Mentre sto scrivendo queste righe, che hanno più la forma di pensieri sciolti che di un vero articolo, sono appena tornato da un impegno come capo scout che si ripete ogni anno in questo periodo, sono infatti membro della staff di una delle R.O.S.S. che l’A.G.E.S.C.I. promuove nella nostra regione.

 di Michele Papi della Redazione di MC

 Con il nostro “sacro poco”

Perché la paura non dia scacco matto 

di Michele Papi
della Redazione di MC

 Su “Indicativo Futuro” abbiamo spiegato qualche anno fa cosa sia una Route di Orientamento alle Scelte di Servizio in un articolo di don Paolo Dall’Olio (cfr. MC 5/2022 pp. 40-42).

Come ogni volta, rientro da questa esperienza molto stanco, mi ripeto che non ho più l’età per una settimana al ritmo di giovani ventenni. Poi, tornato in convento, mi assale una nostalgia fortissima di quei giorni così intensi, così profondi, vissuti a stretto contatto con tante altre persone, capi e ragazzi, desiderosi di conoscersi meglio per capire quale può essere la loro personale via alla felicità, intesa come servizio al prossimo.

 “Non mi serve”

Per chi si occupa di pastorale giovanile e animazione vocazionale come il sottoscritto, un evento del genere è un laboratorio importantissimo nel quale imparare ad ascoltare le voci di ragazzi e ragazze (quest’anno eranodi Michele Papi della Redazione di MC trentacinque) in un momento decisivo delle loro vite: mentre stanno ponendosi le domande fondamentali sulla loro vocazione, quando stanno impostando la loro esistenza futura attraverso scelte di formazione e relazionali. Mi sto accorgendo, insieme a tante altre persone, professionisti esperti o semplici operai della messe, che, dopo gli anni della pandemia di Covid, le cose sono cambiate notevolmente. Non tanto nella temuta disaffezione per il contatto sociale o nella virtualizzazione dei rapporti, ma piuttosto per la rottura di una sorta di illusione che tutti ci portavamo dentro riguardo alla nostra società e di conseguenza alle nostre famiglie e alle capacità individuali.
Siamo tutti, specialmente i giovani, più fragili e insicuri: ce lo testimoniano anche le notizie di un mondo che sembra impazzito, dove ognuno cerca il proprio interesse immediato senza pensare minimamente al bene comune. Ho letto nei giorni scorsi un articolo di Ilaria Amato sul Corriere della Sera dal titolo Perché i giovani non prendono più la patente: si citano delle statistiche per le quali oggi la guida viene vista dai diciottenni come fonte di stress (93%) e non come un sinonimo di libertà. Solo la metà di loro desidera conseguire la patente di guida mentre nel decennio scorso erano il 95%.
La giornalista ha interpellato lo psicoterapeuta Giorgio Nardone, autore di Panico al volante. Superare la paura per guidare sicuri, e la sua interpretazione è stata tutt’altro che rassicurante: «È scomparso questo rito di passaggio, perché è svanita l’idea stessa di diventare adulti. I giovani vivono adagiati in una bolla di comodità e la patente è una delle poche prove veramente selettive rimaste, visto che la scuola sembra sempre più facilitata. Molti ragazzi dicono "non mi serve", ma è come la favola della volpe e l'uva: dichiaro che non mi interessa solo perché penso di non riuscire a raggiungerla».
Ecco, la stessa impressione l’ho avuta ascoltando le storie dei bravissimi allievi della R.O.S.S. Ci tengo a precisare che non sto parlando di giovani problematici, provenienti da situazioni di disagio: lo scautismo è nato per andare incontro ai ragazzi sbandati delle periferie di Londra e per dare una prospettiva di futuro a chi si sentiva tagliato fuori dai meccanismi della società industriale, tuttavia oggi in Italia non possiamo dire che si tratti di un’associazione di frontiera (anche se così essa stessa a volte si dipinge).

Poco desiderio

I ragazzi che frequentano gli scout sono per lo più provenienti da famiglie con buona disponibilità economica, buon livello culturale, riferimenti valoriali cristiani e frequentemente una tradizione scout alle spalle. I trentacinque partecipanti citati sopra praticamente tutti erano studenti universitari, in molti praticavano sport in modo organizzato e diversi suonavano uno o più strumenti musicali, non certo degli svantaggiati, ma i candidati a diventare professionisti e membri della classe dirigente.
Inoltre si tratta di persone che hanno deciso di spendere una settimana del loro tempo, divorato da impegni accademici e da eventi ‘irrinunciabili’, per mettersi alla prova nella fatica del cammino, della vita comunitaria ed esponendosi in discussioni profonde. Quasi degli eroi moderni; però per quasi tutti il problema di fondo era una scarsa fiducia in sé e nel mondo, un sentirsi inadeguati a rispondere alle aspettative della società in cui si trovano a vivere. Condividono certo l’entusiasmo della loro età, la voglia di divertirsi insieme, un po’ di trasgressione ma molto poco desiderio di mordere la vita, agguantare il futuro, conquistare indipendenza a costo di ribellarsi. Al contrario sono portati ad ancorarsi alle poche certezze come ad un porto sicuro, in tanti hanno parlato della loro famiglia di origine come di un nido e altrettanti faticano a vivere la vita del “fuori sede”
all’università.
Lo stesso clan scout viene percepito come un ambiente di relazioni stabili dal quale non vogliono distaccarsi. Il mondo universitario con tutte le sue incertezze viene visto come una sfida che un po’ attrae ma più spesso impaurisce, addirittura paralizza, costringe ad uscire dalla propria comfort-zone e in alcuni casi si preferisce auto-sabotarsi e far rientro alla base piuttosto che prendere il largo. In generale il pensare di cimentarsi in qualcosa che non sia “alla mia altezza” in cui “non so di avere buone chances di successo” li rende ansiosi e quando qualcuno li spinge in qualche tipo di sfida si sentono come traditi perché temono sempre un giudizio che seguirà al loro inevitabile fallimento.

 Perché non vinca la paura

Appaiono quasi stupiti che ci siano degli adulti che danno loro fiducia gratuitamente, che credono in loro senza correre ai ripari, preparando comodi paracadute, che li lasciano affrontare qualche chilometro di strada senza GPS, con poco cibo, aspettandoli all’arrivo fiduciosi e desiderosi di lavare loro i piedi… Questo cercano di fare i capi di una R.O.S.S. ma anche tutti gli educatori scout che ogni giorno compiono il loro servizio verso questi ragazzi. Lo psicologo citato sopra faceva risalire la paura di guidare all’atteggiamento iperprotettivo dei genitori: « Se la famiglia e la società spianano ogni ostacolo, il ragazzo non impara a confrontarsi con esse. Se non prova paura o frustrazione, non sviluppa la fiducia nelle sue risorse».
Allora mi rivolgo ai lettori della nostra rivista, che solitamente non sono proprio giovanissimi, più spesso sono i genitori o addirittura i nonni di questi ragazzi: chiedo loro e a me perché oggi ci risulti così difficile instillare nelle nuove generazioni il germe della fiducia nelle proprie capacità, il desiderio di mettersi alla prova senza garanzia di risultato. Se non mi saprò aprire all’ignoto, al rischioso, difficilmente riuscirò a diventare adulto, difficilmente potrò rispondere alla vocazione di Dio. Mi interrogo su quando abbiamo iniziato a convincerli che tutto deve essere sotto controllo. Che si deve conoscere il risultato prima di iniziare a giocare. Che solo chi vince tutte le sfide senza fatica è adatto a stare al mondo.
Ma penso ci sia anche dell’altro. Spesso scambiamo il blocco che sperimentano i nostri giovani con la fatica di fare le cose gratuitamente, con la difficoltà a donarsi; secondo me si tratta più di paura dell’ignoto, del diverso, di ciò che non mi corrisponde e che posso prevedere. Mettersi al servizio in senso cristiano vuole dire morire almeno in parte, far posto a chi non mi può appartenere o essere totalmente confacente alle mie aspettative, a chi non mi gratifica ogni volta come desidero. Quando noi adulti abbiamo smesso di insegnare e mostrare il valore e la dignità del prossimo che vale la pena di essere servito indipendentemente dal tornaconto? L’appello finale che mi sento di fare dalle pagine di Messaggero Cappuccino è il seguente: diamo ai nostri ragazzi la possibilità di fallire, così potranno riprovare e finalmente, liberi dall’ansia, riuscire.