«Siamo a Gerusalemme, un sabato mattina di circa duemila anni fa», comincia Maura spiazzandoci un po’ tutti. «Un mendicante cieco dalla nascita è fermo, ritto ad un angolo di strada. Di lì passa anche Gesù, con i  suoi discepoli. Subito qualcuno gli chiede: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” e Gesù risponde che nessuno di loro in realtà ha peccato, poi si ferma e lo guarisce».

a cura della Caritas diocesana di Bologna

 Senza uscita: come un cuore cieco

L’arroganza non fa simpatia

IL TÈ DELLE TRE

 «Improvvisamente tutti si accorgono del miracolo, ma c’è chi non vuole credere nemmeno a quello che ha appena visto con i propri occhi.

Alcuni diffondono la fake news che non sia veramente lui, il nato cieco: gridano alla truffa. Quello, interrogato, racconta semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù mi ha guarito”. La folla non si placa, lo portano dagli uomini di legge ed anche loro lo interrogano: “come mai sei guarito?”. L’uomo ripete la semplice verità dei fatti. Una verità scandalosa, inaccettabile, perché di sabato per la legge ebraica non si può far nulla, figuriamoci guarire qualcuno. Dunque Gesù sarebbe un impostore e non avrebbe nulla a che fare con Dio. Vengono convocati persino i genitori; devono giurare che quello sia il loro figlio, davvero nato cieco. Anche loro umilmente ripetono la semplice verità: “certo, è nostro figlio ed è proprio nato cieco, ma ora ci vede”.

 Sentirsi stolti… che è meglio!

Non c’è nulla da fare: gli uomini di legge rifiutano con arroganza di accettare la verità. Chiamano di nuovo l’uomo e di nuovo gli pongono le stesse questioni, proprio come se, ripetendo le domande, potessero cambiare le sue risposte; però lui, con fermezza, ripete ancora una volta ciò che è accaduto e si stupisce dell’atteggiamento di supponente incredulità che gli viene opposto. Quest’uomo sa bene di essere nato cieco, non ha mai nascosto la sua condizione, eppure ha sperimentato la potenza della misericordia di Gesù. Non ha paura di parlare. Soprattutto non teme di cominciare un cammino nuovo come vedente e come credente. Non è così per gli altri - loro sì - ciecamente aggrappati alle proprie ragioni ideologiche, irrigiditi sulle proprie posizioni, convinti di aver ragione, pronti persino a vessare il più debole pur di far prevalere la propria visione».
Maura si ferma, prende fiato e poi sorride, studiando il cerchio dei presenti. Vuole assicurarsi di non aver perso nessuno lungo le stradine di Gerusalemme. Ci siamo tutti e con grazia ci riaccompagna a casa: «Ecco, vi ho raccontato questo episodio del vangelo perché ci aiuta ad affrontare il tema di oggi. Nella storia infatti si contrappone in modo lampante l’umiltà, che riconosce e sa dire la verità, e l’arroganza che invece vuol vedere solo quello che sa già. A questo punto tocca a voi: avete incontrato nella vita persone umili o arroganti? Che spazio hanno preso nelle nostre esperienze? Abbiamo vissuto situazioni che, presentate come “umili”, si sono poi rivelate umilianti?».
Elena interviene per prima: «Mio zio prete diceva sempre: “Chi si dichiara saggio, non sa niente e chi si sente stolto, sa tutto”. Purtroppo il fatto è che le persone arroganti spesso sono anche ricche, menzognere e spesso pure aggressive; oltretutto hanno sempre intorno una schiera di altri soggetti pronti a dir loro di sì. Sarà per questo che l’umiltà viene spesso scambiata per assenza di valore! A proposito di arroganza, ricordo quando ho dovuto affrontare il processo come vittima di violenza domestica: non potrò mai dimenticare quella giudice – donna – che con atteggiamento sprezzante, dall’alto del suo potere, mi chiese: “Mi dica la verità: che cosa ha fatto per provocare una reazione così?”. Io ci rimasi malissimo, non riuscii ad articolare nessuna risposta, per fortuna il mio avvocato seppe proteggermi, rispondendole per le rime! Con il tempo però ho imparato a tutelarmi di più da sola, ora so prendere le distanze da queste cose. Mi faccio scivolare addosso certe frasi e riesco anche a dimenticarle. Adesso vivo molto meglio». 

Con serietà

«Quando chi ha potere è arrogante, questo diventa un problema per tutti, purtroppo» si fa avanti Carla, una vita dedicata al volontariato. «Io sono stata educata all’umiltà, ma mi è capitato di impattare l’arroganza. Sono stata medico ospedaliero e l’aver avuto un primario arrogante ha certamente minato la mia carriera. Ed è vero che ci sono i “cortigiani”, gente consapevole che avrà dei vantaggi a dir sempre sì a chi comanda. Che ho fatto allora? La mia strategia è stata lavorare sempre con serietà, con passione e fare un passo indietro per osservare e capire chi avevo di fronte. Così facendo ho scoperto che gli arroganti sono in realtà degli insicuri, dei deboli travestiti da forti. Spesso sono anche personaggi poco capaci. Quando ho capito questo, mi sono resa conto che si aprivano spiragli d’azione per me: erano i momenti più difficili magari, nei quali l’arroganza non bastava a mascherare l’incompetenza. Momenti in cui potevo “rivendicare” la mia umiltà, senza temere di dimostrare il mio vero valore. Perché l’umiltà è anche questo. Conoscere il proprio valore, non solo i propri limiti. Così mi sono costruita, nel tempo, una bella carriera basata sul rispetto e sulla stima di colleghi e pazienti».
«Per me umiltà è dire: “io faccio solo quello che so fare”» afferma Patrizia con convinzione. «Ho visto tanti, nel mondo del lavoro, far carriera grazie all’arroganza, perché questo atteggiamento fa paura e bisogna aver coraggio per contrastarlo, ma non è affatto facile. Il vero guaio è che l’arrogante crede di poter far tutto, spesso senza averne le capacità. C’è una responsabilità sociale però: accettare queste modalità significa indebolire tutto l’ambiente intorno. Chi è umile invece sa essere sé stesso, riconoscendo fin dove può arrivare e dove invece si deve fermare e chiedere aiuto».
«Purtroppo oggi l’arroganza predomina.» conferma Marcello. «Mi è capitato di ubriacarmi di brutto – o forse qualcuno mi ha messo qualcosa nel bicchiere, ancor oggi il dubbio mi è rimasto – fatto è che mi han portato via dal lavoro in ambulanza e son rimasto incosciente in ospedale per 12 ore di fila. Un fatto che non mi era mai successo e mi ha sconvolto, del quale non sapevo proprio darmi ragione. Ho perso tutto. Ero distrutto». Marcello china la testa, guarda il pavimento. Lo sentiamo soffiare fuori aria. Quando alza lo sguardo, si vede che ha combattuto. «Mi sarei ucciso. Davvero. Ma sono padre. Ho pensato a mio figlio. Per lui ho racimolato tutta l’umiltà che avevo e ho accettato di essere un alcolista, poi ho percorso l’iter per tornare a posto. Oggi, dopo un anno di tossicologici negativi, settimana dopo settimana, sono felice che il Sert mi abbia dichiarato ufficialmente pulito. Soprattutto, sono fiero di essere padre».

 Io non basto a me stesso

«Ho lavorato diversi anni nel settore dei tessuti» si confida Ivano. «Lavoravo, lavoravo e mi sembrava di aver raggiunto un buon livello, anche se nessuno in realtà badava molto a me. Poi ho dovuto cambiare e sono stato assunto da un’altra azienda. Qui prima di tutto, mi hanno insegnato a far le pulizie, a star dietro agli spazi, a tenere in ordine le macchine. Io l’ho vissuta malissimo. Mi son sentito umiliato: in fondo avevo già alle spalle parecchia esperienza. Poi però ho capito che mi stavano dietro. Avevo sempre qualcuno vicino che mi insegnava qualcosa di nuovo. Volevano che reimparassi le basi, così che potessi migliorare ed avanzare nella carriera. Mi sono poi reso conto che la vera umiliazione l’avevo vissuta prima, quando nessuno investiva su di me e sulle mie capacità. A volte serve tempo per capire la differenza tra umiliazione ed umiltà».
«Quando incontro l’arroganza» si fa avanti Maria Grazia «ci soffro molto, ma non riesco a reagire. Tutto quello che riesco a dirmi è: “io non voglio essere così!”. Anche questa però è una buona strategia, perché mi aiuta a trovare la direzione giusta da prendere. Il male, alla fine, ti costringe a scegliere chi vuoi essere davvero».
«Per me umiltà è essere fedele alla preghiera: significa ricordarmi che non basto a me stesso» dice a bassa voce Vincenzo, monaco da tanti anni. Intimidito, ci guarda e sorride un poco. Tutto il cerchio sorride con lui. Mai catechesi sul tema fu più efficace.