» interviene Robert. «Don Lorenzo per esempio aveva saputo che ero orgoglioso e allora lui mi offriva dei lavoretti, guadagnavo qualcosina e poi mi fermavo a mangiare con lui: così mi son sempre sentito rispettato. Io vengo dall’Ungheria: non vi posso spiegare che significava vivere sotto il dominio russo… ma aver sperimentato l’ingiustizia nel mio paese, mi ha fatto sempre scegliere di essere più “giusto” tutte le volte che potevo farlo. Per questo qui a Bologna ho sempre difeso il diritto alla casa e mi son speso a costo di prendere le botte, per proteggere chi rischiava lo sfratto».
«Come sapete, vivo in un container e son condizioni molto disagiate» prende la parola Biagio «però devo ammettere che nella vita ho incontrato gente che stava anche peggio di me, senza neppure un riparo per la notte. Molte volte ho ospitato gente in difficoltà e mi è pure capitato che alcuni mi fregassero della roba mia e sparissero. Però quando io sono nella merda, ci rimango senza rubare niente a nessuno! Così ho capito per esperienza che la carità non è coglioneria e ho imparato a non accogliere più persone che non conosco davvero. Il parassitismo è una brutta cosa ed io non lo voglio proprio alimentare…».
«Per me la carità vera è quando c’è parità e attenzione per gli altri» dice Serena, gli occhi azzurri come il cielo, i capelli candidi, la voce dolce. «Non posso fare molto ormai, ma tempo fa mi son presa un po’ di tempo e ho stilato una lista di persone che conosco: persone sole, persone che sapevo passare un momento difficile, persone ammalate… Ho guardato il mio elenco e ho promesso a me stessa di chiamarne al telefono almeno cinque ogni giorno. Non è un gran gesto, lo so, ma a volte bastano poche parole per mantenere il contatto, per far sentire all’altro che è importante e che gli vogliamo bene. Non vi nascondo che anch’io dopo mi sento meno sola e più felice».
Maura sorride soddisfatta e noi con lei. Tuffarci in profondità non ci fa più così paura e torniamo alle nostre vite con una preziosa consapevolezza: ciò che ci sembrava amaro si è trasformato in dolcezza d’animo e di corpo.