Se è reale è possibile
Quale strada per la carità al tempo dell'impotenza globalizzata?
di Andrea Gollini
professore a contratto di Antropologia delle religioni all’Università Cattolica di Brescia e direttore della Caritas Diocesana di Reggio Emilia-Guastalla
La sera, lo smartphone in mano. Scrolliamo. Una guerra, poi un'altra; un naufragio nel Mediterraneo; un'alluvione dall'altra parte del mondo; i dati sulla povertà che cresce anche qui, nelle nostre città.
Conosciamo tutti questa scena e conosciamo la sensazione che la accompagna. Non è freddezza, non è disinteresse: è qualcosa di più sottile e forse di più insidioso. È la sensazione che tutto sia troppo grande, troppo intrecciato, troppo lontano perché un nostro gesto possa contare davvero e noi troppo stanchi e alle prese con troppi problemi per dover affrontare anche questo, anche solo per pensare a tutto questo.
Nel luglio del 2013, nel suo primo viaggio da pontefice, Francesco scelse Lampedusa per denunciare la «globalizzazione dell'indifferenza». Nel settembre 2025, Leone XIV ha aggiornato quella diagnosi: la globalizzazione dell'indifferenza, ha detto, «sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell'impotenza». Mi pare un'osservazione di grande lucidità. Il problema del nostro tempo non è più, o non è soltanto, il disinteresse di chi non vuole vedere: è l’assuefazione di chi vede tutto, continuamente, in tempo reale, e non sa più che cosa fare. Il disinteresse è una responsabilità; l'impotenza assomiglia piuttosto a una resa. Per questo chiede di essere trattata con più misericordia e, insieme, con più lucidità.
Il telescopio e l’anestetico
Davanti alla sproporzione tra il cuore e il mondo, le risposte sbagliate che vedo più diffuse sono due, opposte e speculari. La prima ha un nome antico. Charles Dickens, in Casa desolata, la chiamò «filantropia telescopica» e le diede il volto di Mrs Jellyby, la signora che passa le giornate a scrivere lettere per una missione in Africa mentre i figli, nella stanza accanto, crescono trascurati. Il telescopio permette di guardare molto lontano, ed è proprio questo il suo fascino: la persona in povertà lontana non bussa alla nostra porta, non ci complica l'agenda, non ci guarda negli occhi. Possiamo aiutarla senza che la nostra vita ne sia toccata. È una carità che dona senza incontrare e che per questo lascia intatto, soprattutto, chi la pratica.
La seconda fuga non ha un nome letterario, almeno non che io sappia, ma la riconosciamo subito: è l'anestetico. Non guardare più, non sentire più, ridurre il perimetro della cura a ciò che sta dentro il recinto di casa. Non per cattiveria: per sfinimento. «Tanto non cambia niente» è la frase con cui ci difendiamo dalla sproporzione; lo scorrere veloce del dito sullo schermo, da una tragedia all'altra, è il suo gesto quotidiano. Ed è una difesa comprensibile: nessuno regge a lungo l'esposizione al dolore del mondo senza strumenti per rispondervi. Leone XIV, in quello stesso messaggio, ne indica la radice: l'impotenza globalizzata si nutre della convinzione che la storia sia già scritta, che vada sempre così, che un'altra storia non sia possibile. È una menzogna travestita da realismo. Telescopio e anestetico paiono opposti, e lo sono: l'uno guarda troppo lontano, l'altra non guarda più. Ma hanno la stessa radice: la sproporzione non elaborata tra ciò che sentiamo e ciò che possiamo, e lo stesso esito: entrambi evitano l'incontro, ed entrambi lasciano le cose come stanno.
Guardando altrove
Credo che la strada che la carità può percorrere oggi non stia a metà tra le due fughe: stia altrove. Sta nell'azione situata e nell'incontro personale. Non perché il piccolo basti, non basta, ma perché solo il gesto concreto rieduca lo sguardo e in qualche modo avvia la nostra conversione. Lo vedo continuamente nel lavoro delle nostre Caritas: quando una persona varca la soglia di un centro di ascolto, smette di essere "i poveri" del telegiornale e diventa qualcuno: un nome, una storia, una fatica precisa e, quasi sempre, risorse che non immaginavamo. L'impotenza prospera sulle astrazioni; davanti a una persona concreta qualcosa da fare c'è sempre. Magari poco, magari imperfetto, ma reale. Penso alle mense che nella nostra diocesi abbiamo scelto di diffondere nei quartieri, piccole, attorno a tavoli veri; alle case dove persone che vivevano in strada ricominciano da una porta con la propria chiave. Risposte minuscole rispetto alla scala dei problemi. Eppure chi le vive non le racconta mai come gocce nel mare: le racconta come luoghi del possibile: cambiamento possibile, speranza possibile, riconoscimento possibile.
E vedo anche il movimento inverso, forse il più istruttivo: volontari che arrivano con l'entusiasmo e la voglia di fare, e che a partire da un incontro cominciano a interrogarsi anche su altro: sulla propria vita, sulle cose che contano, sul mondo. Chi entra per dare una mano scopre, presto o tardi, che l'incontro, se autentico, lavora anche dentro di lui.
Ottocento anni fa Francesco d'Assisi non risolse il problema della lebbra: abbracciò un lebbroso. L'esortazione Dilexi te, ricordando quell'episodio, dice che quel gesto non cambiò soltanto la vita di Francesco: «ha cambiato la storia». Mi pare il cuore della questione. Il gesto situato non è la rinuncia a cambiare il mondo: è il modo in cui il mondo comincia a cambiare. Da noi stessi e dalle persone che ci sono “prossime”. Le grandi trasformazioni culturali non sono mai partite da un piano generale; sono partite da incontri che hanno reso impensabile ciò che prima era normale.
Concreti, non provinciali
Devo però aggiungere una cautela, che per me è anche biografica. Ho vissuto due anni in Madagascar, lavorando nella cooperazione, e per questo non riesco a contrapporre troppo nettamente la prossimità alla distanza, come se il vicino fosse sempre autentico e il lontano sempre un alibi. Non è la distanza geografica a rendere telescopica la carità: è l'assenza di incontro. Si può sostenere un progetto a diecimila chilometri ed esserne trasformati, se dentro ci sono volti, nomi, relazioni che durano; e si può essere perfettamente telescopici con la porta accanto, aiutando "i poveri del quartiere" senza averne mai incontrato uno. Il telescopio non è uno strumento: è un modo di porsi.
Per la stessa ragione, l'azione situata non deve diventare provinciale. Stare nel concreto senza consapevolezza globale significa curare i sintomi ignorando le cause; e le cause delle povertà che incontriamo nei nostri territori sono quasi sempre più grandi dei nostri territori: filiere economiche, politiche abitative, guerre, clima. La carità che incontra le persone una a una è anche quella che si chiede perché continuino ad arrivare, e che trova il coraggio di interrogare le politiche e le istituzioni con i dati e le storie che raccoglie ogni giorno. Il gesto personale non sostituisce la giustizia: la esige.
E qui sta, credo, l'obiettivo ultimo, quello che impedisce alla carità di ridursi a sollievo per chi la pratica. Francesco ci ha consegnato la diagnosi della cultura dello scarto, dove vale solo ciò che produce e ciò che non produce si butta: cose e persone. Il cammino allora che ci attende è verso una cultura del dono, in cui il legame viene prima dell'utilità e in cui nessuno è eccedente. Non si tratta di aggiungere buone azioni a un sistema che resta com'è: si tratta di cambiare, gesto dopo gesto, ciò che una società considera normale.
È un passaggio che nessun individuo può compiere da solo, ed è forse questa la notizia migliore. Perché l'impotenza è una malattia che si prende da soli, davanti a uno schermo, e si cura insieme. Nessuno può farsi carico del mondo intero; una comunità può farsi carico di un pezzo di mondo, e farlo tenendo in considerazione il mondo intero. È quello che vedo accadere quando una parrocchia, un gruppo di vicini, una rete di associazioni decide di farsi carico insieme di una situazione: l'impotenza si scioglie non perché i problemi siano diventati più piccoli, ma perché nessuno li sta più guardando da solo. Leone XIV oppone all'impotenza globalizzata una «cultura della riconciliazione»: parola che dice appunto legami ricuciti, non imprese solitarie.
Né telescopio né anestetico, dunque. Ma nemmeno eroismo. La strada della carità, al tempo dell'impotenza globalizzata, è fatta di gesti situati, condivisi e consapevoli. Non è una strada spettacolare. È una strada faticosa ma percorribile, insieme.

Dell’Autore segnaliamo
Lavoro sociale e povertà.
Analisi di caso
e strumenti per
un approccio relazionale e
antioppressivo,
Erickson, Trento. In uscita
a Novembre 2026.