Parafrasando l’apostolo Paolo nella sua prima Lettera ai Corinzi (cap. 13), la carità è come certe mamme: tutto scusa. La carità è come certa gente: tutto crede. La carità è come certi malati: tutto spera. La carità è come certi detenuti: tutto sopporta. La carità è come la pena: non avrà mai fine. Diteci che non può essere diversamente, ma, per carità, non diteci che è giustizia.
a cura della Redazione di “Ne vale la pena”
Ma per carità!
Uomini dentro le mura
DIETRO LE SBARRE
E ci vengono a cercare
Sono qui, dentro questo immobile chiuso. Non conosco nessuno e non vedo un mio familiare da dodici mesi.
Ho paura di rimanere solo. Siamo messi a dura prova: ogni giorno è difficile. Sentiamo urla, rotture di oggetti, vediamo sangue per terra e sui muri.
Ma poi le vedi arrivare da lontano. Sono piccoline, vestite di bianco; bianco è anche il loro sorriso. Sento chiamare il mio nome. C'è un cancello a dividerci, ma le loro mani passano tra le sbarre per cercare le mie e stringerle forte.
Vedo il crocifisso che portano sempre con loro e mi lasciano bigliettini di preghiera. In quegli istanti vedo e sento la loro carità verso di me, che sono prigioniero.
Grazie, Gesù, perché hai donato amore a queste persone che vengono a cercarci per portarci la tua pace.
Dip2025
Le volte che possiamo
La carità in carcere è un concetto molto indefinito, poiché vi sono tantissime forme di carità. Ad esempio aiutare il concellino (il compagno di cella, n. d. r.) nei propri bisogni o tendere la mano ad amici in difficoltà, che siano economiche, giuridiche o di ambientamento.
Molte volte ho aiutato persone che con me condividono questo periodo infelice della loro vita in carcere, facendo quello che potevo con istanze ai magistrati o donando vestiti per i nuovi giunti, oppure preparando un piatto in più da mangiare. O ancora regalando un po’ di spesa e tabacco a chi conoscevo più intimamente già da fuori.
Non so se si possa parlare di carità o se questi siano semplicemente piccoli aiuti. Vi sono poi molte associazioni che si occupano di fare la vera carità in carcere. Parlo dell’Avoc, della Caritas e dei volontari, che portano vestiti e conforto ai detenuti, e che a volte fanno addirittura bonifici per aiutare i più bisognosi. Ci sono padre Marcello, padre Giuliano e padre José, che ci aiutano nella vita e nello spirito.
Per me fare la carità non è un peso perché, dopo tre anni vissuti in strada, sono meno attaccato alle cose e le cedo volentieri. Ma per me la vera carità sta nel non perdere la propria umanità, anche nei confronti del prossimo, senza far sì che l’aiuto dato sembri una sorta di carità pietosa, dal quale il bisognoso si possa sentire offeso o in debito.
La carità è cosa buona se fatta col cuore e senza alcuna fonte di rinfaccio a posteriori. Questo equilibrio a volte è difficile da mantenere tra le persone recluse, ma grazie a Dio non è il mio caso. La faccio a cuore e mente liberi e aperti, perché penso che chi semina bene raccoglierà un domani i frutti della propria generosità e carità. Però non mi aspetto nulla in cambio: a me è stata fatta e questo mi ha insegnato a farla. Desidero proseguire a farla, anzi ce ne vorrebbe sempre di più, ma purtroppo facciamo quello che possiamo.
Viva la carità e chi si impegna a farla tutti i giorni o anche solo le volte che può.
Piombo
In una mattonella di plastica blu
È da parecchio che sono detenuto in questa struttura e quindi ho potuto vedere manifestarsi, in più occasioni e nelle sue varie facce, la carità umana. Ricordo quando pochi mesi fa giunse al reparto penale, qui nella mia sezione, un giovane straniero, giusto giusto intorno ai diciott’anni. Lo ricordo salutarmi con quel «Buongiorno zio» che in carcere caratterizza il rispetto dei più giovani verso i detenuti più anziani. Camminava quasi ciondolando, lo sguardo fisso in avanti come a guardare il nulla. Uno zombie pareva!
Stringeva il cuore vederlo ridotto così, probabilmente per effetto dei farmaci che ogni giorno assumeva con la terapia. Capitò che, mentre stavo giocando a carte in saletta insieme ad altri detenuti, questo ragazzo cadde improvvisamente a terra. Cadde proprio male: batté la testa come un martello che picchia sul pavimento. Non sapevo cosa fare, preoccupatissimo per quel povero ragazzo e allo stesso tempo impossibilitato a dargli una mano, bloccato com’ero in carrozzina per le brutte complicazioni all’anca che mi affliggono. Grazie al cielo, sono intervenuti subito altri ragazzi, uno dei quali con movimenti precisi, come se avesse avuto esperienza di primo soccorso: gli sollevava leggermente il capo, controllando che la lingua non lo soffocasse. Gli parlava, cercando di capire se fosse o meno cosciente, tastandogli il polso per controllare i battiti del cuore. Un altro ragazzo gli portò una di quelle mattonelle di plastica blu che teniamo in frigorifero per tenere freschi gli alimenti quando le celle sono chiuse. Il primo ragazzo la prese e la appoggiò dietro la nuca del giovane rovinato a terra. Gliela tenne così, sostituendola con altre più fresche, per oltre tre quarti d’ora, in attesa che arrivassero i soccorsi del personale medico, immediatamente avvisato dagli assistenti.
Nel vedere quel ragazzo che soccorreva l’altro, non lasciandolo nemmeno un istante e senza batter ciglio ma con la massima naturalezza, mi sono commosso! E ho riflettuto che, in effetti, esempi di carità qui dentro ce ne sono tanti, ogni giorno. È solo che non diamo loro la giusta importanza. Ci sembra normale che si aiuti spontaneamente chi ha bisogno: può essere con un caffè, o con un’intera spesa o donando capi di vestiario. Gesti forse piccoli fuori di qui, invece importantissimi “dentro” per la dignità di ciascuno di noi. Ci sembra normale anche scambiare due parole e, se possibile, portare il nostro conforto a chi mostri di passarsela male in quel momento. Bene! Facciamo sì che non solo ci sembri, ma diventi effettivamente sempre più normale, per tutti, questa benedetta carità.
Tornando al ragazzo dell’incidente, per fortuna si è ripreso. Il giorno seguente, verificato che questo carcere non era idoneo a ospitarlo, perché appena diciannovenne e con un reato commesso ancora nella minore età, è stato opportunamente trasferito in un istituto minorile.
Ma il succo di quanto intendevo scrivere rimane questo: che non c’è posto, nemmeno un carcere, in cui la natura dell’uomo non sappia mostrare il seme d’amore che porta in sé e quanto, anche nelle più semplici esigenze giornaliere, la carità ci entri nel cuore. Basta solo ascoltare cosa il cuore ci dice.
Filippo Milazzo
Amare senza condizioni
Ricordo quel 19 settembre del 2019 come un incubo che nella notte si presenta di continuo. Eppure, già 5 anni prima mio marito fu portato in carcere durante la notte e quindi avrebbe dovuto essere un momento al quale, in parte, ero già preparata. Ma così non è stato. Quando le porte del carcere si sono chiuse dietro a un marito detenuto, fuori siamo rimasti io e i miei figli e le nostre lacrime. È il prezzo molto alto che paghiamo noi mogli, e i figli e le madri dei detenuti che perdono un affetto e che sono costrette a subire la stigmatizzazione della società senza avere alcuna colpa. È una detenzione nella detenzione. La vita di una moglie il cui marito è detenuto è segnata da sfide e difficoltà che spesso rimangono invisibili agli occhi della società. […]
Il tema della famiglia è in cima ai pensieri dei detenuti e costituisce il vero paracadute emotivo che li spinge a vivere la detenzione con l’obiettivo primario di uscire e ricongiungersi con i propri affetti. Spesso purtroppo ho registrato, nelle chiacchierate con le altre mogli, che la detenzione incide sulla dimensione familiare e sulla stabilità dei rapporti affettivi fino a produrre situazioni di allontanamento e di interruzione drastica dei rapporti. Credo però che alla fine, nonostante tutto, l’impegno profuso con tanto amore mi abbia consentito di vivere anche il momento più bello della mia vita quando le porte del carcere si sono finalmente riaperte e ho potuto riabbracciare l’amore mio e riprendere a camminare lungo un percorso di vita insieme che prosegue sempre più forte da 35 anni.
Giuditta Tauro
(dal libro Trovate la speranza o voi che entrate, di Fabrizio Pomes, Pendragon ed.)