Era il 15 agosto 1222 quando, in una Piazza Maggiore gremita, Francesco d’Assisi  pronunciò parole capaci di generare onde di cambiamento profondo. Tommaso da Spalato, testimone oculare di quel discorso, scrisse nelle sue Cronache che tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace.

a cura dell’Ufficio Comunicazione del Festival Francescano

 La pace è la via

Promuove la vita chi cerca la pace

 di Chiara Vecchio Nepita
giornalista, responsabile comunicazione Festival Francescano

 La pace premia

A distanza di oltre otto secoli, quella stessa piazza continua a farsi teatro di una spiritualità che non si chiude nelle chiese e nei conventi, ma scende in strada per dialogare con il presente e interrogare il futuro.

È proprio in questo solco che il Mofraeventi EmiliaRomagna, Ente del Terzo Settore e anima organizzativa del Festival Francescano (giunto alla sua diciottesima edizione), ha annunciato l'istituzione del Premio internazionale “Francesco costruttore di pace”, un’iniziativa realizzata grazie al sostegno del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi e inserita nelle celebrazioni nazionali per l'ottavo centenario della morte del Santo Patrono d’Italia.
Il riconoscimento, che verrà assegnato negli anni 2026 e 2027, nasce con l'intento di valorizzare l’opera di chi oggi incarna la minorità francescana, quell'attitudine a farsi piccoli e ad agire nelle periferie geografiche, esistenziali o culturali per ricucire strappi sociali apparentemente insanabili. Il Festival Francescano si conferma come il luogo d'elezione per questa iniziativa, in quanto punto di riferimento per la divulgazione culturale e spirituale grazie alla sua capacità di far dialogare i grandi temi della tradizione con le personalità della società civile di oggi. L'ispirazione del premio trova radici anche nelle parole che papa Leone XIV ha rivolto alla Famiglia Francescana, ricordando come il saluto augurale del Santo (Pace e Bene) non sia un semplice cerimoniale, ma la consegna di uno stupore interiore. La pace viene definita dal Pontefice come la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall'Alto ma che, allo stesso tempo, richiede di essere un dono attivo, da accogliere e vivere quotidianamente attraverso l'impegno umano.
Il bando si rivolge a una platea ampia e variegata, consapevole che il bene spesso germoglia nel silenzio delle organizzazioni senza scopo di lucro, ma anche nell'azione di singoli individui o gruppi informali legati a percorsi di cittadinanza attiva. Un requisito fondamentale e identitario risiede nel coinvolgimento delle nuove generazioni, poiché le attività devono vedere i giovani under 35 come soggetti attivi e protagonisti, motori del cambiamento piuttosto che beneficiari passivi. Per garantire la solidità delle proposte, i progetti devono risultare attivi da almeno dodici mesi, dimostrando una continuità d'intenti che superi l'entusiasmo momentaneo. Gli ambiti di intervento spaziano dal dialogo in situazioni di conflitto alla cooperazione fraterna tra i popoli, includendo il fondamentale pilastro del dialogo interreligioso e la promozione della solidarietà come rifiuto della guerra quale strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
Il valore del premio ammonta a 20.000 euro, una risorsa destinata a dare respiro a progetti di frontiera che spesso faticano a trovare canali di finanziamento ordinari. La cerimonia di premiazione rappresenterà uno dei momenti culminanti del Festival Francescano 2026, previsto dal 24 al 27 settembre, trasformando nuovamente Piazza Maggiore nel centro di una riflessione internazionale sulla pace. In un'epoca segnata da frammentazione e da nuovi conflitti globali, questa iniziativa si pone come un segno concreto di speranza, invitando a non rassegnarsi e a cercare nuovi patti di pace anche tra le inimicizie della contemporaneità. Ma non sarà l’unica. Infatti sono numerosi gli ospiti che, partendo da esperienze differenti, concorrono a lanciare un unico, grande messaggio di pace.

 Il cardinale, la dottoressa, il camminatore

Primo tra tutti, il card. Pierbattista Pizzaballa, che tornerà a testimoniare la situazione in Medioriente. Il Festival Francescano lo aveva ospitato a un anno dallo scoppio del conflitto israelo-palestinese, dopo essersi offerto come ostaggio in cambio della liberazione dei bambini prigionieri. Un gesto che non è stato solo un atto di coraggio individuale, ma un messaggio politico potente: la disponibilità al sacrificio estremo per interrompere la catena dell'odio. Odio che tuttavia ha continuato a scorrere in Terra Santa, fino al 29 marzo di quest’anno, quando la polizia israeliana ha in un primo momento impedito l'accesso al Santo Sepolcro per la celebrazione delle Palme, citando motivi di sicurezza legati al conflitto. Come papa Francesco solo in Piazza San Pietro in piena emergenza Covid19, Pizzaballa ha pregato e celebrato in una Gerusalemme blindata, trasformando la sua presenza fisica in un atto di resistenza spirituale e diplomatica.
Giunto in Terra Santa oltre trent'anni fa come semplice frate francescano, Pizzaballa ha saputo abbattere le barriere culturali studiando a fondo la lingua e la cultura ebraica. Questa sua capacità di "parlare la lingua dell'altro" lo ha reso un mediatore unico: per dodici anni, come Custode di Terra Santa, ha gestito l’ordinaria e straordinaria complessità dei luoghi santi. Nominato cardinale da papa Francesco nel 2023, è il primo Patriarca latino di Gerusalemme della storia a indossare la porpora cardinalizia, segno tangibile di quanto il suo ruolo sia diventato nevralgico per l'intera comunità internazionale. Sobrio, diretto, quasi schivo di fronte ai riflettori, rimane la voce più autorevole e ascoltata da chiunque cerchi ancora, tra le macerie, uno spiraglio di dialogo possibile.
Veste invece il camice medico Annalisa Saracino, direttrice della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali dell’Università "Aldo Moro" di Bari, considerata una delle massime esperte nel trattamento dell'HIV e delle epatiti virali, ruoli che le hanno valso incarichi di rilievo in realtà come Anlaids. Saracino ha dedicato parte della sua vita alla cooperazione internazionale, portando la sua esperienza in Mozambico. Questo spirito di solidarietà è confluito anche nella scrittura, tra le pagine di "Miya Miya", libro sul soccorso ai migranti a Lampedusa, che sarà presentato al Festival.
“Miya Miya”, in arabo, significa “va tutto bene”. Una frase che diventa simbolo di speranza nonostante il mare, le barche sovraffollate, la paura e il dolore, perché quelle parole rappresentano il desiderio di credere in un futuro migliore, per chi arriva e per chi accoglie. Questo libro è un diario collettivo, nato dall’esperienza di giovani medici impegnati sul molo Favaloro di Lampedusa; racconta l’incontro tra chi approda, segnato da viaggi impossibili, e chi tende una mano con solidarietà e con cura. Le pagine si riempiono di emozioni, riflessioni e testimonianze intense, mostrando il volto umano della migrazione. Un volto fatto di paura e resilienza, di gesti semplici e potenti, di lingue diverse che si incontrano per trovare un significato comune. Accompagnate da immagini evocative, queste storie parlano non solo di chi arriva, ma anche di chi sceglie di restare accanto. “Proteggere persone, non confini”, recita una scritta sul molo. Il libro ci invita proprio a questo: riflettere su ciò che ci unisce oltre le differenze, oltre il mare. Un inno alla vita che resiste nonostante tutto e un messaggio universale di speranza e di grande umanità.
Infine, John Mpaliza, chiamato "The Peace Walking Man": il camminatore di pace. Cittadino italiano di origini congolesi, Mpaliza ha vissuto per vent'anni la vita ordinaria di un ingegnere informatico a Reggio Emilia. Ma la stabilità dell'ufficio è diventata insostenibile di fronte al contrasto tra il benessere occidentale e lo sfruttamento della sua terra d’origine. Oggi, John Mpaliza è molto più di un attivista: è il simbolo di una cittadinanza attiva che non accetta l’indifferenza come risposta alle tragedie globali. In un mondo che corre veloce e dimentica in fretta, il suo passo lento e ostinato ci ricorda che la giustizia sociale non è un traguardo raggiungibile con un click, ma un percorso che richiede fatica, presenza fisica e, soprattutto, il coraggio di mettersi in marcia. Mentre le sue scarpe si consumano sull'asfalto delle capitali europee, Mpaliza continua a dimostrare che la pace ha bisogno di gambe forti per arrivare lontano.