Vedere, riconoscere, custodire nel cuore

L’ostensione del corpo di san Francesco

 di Giuseppina Brunetti
Docente di Filologia e Linguistica romanza all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

 Si è conclusa il 22 marzo scorso nella Basilica di San Francesco, con la messa presieduta dal presidente della CEI e vescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, il lungo mese (22 febbraio-22 marzo)

in cui le spoglie mortali di san Francesco di Assisi sono state esposte agli sguardi di tutti: 370.000 viandanti (più di diecimila nelle dodici ore previste per ogni giorno e ca. diciottomila in ogni fine settimana) si sono messi in fila, in quaresima, e sono passati accanto a ciò che resta visibile del piccolo corpo del ‘somigliantissimo’, dell’alter Christus, in questo 2026, negli ottocento anni dal suo transito terreno.

 Il pilastro del “fratello piccolino”

Da quell’ottobre 1226 le spoglie mortali di Francesco dimorano ad Assisi, deposte dapprima nella chiesa di San Giorgio, poi nel travertino sistemato sul colle ora denominato ‘del Paradiso’ e infine nella pietra moderna del pilastro che sostiene l’altare maggiore della Basilica inferiore: se si scende alla cripta con ancora negli occhi la luce degli affreschi di Giotto e dei maestri umbri, lì, dopo aver oltrepassato la lastra sepolcrale dell’amica fidata Iacopa de’ Settesoli (quella che teneramente procurò a Francesco nelle sue ultime ore, oltre ai dolcetti desiderati, i ceri e i lini per il suo funerale), si incontra il luogo della sepoltura del santo, in semplice pietra racchiusa da una forte grata di metallo, radice efficiente di tutta la semplice bellezza sfolgorante intorno. Fu papa Pio VII, agli inizi del XIX secolo, ad avviare una ricognizione per ritrovare il sarcofago e nel 1818 la tomba di Francesco venne ufficialmente vista e i suoi resti riconosciuti. Altre osservazioni scientifiche, ma per pochi occhi, ci furono nel 1978 con papa Paolo VI, nel 1994 e nel 2015. L’ostensione di quest’anno è stata dunque la prima così durevole e largamente condivisa.
Ha fatto anche discutere questa ostensione. Qualcuno ha affermato che prevedere soltanto un mese sarebbe stato troppo poco, che molti non hanno potuto accedere etc. Altri hanno detto che non si dovevano mostrare senza pudore le spoglie preziose del santo, hanno stigmatizzato il gusto del macabro che fa venire in mente i memento mori della cripta romana dei Cappuccini o delle Fontanelle di Napoli o, peggio, hanno temuto la spettacolarizzazione, la pornografia del sacro di talune improprie gestioni di reliquie. Del resto, ostensione e ostentare differiscono per un solo, ma essenziale, suffisso. Infine, un certo sconcerto ha procurato la visione delle ossa del poverello traslate nella teca di vetro dalla cripta all’altare della Basilica inferiore durante i veloci palinsesti televisivi, immagini sacre cioè incastonate tra gli scandali politici del giorno e i piatti dello chef di turno.

 Abbiamo bisogno di vedere

In conclusione però, a sentire chi lì ad Assisi è stato, spesso più di tre ore, in fila su per le viuzze in salita che conducono alla Basilica, sciamando dai pullman giunti nel parcheggio, lo sconcerto e il dubbio residuo si dissolvono facilmente in mistero e stupore: pare che quella folla vociante e diversa, sparsa per le strade e ordinata poi in fila indiana dai volontari – ingente lo sforzo organizzativo dei più di 90 frati e 400 laici coinvolti - nell’oltrepassare la soglia della chiesa si azzittiva quasi miracolosamente, immersa in un silenzio denso, ciascuno con nel cuore e negli occhi i propri desideri, i dubbi, le preghiere, i pianti, le promesse. Sì, forse si ha bisogno ancora di ‘vedere’ e forse se le occasioni, come questa, in cui la mostra di ciò che sorella morte opera su un corpo può diventare il segno bello di una vita mirabile, testimonianza vera di vocazione, allora bisogna correre il rischio dello scandalo.
Non a caso l’evento dell’ostensione è stato intitolato dagli organizzatori: San Francesco vive, per sottolineare con l’immagine evangelica la sua chiave interpretativa più profonda, teologico-spirituale: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Per questo a coloro che hanno svolto il cammino in gruppo, accompagnati da un frate, è stato donato alla fine un ricordo simbolico: un vasetto biodegradabile, con della torba essiccata e dei semi di grano. Perché tornati - dopo Assisi, nella propria casa, a latitudini e longitudini diversissime (nelle varie parti d’Italia, ma anche a Singapore o in Brasile o in Giappone) ossia nel proprio mondo – si potesse rivivere l’esperienza del viaggio ovvero che sempre un seme può diventare fecondo, ma solo attraverso un nascondimento, a patto del passaggio nella terra buia della morte. Solo così un seme spaccato, ferito, ma donato, col tempo, si apre in germoglio e poi alla moltitudine dei frutti. Un insegnamento, questo, anche per vivere davvero i dolori, per le nostre tombe amare e quotidiane, che attendono in questo tempo di guerre feroci delle resurrezioni possibili e più luce, che sperano ancora in vita e generazione.

 Per essere toccati

Non è stata dunque una celebrazione moralistica questa ostensione, un memento mori, ma la restituzione alla vista di una memoria viva, capace ancora di interrogarci e di consolarci. Stupisce sempre, d’altra parte, come quell’uomo medievale di Assisi, infinitamente piccolo come lo chiamò uno scrittore noto, riesca ancora a parlare oggi, a moltitudini. Sì, perché credenti e non credenti, italiani e stranieri, ignoti e notissimi (dalla figlia di Bob Kennedy a Jovanotti), vecchi, giovani e bambini sono saliti tutti sino al colle della Basilica, anzitutto per vedere. Vedere, sì. Questo significa, anzitutto, una ostensione. Vedere per sentire, per riconoscere. Forse per custodire nel cuore. Vedere per essere toccati.
E viene in mente, appunto, Francesco: «Mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia» (Testamento) ove è il ‘vedere’ a fornire la condizione per l’essere toccato e, solo dopo, per l’avere cura (usai misericordia). E ancora, nelle Ammonizioni, a proposito dell’Eucaristia: «E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero».
È Francesco stesso che ci ha esortato in fondo a vedere, a celebrare il mondo creato, anzitutto, con tutte le creature vive che lo abitano, cantato per la prima volta nelle nuove lingue romanze (frate sole, sora luna e le stelle, frate vento e, appunto, sora morte corporale). Una celebrazione della vita a cui la morte non fa paura («la morte secunda no 'l farrà male»).
Se vedere, nella quaresima di quest’anno particolare e in un mondo ormai così virtuale come il nostro, i resti umani del santo di Assisi, la buccia cioè di quel seme speciale germogliato nel mondo, può esser servito a far comprendere un poco che la santità non è un astratto concetto teologico, ma un fatto ancora possibile che si realizza sempre in una esistenza concreta, storica, e se quei resti di un uomo umile che ha camminato con Cristo, così vicino da rassomigliargli anche nelle stimmate, se vedere i resti di un corpo che ha amato, camminato e sofferto ha potuto anche in parte restituire la bellezza della dimensione vitale di una fede incarnata, se insomma quel ‘vedere’ è riuscito anche un poco a far toccare l’idea che l’amore consuma e rimane nel mondo se si diventa un dono per gli altri, allora questo gesto del centenario è stato un segno non effimero. Si sa: si semina, ma è solo Dio che fa crescere. Perché, come ha mostrato Francesco, per chi crede e spera la morte che «ci riempie mentre ci svuota» è anche quella cosa che, inevitabilmente, «ci obbliga a vedere chi siamo» (Christian Bobin).