Fare spazio senza fare rumore

Lo stato dell’arte del volontariato di oggi

 di Mario Galasso
ministro regionale Ofs Emilia-Romagna e direttore della Caritas Diocesana di Rimini

 In un tempo in cui cresce la sfiducia e sembra allargarsi l’abitudine a voltarsi dall’altra parte, il volontariato continua a custodire una verità semplice e disarmante: il mondo cambia ancora attraverso persone che scelgono di farsi prossime.

Non servono grandi discorsi. A volte bastano la fedeltà di una presenza, la gratuità di un gesto, la costanza di un servizio. San Francesco parlava con la vita prima ancora che con le parole, e proprio per questo resta una traccia luminosa di carità anche per il nostro oggi.
Il volontario, quando è autentico, non è un eroe e non è un riempitivo delle emergenze sociali. È una donna, è un uomo, che decide di non consegnarsi all’indifferenza. In una società che ci rende sempre più connessi ma non necessariamente più fratelli, il volontariato è una forma concreta di resistenza spirituale e civile. Dice che nessuno si salva da solo. Dice che la fraternità non è uno slogan, ma una responsabilità condivisa. Dice, soprattutto, che la speranza ha ancora mani, piedi, volto.

 Volontario o stipendiato?

Eppure, sarebbe ingenuo raccontare solo la luce. Il volontariato vive oggi anche molte ombre. Una delle più evidenti è la crescente burocratizzazione. La riforma del Terzo settore, l’iscrizione al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), le istruttorie pubbliche, gli obblighi di trasparenza e rendicontazione nascono da esigenze buone e necessarie: chiarezza, affidabilità, tutela del bene comune. Ma per molte piccole associazioni tutto questo si traduce in un peso enorme, perché il non profit italiano è fatto in larga parte di micro-organizzazioni, spesso rette quasi soltanto da volontari. Il rischio è che energie preziose vengano assorbite più dagli adempimenti che dalla missione.
Da qui nasce anche un’altra fatica: i costi di sopravvivenza delle organizzazioni crescono. Crescono i costi amministrativi, assicurativi, formativi, logistici, comunicativi. Cresce il bisogno di continuità. E allora la raccolta fondi non è più un accessorio, ma diventa in molti casi una necessità. Non si tratta di tradire lo spirito del servizio, ma di trovare le condizioni perché il servizio continui. Anche qui, però, la domanda decisiva non è soltanto quanto raccogliamo, ma come raccogliamo e che cosa comunichiamo mentre raccogliamo.
C’è poi il tema delicato del personale assunto. Alcune associazioni, se vogliono garantire operatività, regolarità, competenza e responsabilità, devono avere dipendenti. Sarebbe ideologico scandalizzarsi per questo. Un conto è il volontario; un conto è il lavoratore. Il dipendente ha mansioni, tempi, obblighi, responsabilità e diritti che non coincidono con quelli del volontario. In molte opere sociali, specie laddove il bisogno è continuo e complesso, la presenza di figure retribuite non è un cedimento allo spirito del mondo, ma una forma di serietà verso le persone fragili e verso la stessa organizzazione.
Proprio qui si apre l’ossimoro del “volontariato stipendiato”. Se il volontariato è gratuito nella sua radice, non può essere confuso con il lavoro retribuito senza perdere qualcosa di essenziale. Per questo occorre custodire confini limpidi. La gratuità non va sfruttata; la professionalità non va demonizzata. Ma nemmeno si possono tollerare zone grigie, nelle quali il linguaggio del servizio copre di fatto interessi, convenienze o forme mascherate di compenso. Quando la chiarezza si appanna, si ferisce non solo la legalità: si ferisce la fiducia.
Le ombre, del resto, non vengono solo da fuori. Talvolta il volontariato si ammala delle stesse malattie della società e della politica: pochi ricambi, fatica a cedere il testimone ai giovani, ruoli trattenuti come potere, ricerca di visibilità, il rifugio sterile nel “si è sempre fatto così”. Anche qui servirebbe una conversione. Il servizio non può diventare carriera. La fedeltà non può diventare possesso. L’esperienza non può diventare chiusura. Se il volontariato vuole restare profetico, deve saper generare futuro e non solo custodire il passato.

 Raccolta fondi

C’è poi una verità scomoda che va detta con parresia: il volontariato, in molti casi, nasce perché la società e le istituzioni non riescono a dare le risposte che dovrebbero. Nasce per coprire buchi, per fasciare ferite, per non lasciare sole le persone. Da questo punto di vista il volontariato è anche il segno di un fallimento collettivo. Ma non deve diventare l’alibi di chi governa. La sussidiarietà autentica è circolare: le associazioni, le comunità, le istituzioni camminano insieme, ciascuno facendo la propria parte, senza scaricare sugli altri ciò che spetterebbe a sé. La parola giusta, allora, è una sola: insieme.
Anche la raccolta fondi conosce luci e ombre. La luce è chiara: quando è onesta, trasparente e ben orientata, rende possibile il bene, coinvolge persone, costruisce corresponsabilità, trasforma la donazione in partecipazione. L’ombra, invece, è una filantropia che lava la coscienza ma non converte la vita: faccio un’offerta e mi sento assolto, mentre continuo con scelte quotidiane che alimentano proprio quelle disuguaglianze che poi pretendo di alleviare con una donazione. La carità vera non è una mancia all’ingiustizia; è un passo, personale e comunitario, verso relazioni più giuste.
Un altro rischio è il pietismo strappacuore. Funziona? Talvolta sì, almeno nell’immediato. Ma a quale prezzo? Se per raccogliere fondi raccontiamo solo persone spezzate, ridotte al loro bisogno, prive di voce, finiamo per umiliarle due volte: prima nella vita, poi nel racconto. E rischiamo anche di stancare chi ascolta, alimentando assuefazione, distanza, perfino rigetto. Le persone povere non hanno bisogno di essere usate come leva emotiva. Hanno bisogno di essere riconosciute nella loro dignità, nella loro lotta, nella loro capacità di rialzarsi, di partecipare, di diventare protagoniste. Una comunicazione etica non nasconde il dolore, ma non sequestra mai la speranza.
Per questo una raccolta fondi efficace deve essere anche una raccolta fondi vera. Vera nei numeri, vera nelle immagini, vera nelle parole, vera nei risultati attesi e nei limiti. La fiducia della comunità non nasce dalla perfezione, ma dalla trasparenza. Nasce quando un’organizzazione mostra con semplicità chi è, come governa, come spende, che cosa realizza, quali fragilità attraversa e perché chiede aiuto. La fiducia è il grande capitale del volontariato: perderla è facilissimo, ricostruirla è lentissimo.

 Buon volontariato!

Alla fine, però, non vorrei chiudere sulle ombre. Vorrei chiudere sulla gratitudine. Si dice spesso che si fa volontariato per generosità. Io credo che, in un certo senso, lo si faccia anche per un santo “egoismo”: perché quello che si riceve, pur dentro la fatica, è spesso molto più di quello che si dona. Si ricevono volti, storie, legami, verità, umanità. Si riceve la grazia di capire che la vita fiorisce davvero quando smette di ruotare soltanto attorno a sé stessa. E allora il volontariato, prima che un dovere, diventa una benedizione condivisa.
Ottocento anni dopo san Francesco, la carità francescana continua a lasciare tracce proprio qui: in uomini e donne che non fanno rumore, ma fanno spazio; che non cercano potere, ma fraternità; che non si sostituiscono a tutti, ma chiamano tutti a esserci. Per questo l’invito finale è semplice: buon volontariato a tutti. Cercate l’associazione che parla al vostro cuore, andate a conoscerla, ascoltatene la storia, lasciatevi coinvolgere. E, perché no, provate. Forse scoprirete che il primo povero da salvare dalla solitudine eravate anche voi. E che i sogni più veri, come ci ricorda Papa Francesco, si costruiscono insieme.