Chi non conosce padre Guidalberto Bormolini? Nato nel 1967, monaco, teologo e sacerdote cattolico, tra i fondatori della comunità dei “Ricostruttori nella preghiera”. Noto per le sue tematiche forti: monachesimo interiore, accompagnamento al morire, dialogo interreligioso e rapporto con la natura. Oggi però ne propongo una lettura diversa, ottenuta saccheggiando il suo sito: guidalbertobormolini.it. Cosa pensa Bormolini della Chiesa oggi e della sua attività pastorale: cosa va tenuto, cosa va cambiato, cosa va potenziato?

di Gilberto Borghi della Redazione di MC

 Una casa per la vita

Una Chiesa che si prende cura 

di Gilberto Borghi
della Redazione di MC

 Se si percorre l’A1, da Bologna in direzione Firenze, si può uscire al Casello di Barberino del Mugello.

Ma non per recarsi al famoso outlet. Se si ha il coraggio di resistere alla sue sirene, si può imboccare via Montecuccoli e in 14 km scarsi e mezz’ora di tempo, si arriva al Borgo “TuttoèVita”. Si, proprio così tutt’attaccato. Lì si incontra spesso padre Bormolini e ci si rende conto dal vivo quale sia la sua idea di Chiesa e di pastorale possibile.

 Lo Spirito, non l’organigramma

La sua riflessione ecclesiale non si presenta come un trattato sistematico. È piuttosto una costellazione di intuizioni disseminate tra libri, interviste e interventi pubblici. Eppure, se raccolte, queste intuizioni compongono una visione sorprendentemente coerente: una critica implicita all’attuale assetto pastorale e, insieme, una proposta radicale di rinnovamento. Il punto di partenza è semplice ma esigente: la crisi della Chiesa non è anzitutto organizzativa, ma spirituale. E dunque anche la riforma non può limitarsi a cambiare strutture, linguaggi o strategie comunicative, se non si tocca il cuore dell’esperienza credente.
Uno dei tratti più ricorrenti nel pensiero di Bormolini è la denuncia di un cristianesimo dominato dalla paura di perdere la propria identità in un mondo di confusione e rimescolamento culturale. Nella sua lettura del presente, la Chiesa sembra aver interiorizzato una narrazione pessimista tipica del mondo, incapace di riconoscere i semi di bene presenti sempre nella realtà.
Questa diagnosi ha implicazioni pastorali precise. Una Chiesa presa dalla paura di perdersi si chiude alle novità della realtà e al suo cambiamento, irrigidisce il linguaggio nelle sue forme più consolidate, tende a ridurre il vangelo a codice morale e così finisce per perdere capacità attrattiva. Se aveva ragione Joseph Ratzinger a dire che la fede cresce per attrazione e non per convinzione, la Chiesa rischia davvero di perdere il senso profondo della sua missione, nel tentativo di non perdere la propria identità: una bella contraddizione!
Perciò, per Bormolini, va recuperata la dimensione profetica fondata sulla speranza. Non un ottimismo superficiale, ma una fiducia radicale nella possibilità di trasformazione dell’uomo, fondata sull’incarnazione di Cristo: ogni persona porta la traccia della profezia di pienezza che Cristo ci ha regalato.

 Siamo o non siamo profeti?

La prima conseguenza concreta riguarda proprio il registro comunicativo della pastorale, che va radicalmente cambiato: meno centrato su norme e divieti, più capace di parlare al desiderio di vita piena delle persone. Non si tratta di “abbassare il messaggio”, ma di ritrovare la sua forza originaria, che nasce proprio dall’esperienza pasquale di pienezza sperimentata dai discepoli.
Ma questo cambiamento non è frutto di un “maquillage” linguistico della Chiesa. Nasce invece dalla riscoperta della dimensione contemplativa della fede, forse il pilastro di base di tutta l’esperienza e la riflessione di Bormolini.  La sua proposta di “monachesimo interiorizzato” indica chiaramente la direzione: la spiritualità non è riservata a pochi specialisti, ma è una vocazione universale, dando ragione a quanto diceva Karl Rahner decenni orsono: il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà.
Qui emerge evidente una critica alla pastorale corrente, che troppo spesso privilegia attività e organizzazione, moltiplicando iniziative e saturando le forze di coloro che ancora si attivano in essa. Ma così facendo trascura l’esperienza diretta di Dio, che sarebbe, invece, il cuore dell’attività pastorale di oggi. Perciò, invece di impegnare forze e persone nell’attivismo, le energie e il tempo andrebbero spese per potenziare la meditazione cristiana, il silenzio, l’ascolto profondo di Dio dentro di sé e l’accompagnamento spirituale personale. Senza questa profondità, ogni azione pastorale rischia di diventare superficiale o inefficace. Non basta “fare cose”: occorre generare esperienze trasformative.
Se si fa questa operazione, uno dei primissimi nodi in cui ci si imbatte è quello del dolore e della morte. Non a caso Bormolini ha dedicato molto di sé a questo tema, costruendo una postura e degli strumenti operativi che sarebbero essenziali per la pastorale ordinaria, poco preparata ad affrontare il dolore, il lutto, le domande ultime, se non attraverso la logica e le risposte “sacrificali”, che oggi non reggono più. Eppure proprio qui si gioca una delle dimensioni più profonde dell’annuncio cristiano, perché restituire senso alla morte dentro una visione pasquale di resurrezione e di offerta amorevole di sé, oggi è un banco di prova decisivo per la credibilità della fede.
Questo significherebbe intercettare le traiettorie degli uomini e delle donne del nostro tempo, proprio là dove tutti, ma proprio tutti, passiamo, prima o poi. Aprendo, così, un altro elemento decisivo per la nostra pastorale: il rapporto con chi sta “fuori”. Bormolini lavora esplicitamente con persone in ricerca anche al di fuori dei confini ecclesiali, aprendo immediatamente la questione interreligiosa, altro “must” di Bormolini. A questo livello, il dialogo interreligioso non è, nella sua prospettiva, un semplice gesto di apertura culturale: è una dimensione intrinseca, ed inevitabile oggi, della ricerca spirituale. Il rischio, per la Chiesa, non è il dialogo, ma la chiusura. E il dialogo interreligioso immunizza dall’autosufficienza, rimanda direttamente alla centralità di Cristo, consentendo alla Chiesa di purificarsi e riscoprire elementi dimenticati delle proprie origini.

 Terapia per due malattie mortali

La Chiesa, nella sua visione, non è uno spazio identitario chiuso, ma un luogo di incontro aperto, una soglia più che un recinto. La soglia, per sua natura, ha una identità che “si spende” per unire, non un’identità da “mantenere” per differenziare. Questo implica, sul piano pastorale, un cambiamento significativo: meno logiche di appartenenza rigida, più attenzione ai percorsi reali delle persone, maggiore pazienza verso l’incompiuto, il fragile, il manchevole. In altre parole va cambiata la postura di fondo rispetto al peccato: invece di demonizzarlo e cercare di allontanarlo da sé, il peccato va assunto e attraversato, perché il cammino spirituale è spesso lungo, frammentato, non lineare e si costruisce proprio a partire dall’accettazione della propria fragilità

In altre parole Bormolini percepisce la Chiesa come “casa”: luogo della vita reale che ci costituisce, imperfetta, corporea, relazionale. La comunità non è un’istituzione astratta, ma una rete concreta di relazioni significative, fatte di persone vive. E, nella sua visione, questo modo di vivere la Chiesa è terapeutico verso due “malattie” mortali odierne: l’individualismo esasperato e il tecnologismo disumanizzante.
Contro la prima, la pastorale non può ridursi a chiedere solo la partecipazione ai riti liturgici, ma deve promuovere la fraternità reale, cioè l’incontro e la relazione effettiva di quelle stesse persone anche fuori dai riti, condividendo la loro vita, come base della ricostruzione del tessuto sociale, ormai abbondantemente strappato. Oggi ciò che consente di “sentirsi” parte di una comunità non è la vicinanza territoriale, ma il contatto relazionale che ci tiene assieme.
Contro la seconda, la pastorale deve recuperare la dimensione corporea della vita, dentro la quale si rende presente lo Spirito Santo. Per Bormolini, il mondo visibile è sempre attraversato da una profondità simbolica che rimanda al mistero. Perciò i sacramenti non sono riti vuoti, ma esperienze reali di trasformazione data dal contatto profondo con Dio. Dobbiamo recuperare il senso del simbolo, la densità spirituale dei gesti corporei, in cui il contatto reale, l’abbraccio, la carezza, il bacio, sono luoghi di presenza della Trinità.
Per arrivare a questa condizione, c’è una sfida decisiva, secondo Bormolini, che la Chiesa ancora non ha assunto effettivamente: la formazione ad essere credenti adulti, capaci di interiorità e discernimento.
Ma questo apre una domanda: la pastorale attuale forma davvero a questa maturità?
In definitiva, la proposta di Bormolini non è una riforma strutturale, ma spirituale. Non parte dalle istituzioni, ma dalle persone. Non dalle strategie, ma dall’esperienza. È una visione esigente, perché chiede una conversione della postura comunitaria, che si muova verso una trasformazione interiore, senza la quale ogni cambiamento esterno resta superficiale.