Come si incarna il tema dell’umiltà nell’attività missionaria, spesso condizionata dalle tante forme di povertà che i missionari trovano nei lontani territori dove si trovano a operare? Fr. Antonino, da una vita missionario in Centrafrica, prova ad accompagnarci su un sentiero tortuoso, aperto su panorami in continuo cambiamento, fatta eccezione per l’unica certezza: “Al resto ci pensa il Signore”
a cura di Saverio Orselli
Te fa qual c’at pô
Mosse e passi di spiritualità missionaria
di Antonino Serventini,
frate cappuccino, missionario nella Repubblica Centrafricana, maestro dei novizi
Sono venuto in missione in Centrafrica, per vivere la vita da frate sull’esempio di san Francesco. E che ti ritrovo?
Che la maggor parte dei Centrafricani “da mò” dormiva per terra su una stuoia, in abito tradizionale. Come san Francesco, l’ultima ora. Francesco ha scelto questo modo di morire ottocento anni fa, sul punto di morte. Perfetta umiltà, perfetta nudità. Morire vero, morire scelto. Tuttavia c’era una sostanziale differenza: Gesù riviveva in Francesco; io mi preoccupavo delle “mosse”.
Kòta zo
Beh! In quei primi giorni della mia venuta, è capitato anche a me di dormire su un telone da camion. Ma fu per caso, non fu per scelta, e fu dovuto a una disavventura da “brousse”; non c’era altro, e poi sapevo che faceva parte dell’avventura missionaria. Ad ogni modo, fu il mio “battesimo missionario”, la prima di tante mosse e tentativi.
E sono venuto nella Missione di Batangafò – così si chiamava quarant’anni fa – ultimo frate di un “mucchio” di missionari della Provincia di Parma – così si chiamava quarant’anni fa – che chiudeva il flusso dei missionari venuti in aiuto ai frati cappuccini francesi della Provincia di Lione – così si chiamavano quarant’anni fa. Emmanuele, Venanzio, Carmelo, Enrico, Sergio, Daniele, Damiano, Aldo, Raimondo, Cesare, Callisto, Peri e Lusardi missionari laici, Stefano, Bruno, Giancarlo, Sisto-Francesco e Leandro, Norberto, Giuliano l’australiano, Innocenzo, Paolo, Giulio, Antonio...
Batangafo, Kabò, Gofo e Bouca. Allora piccoli capoluoghi nella vasta savana, ma che però, agli occhi di tanti, rappresentava un’epopea che ha dato vita a una marea di iniziative. Questi nostri frati missionari dell’epoca ci hanno lasciato, salvo pochi. E ci hanno trasmesso la forma, l’esempio e l’immagine di essere frati missionari di qualità, intraprendenti e promotori di opere grandiose. Una bella eredità.
Ma qui bisogna metterci un “bemolle”. Erano sì dei missionari ardenti e intraprendenti, ma lo erano in quanto “leaders”, in quanto capi, detto in lingua locale, il Sango: erano dei “Kòta zo”. Dei pionieri che comandavano come grandi capi, Coloni che disponevano di grandi risorse finanziarie e di grandi progetti, sostenuti e appoggiati da innumerevoli benefattori e da Centri Missionari inesauribili. Tutto questo fa immagine.
Tanto che: accanto alla formazione intellettuale, trasmessa e impartita ai catechisti, loro collaboratori eccellenti e poi ai frati nativi, alla formazione presa dai libri e dai documenti formativi francescano-cappuccini, questi pionieri offrivano un esempio concreto di vita quotidiana eccellente, ma che purtroppo non si ispirava molto all’umiltà primordiale e alla comunione fraterna.
Come i loro padri
Dobbiamo riconoscerlo. Erano sovente spinti da competizione reciproca. Competizione a livello di apostolato e di grandi opere. Competizione basata sulla riuscita dell’opera, garantita dall’autoconsapevolezza di essere dei formidabili e competenti imprenditori. Competizione nella realizzazione di progetti per mezzo di fondi gestiti personalmente. Competizione a tutti i livelli della nostra vita quotidiana, basata sull’onore e su una buona dose di culto della personalità. Si constatava purtroppo una separazione, una dicotomia, e incoerenza tra il “dire e il “fare”.
Tutti noi, impercettibilmente, abbiamo orientato le “mosse” in questo senso. E questa discrepanza si è impercettibilmente riversata sui giovani frati, sui missionari nati qui. Sì, è vero, questi giovani frati nativi hanno sentito e tuttora sentono parlare di san Francesco e dei suoi primi frati, dei cappuccini e della loro riforma eroica; leggono e ascoltano i documenti formativi vecchi e nuovi, ma purtroppo è più facile che essi assorbano quell’esempio e quella forma quotidiana di noi missionari “Kòta zo”. Di noi.
Imitano i vecchi formatori mettendo in evidenza che anch’essi, ora, non hanno proprio niente da apprendere ma tutto da insegnare; e fanno fatica ad accogliere, per citare un esempio, un’umile correzione per ri-formare se stessi e ri-nascere dall’alto. Così purtroppo, ora i piccoli sono come i grandi: sono prodighi di insegnamenti, lo oso dire, arroganti ai loro coetanei e così perdono delle occasioni per convertirsi. Come noi.
L’umiltà ispirata alla vita evangelica in comunione fraterna, stenta a vivere, è lasciata da parte, e sostituita da competizioni verbali interminabili… sempre “a fin di bene”, benintesi! Ma san Francesco insiste: «Consiglio, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo, che quando vanno per il mondo non litighino, ed evitino le dispute di parole e non giudichino gli altri, ma siano miti, pacifici, modesti, mansueti ed umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene» (FF 85). San Francesco ci tiene a che siamo così.
Rivestiti di umiltà per rivivere Gesù
Conclusione: Ora, dopo tanti anni, siamo una sola fraternità, esteri e nativi. Ed è qui la novità. Questa unica fraternità, che si chiama “Custodia”, è composta da frati centrafricani, ciadiani, italiani, polacchi. Grazie a Dio sono molti i giovani che chiedono di aderire a questo stile di vita evangelica, i cappuccini. Non sono più spinti e attirati solo da questo nostro “buon esempio” di vecchi missionari, ma sono invogliati soprattutto dalla grazia e dalla ispirazione divina che li ha suscitati e preparati. Provengono infatti dai numerosi gruppi ecclesiali locali, e sono preparati dagli animatori addetti.
E poi c’è che qui le famiglie fanno ancora figli! E dunque sono questi figli che diventano nostri fratelli. E sono questi nostri fratelli che si lanciano. Ed animano, organizzano, conducono e gestiscono, con tutti i loro pregi e difetti, le opere nostre e dei nostri vecchi, secondo quello che hanno “visto e udito”.
Sono ancora loro che inventano e suscitano nuove opere, con l’accordo e l’appoggio dei centri missionari fondatori. E ciò che è veramente nuovo è che il flusso dei missionari non è più solo dal nord al sud, ma pure dal sud al nord. E dunque la nostra fraternità è impegnata e spinta interamente, nell’insieme dei fratelli a rivivere Gesù, ad offrire umilmente questa modificazione del proprio temperamento e a rivestirci di sentimenti di umiltà, in vista della comunione fraterna.
Le reali tensioni interne alla fraternità, è vero, dipendono dall’origine, dall’età, dalla cultura o dalla nazionalità di noi frati, dagli anni di vita missionaria e apostolica, o ancora dall’efficacia dei progetti da realizzare. Ma ciò che determina maggiormente l’attitudine a vivere la “nostra” vita evangelica, è piuttosto l’interazione di tutti i frati, per osare ad offrire ciascuno le sue proprie attitudini e proporci come esempio coerente di vita: Gesù che rivive, come in san Francesco, secondo la misura di grazia di ciascuno, al di là delle “mosse”.
Sì, meglio un passo insieme, che dieci da soli.
Cosa fare? Come fare? Il mio caro papà Giuseppe, che mi vedeva titubante di fronte a certi impegni, mi diceva: «Tè fa’ quàl c’at pô. Al rèst ag pèinsa à Sgnôr!» («Tu fa’ quel che puoi. Al resto ci pensa il Signore!»).