“Il dono oltre la morte” nel segno della vita e della gratuità. A Ferrara ebrei, cattolici e musulmani si sono incontrati con l’Associazione italiana per la donazione di organi (AIDO) e con l’Azienda Unità Sanitaria Locale (AUSL) per parlare della donazione di organi. Per tutti si tratta di un gesto politico e spirituale, un ponte che unisce due vite, un dono gradito a Dio in ogni sua forma.

 di Barbara Bonfiglioli della Redazione di MC

 Un dono per vivere

Non il simulacro ma il dono

 di Barbara Bonfiglioli
della Redazione di MC

 Esiste un momento, nella biografia di una famiglia, in cui il dolore più lancinante incrocia la possibilità di un gesto generativo.

È il momento del “sì” alla donazione degli organi. Un gesto che, per decenni, è stato circondato da timori, tabù e, spesso, da una malintesa interpretazione dei precetti religiosi. Eppure, se guardiamo alla radice delle grandi tradizioni spirituali, scopriamo che il corpo non è un simulacro da conservare intatto a ogni costo, ma uno strumento di amore che trova il suo compimento più alto proprio nel farsi dono per l’altro.

 Un dialogo necessario

Lo scorso febbraio, Ferrara è diventata il centro di questo dialogo necessario. Un evento di portata straordinaria, che ha visto seduti allo stesso tavolo l’AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi), l’AUSL di Ferrara e i rappresentanti delle confessioni religiose presenti su quel territorio.
L’obiettivo non era solo informativo, ma profondamente culturale: abbattere le barriere del pregiudizio e ribadire che la medicina dei trapianti non è in contrasto con la fede, ma ne è, in molti casi, la realizzazione pratica. Come sottolineato dai vertici dell’AUSL e dai volontari AIDO, la “cultura del dono” a Ferrara ha radici solide, ma necessita di un linguaggio comune che sappia parlare alle diverse anime della città moderna, sempre più multiculturale e multireligiosa.
Per le religioni abramitiche, il principio cardine è la sacralità della vita. Nel cattolicesimo, la posizione della Chiesa è stata chiarita da Giovanni Paolo II, che definì la donazione degli organi «una forma particolare di testimonianza della carità». Non c’è profanazione nel prelievo, ma una continuazione della missione cristiana di “dare la vita”. Il corpo, pur sacro, cede il passo al comando supremo dell’amore verso il prossimo.
Nell’ebraismo il principio del Pikuach Nefesh (la salvaguardia della vita umana) prevale su quasi tutti i divieti della Torah. Salvare una vita equivale a salvare il mondo intero. Se la morte è accertata secondo criteri rigorosi (un tema su cui il dibattito rabbinico è vivace ma costruttivo), il dono è considerato una Mitzvah, un precetto meritorio.
Anche nell’islam la logica della necessità e della compassione supera il divieto di violare l’integrità del cadavere. Molte fatwa contemporanee confermano che la donazione è un atto di “carità perpetua” (Sadaqah Jariyah). Chi salva una vita, dice il Corano, è come se avesse salvato l’umanità intera.

 Politico e spirituale: il dono

Il filo rosso che lega l’incontro di Ferrara con le dottrine millenarie è il concetto di amore gratuito. In un mondo dominato dalla logica dello scambio e del profitto, il dono degli organi resta monito e baluardo di un’economia del puro amore. Non si sa a chi andrà l’organo; non c’è ricompensa se non la consapevolezza che una parte di sé (o di un proprio caro) permetterà ad un’altra persona di continuare la sua vita con un cuore che batte ancora, con un polmone che gli consentirà di respirare, con un occhio che gli permetterà di vedere.
L’evento ferrarese ha voluto allargare la rete di sinergie: l’Azienda Sanitaria e l’AIDO non devono e non possono essere i soli in questa battaglia di civiltà. Tutti i credenti sono chiamati in causa ed i leader religiosi devono essere i primi “ambasciatori” di questa scelta. La loro parola può rassicurare chi teme di tradire la propria fede, trasformando il dubbio in una consapevolezza luminosa.
Donare gli organi è l’atto più politico e spirituale che un cittadino possa compiere. È politico, perché cementa il patto sociale; è spirituale, perché trascende la materia.
Tornando all’incontro di Ferrara, chi ha partecipato ha testimoniato un’atmosfera di profondo rispetto, quasi solenne, anche se estremamente concreta. Si è chiarito come medicina e religione non viaggiano su binari paralleli, ma si possono e devono incontrare. L’AUSL ha messo sul tavolo i dati e la necessità clinica; le religioni hanno risposto con la teologia della speranza.
Il messaggio è stato univoco: non c’è contrasto tra fede e scienza quando l’obiettivo è la salvezza di una vita. Donare un organo non prevede restituzione: non si dona per essere ringraziati, ma perché si riconosce nell’altro un fratello. Durante l’evento, è emerso inoltre chiaramente che il dono è l’atto che più avvicina ogni essere umano al divino, qualunque sia il nome che gli diamo, perché è un atto creativo che sconfigge la morte.

 La paura qual è?

A Ferrara si è dato un nome alla paura principale che hanno i fedeli: la profanazione e l’accertamento della morte.
Sulla profanazione, i leader religiosi sono stati chiari: l’integrità che conta non è quella fisica, ma quella morale e spirituale. L’anima non ha bisogno di un fegato o di un cuore per tornare alla sua origine.
Per la “morte certa”, l’AUSL ha poi rassicurato sui protocolli rigorosi che vengono seguiti per l’accertamento della morte, un tema tecnico che però ha implicazioni morali enormi.
Il lavoro dell’AIDO sul territorio, supportato dall’AUSL, sta trasformando Ferrara in un laboratorio di civiltà. La scienza ci dà gli strumenti tecnici, ci dice “come” avviene il processo; ma sono la cultura e la spiritualità a fornirci il “perché” della scelta.
La collaborazione tra AUSL, AIDO e comunità religiose non va pensata come un esperimento burocratico, ma ha permesso di vedere nella concretezza come un modello di convivenza sia possibile. Non basta fare “propaganda”, serve seminare semi di amore gratuito nel terreno della “cultura” di oggi. In quel “sì” scritto sulla carta d’identità o espresso ai propri familiari, non c’è solo la fine di una storia e l’inizio di molte altre, ma il senso profondo che ci lega come esseri umani. E in questo, ogni Dio non può che sorridere compiaciuto della scelta del suo fedele.
Ci piace chiudere con la stessa immagine con cui si è cercato di riassumere l’essenza del convegno di Ferrara: un ponte. Il trapianto è come un ponte che va ad unire due sponde, due vite: quella di chi sta per morire e quella di chi aspetta una speranza. Le religioni possono diventare quei piloni solidi che sostengono questo ponte, dando alle persone le motivazioni etiche ed intime per percorrerlo senza paura, con consapevolezza.
Gli esseri umani sono limitati. Il loro corpo può morire, ma il gesto del dono parla una lingua che Dio, in ogni sua forma, comprende perfettamente. 

Come dire di “Sì”

Presso l’anagrafe
: al momento del rilascio
o rinnovo della carta d’identità.
Presso l’AUSL: compilando l’apposito
modulo.
Iscrivendosi all’AIDO: un gesto semplice
che inserisce il cittadino nel Sistema
Informativo Trapianti.