Il gomitolo dell’amore

Eros e agape non si contrappongono, ma si intrecciano e convivono

 

di Gilberto Borghi

pedagogista, della Redazione di MC

 

Nel greco antico il termine eros indicava la forza vitale che spinge l’essere umano verso ciò che percepisce come bello, buono, desiderabile e di cui sente la mancanza.

Eros nasce dunque dall’esperienza del limite: si desidera ciò che non si possiede. Per questo il desiderio è movimento, dinamismo, apertura. Non è soltanto appetito corporeo, ma soprattutto ricerca di senso, sete di verità, aspirazione alla felicità.

Agape, invece, nel greco classico aveva un ruolo molto più marginale, tanto che si fatica a ritrovarne una radice linguistica sicura, e acquista centralità solo nel Nuovo Testamento e nella tradizione cristiana. Sembra, comunque, che abbia a che fare con la percezione del valore complessivo dell’altra persona, che produce in noi la stima nei suoi confronti, la sorpresa per la forza umana che emana dall’altro, che ci fa muovere verso di lui per donarci a lui.

Se eros muove verso ciò che manca per raggiungerlo, agape sembra invece uscire verso l’altro come dono gratuito per lui. In entrambi i casi, però, l’obiettivo di fondo è identico: produrre l’unità tra coloro che si amano. Nei primi due secoli dell’era cristiana eros e agape non sono ancora concepiti come categorie antagoniste. Certo, si privilegia l’agape, ma la tensione desiderante propria dell’eros non è ancora esclusa o condannata. Oggi invece, soprattutto nel mondo cattolico, la percezione della loro contrapposizione è data per scontata, finendo per sostenere che agape è l’amore buono e eros è quello non buono.

Quest’ultima interpretazione ha avuto un’enorme influenza sulla spiritualità. Ancora oggi, a volte, il desiderio viene interpretato come segno di mancanza, instabilità, egoismo, inclinazione al peccato. L’amore autentico, invece, deve essere puro dono, generando l’idea che la santità debba essere un progressivo allontanamento dall’eros. Ma può davvero esistere un dono senza desiderio? Se una persona si dona senza alcun coinvolgimento del proprio desiderio, della propria gioia, della propria ricerca di comunione, il rischio è che il dono diventi semplice obbligo morale. In altre parole, un amore totalmente privo di eros rischia di diventare impersonale.

Molti uomini e donne cresciuti in certi ambienti religiosi hanno sperimentato proprio questa frattura interiore. Da una parte sentivano il proprio desiderio come qualcosa di vivo e potente; dall’altra percepivano che la vita spirituale richiedeva di diffidarne. Il risultato era spesso un conflitto permanente tra spontaneità e norma, tra corpo e spirito, tra felicità e dovere.

 
Oltre al conflitto

Dalla metà degli anni Ottanta in poi, la postmodernità ha progressivamente messo in crisi questa impostazione. La psicologia del profondo ha mostrato che reprimere il desiderio non lo elimina; anzi spesso lo deforma. La filosofia contemporanea ha insistito sul carattere incarnato dell’esistenza umana: non siamo coscienze pure che abitano accidentalmente un corpo, ma unità viventi di corpo, affetti, pensiero e relazione.
L’amore non può essere ridotto a semplice obbedienza morale. Deve coinvolgere la persona intera. Certo, la postmodernità ha spesso reagito all’antico moralismo cadendo nell’estremo opposto. Se il desiderio era stato represso, ora viene assolutizzato. L’eros contemporaneo rischia frequentemente di trasformarsi in consumo emotivo, ricerca immediata di soddisfazione, incapacità di legami duraturi. Ma proprio questo eccesso rivela qualcosa di importante: il desiderio umano non può essere eliminato. Può essere educato, orientato, purificato, integrato; non cancellato.
Fortunatamente, negli ultimi decenni, la teologia ha riscoperto con forza il valore positivo del desiderio, arrivando a riconoscere che il desiderio non è semplicemente una pulsione biologica o un egoismo da reprimere, ma la struttura fondamentale dell’esistenza umana. L’essere umano è un essere che desidera perché è incompiuto, aperto, relazionale. Si potrebbe persino dire che il desiderio è il segno stesso della trascendenza umana. Non ci basta sopravvivere. Cerchiamo amore, senso, riconoscimento, felicità, bellezza, verità. Tutta la cultura nasce da questa eccedenza del desiderio. Benedetto XVI ne è un esempio. Nell’enciclica Deus caritas est rifiuta esplicitamente la contrapposizione radicale tra eros e agape. Scrive che non esistono due amori separati, uno umano e uno divino, ma un’unica realtà dell’amore che possiede dimensioni differenti.

 

La ricerca dell’unità

 

Ma per comprendere davvero la relazione tra eros e agape occorre forse partire da una definizione più profonda dell’amore. L’amore non è soltanto sentimento. Non è soltanto desiderio. Non è soltanto sacrificio. L’amore è il movimento mediante il quale due persone cercano una forma di unità buona. “Unità” significa comunione, vicinanza, partecipazione reciproca alla vita dell’altro. “Buona” significa che questa comunione non annulla le differenze, non domina, non possiede, ma fa crescere, fa andare avanti la vita di entrambi.

In questa prospettiva eros e agape appaiono non come opposti ma come dimensioni complementari. L’eros è la forza che spinge verso l’altro. L’agape è la forza che custodisce il bene dell’altro. L’eros dice: «Ti desidero, voglio essere con te». L’agape dice: «Voglio il tuo bene, anche oltre il mio interesse immediato». Un amore autentico ha bisogno di entrambe le dimensioni. Un eros senza agape rischia di usare l’altro, un’agape senza eros rischia di non incontrarlo veramente. L’eros impedisce all’agape di diventare fredda e astratta. L’agape impedisce all’eros di diventare egoistico e predatorio. Insieme essi rendono possibile una forma pienamente umana dell’amore. Questo vale non soltanto per l’amore di coppia, ma per ogni relazione significativa: amicizia, genitorialità, fraternità, vita comunitaria. La stessa relazione con Dio, nella grande tradizione mistica, è stata descritta come intreccio di desiderio e dono. Il credente cerca Dio, ma si scopre anche cercato da Dio. Ama, ma prima ancora si sente amato.

 

L’esempio di Francesco

 

San Francesco è uno degli esempi più limpidi di questo. In lui non esiste una contrapposizione tra l’amore che cerca e l’amore che si offre: il desiderio umano viene convertito in tensione verso Dio e verso ogni creatura. L’eros diventa così “sete di Dio”, mentre l’agape è il movimento con cui quell’amore si riversa sugli altri, soprattutto sui poveri e sul creato. Paradigmatico è l’incontro con i lebbrosi: “Quand’ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia”. Ciò che inizialmente ripugna diventa luogo di comunione amorosa. L’eros naturale, centrato sul proprio gusto e sulla propria sensibilità, viene trasfigurato nell’agape misericordiosa. Ma questa misericordia non è fredda disciplina morale: nasce da un desiderio ardente di conformarsi a Cristo.

La bellezza divina attira il cuore di Francesco: c’è dunque una dimensione propriamente “erotica” nel senso classico di attrazione verso il Bene supremo. Ma questa attrazione culmina nell’agape della conformazione a Cristo povero e crocifisso che trova il suo vertice nelle stimmate ricevute a La Verna: l’amore desiderante verso Cristo diventa partecipazione totale alla sua carità sofferente. In Francesco il desiderio non viene annullato; viene incendiato e purificato fino a diventare dono universale.

Forse il punto decisivo è comprendere che l’amore umano è sempre la sintesi di eros e agape: non esiste un eros totalmente privo di dono, come non esiste un’agape totalmente priva di desiderio. Quando una madre si prende cura del figlio, vi è certamente gratuità; ma vi è anche gioia profonda della relazione. Quando due innamorati si desiderano, vi è certamente ricerca di felicità personale; ma può esservi anche autentica apertura al bene reciproco. L’amore reale è sempre intreccio. Le grandi contrapposizioni teoriche spesso nascono dal tentativo di semplificare la complessità dell’esperienza umana. Ma la vita concreta è più ricca degli schemi.