«Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). In ogni organizzazione sociale altamente gerarchica – e il carcere lo è – non è l’umiltà a farti considerare gli altri superiori a te stesso. È il sistema. Non sei umile per virtù. Sei umiliato per condizione. L’umiliazione, non l’umiltà, è la cifra del carcere.
a cura della Redazione di “Ne vale la pena”
Noi siamo noi, voi invece…
Umili e umiliati
DIETRO LE SBARRE
Ghostbusters
Il carcere è un luogo dove persone e culture diverse si mescolano, ognuna con i propri problemi, sia che vengano da dentro ognuno di noi, sia che vengano da fuori.
Per me l’umiltà in carcere è fatta di pace. Significa evitare le provocazioni, anche quando sai che potresti far piazza pulita in un attimo. Significa non perdere tempo in discu
ssioni inutili che portano solo a litigare.
L’umiltà in carcere è fare a meno di quello che non hai e condividere quello che hai con chi è appena arrivato e non ha nulla. È fare del bene agli altri affinché la propria coscienza sia in pace con sé stessa – prima che con gli altri, anche se agli altri non interessa. Se provi a piantare un seme e continui a provarci, prima o poi qualcosa di buono viene fuori, anche se all’inizio agli altri non sembra. Col passare del tempo si accorgeranno anche loro di questo cambiamento e vedranno le situazioni con occhi diversi. L’umiltà è saper condividere con chi non ha nulla ciò che hai, senza che sia lui a chiedertelo. È aiutare gli altri senza preconcetti, per dare anche a loro la possibilità di migliorarsi.
L’umiltà è saper dire di no alle tentazioni del carcere. È non cadere nei propri vizi, seguendo il proprio io interiore, dopo aver fatto pace con sé stessi e aver fatto un percorso che ci abbia davvero ripuliti dai nostri mostri, sia quelli interiori sia quelli esteriori. Solo allora si può anche solo iniziare a essere umili. Ed è un percorso da fare ogni giorno, perché è difficile riuscirci, ma è facile perdere quelle virtù che ci permettono di esserlo.
Piombo
Spacconi!
Sono da parecchi anni in carcere, ma non vedo tanta umiltà fra le persone recluse. Vedo piuttosto molta arroganza. Alcuni si fanno avanti quando serve un aiuto, per chiedere questo o quello. Poi, arrivata la spesa, si dimenticano perfino di un grazie. L’arroganza, invece, fa la voce grossa perché qui, se sbagli una richiesta o poni una domanda sbagliata, a prenderti un pugno in faccia è un attimo.
La maleducazione è di casa. Un esempio: la Direzione ha affisso in bacheca un avviso con la dicitura: «Si prega, verso le 11 serali, di abbassare il volume del televisore, per lasciare riposare chi ne ha bisogno». E invece è proprio il momento che si inizia a chiamarsi forte per nome, a ridere sguaiatamente, a tirarsi oggetti da cella a cella. L’umiltà in carcere è un’utopia, tra tante religioni, culture, paesi d’origine diversi. Un altro esempio: un italiano – e me ne vergogno – ha sputato in corridoio. È stato ripreso da un marocchino e sono volati sberle e calci.
È molto facile parlare e dire che tutto va bene e non ci sono problemi, ma la realtà è molto diversa. Di umiltà ce ne vorrebbe davvero molta. Di quella che insegna il vangelo. Allora qualcosa di nuovo si vedrebbe.
Athos Vitali
Uomini o caporali?
Il carcere è spesso raccontato come un luogo di colpa, punizione e condanna. Un universo chiuso dietro cancelli, sbarre e cemento, che molti scelgono di osservare da lontano, rassicurati dall’idea che il male debba essere semplicemente separato dal resto della società. Ma il carcere, prima di essere un simbolo, è un luogo abitato da esseri umani. Uomini e donne che hanno sbagliato. A volte gravemente, a volte irreparabilmente. Persone che portano sulle spalle il peso delle proprie responsabilità, ma che continuano, nonostante tutto, a respirare, soffrire, sperare. Ed è proprio qui che nasce la domanda più difficile: quanto siamo disposti a riconoscere l’umanità di chi ha perso tutto?
Perché la vera pena non dovrebbe essere la cancellazione della persona, ma la possibilità di confrontarsi con il proprio errore. Se il carcere diventa solo annientamento, umiliazione, privazione assoluta di dignità, allora non stiamo costruendo giustizia: stiamo solo alimentando disperazione. La società spesso pretende sicurezza, ma dimentica che nessuna sicurezza può nascere dalla disumanizzazione. Un individuo trattato come un rifiuto sociale difficilmente potrà tornare a sentirsi parte del mondo. E quando la speranza viene spenta, ciò che resta è solo rabbia, vuoto, recidiva.
L’umanità in carcere non significa negare il dolore delle vittime, né minimizzare le responsabilità. Significa comprendere che la civiltà di uno Stato si misura anche da come tratta coloro che hanno sbagliato. Garantire dignità significa offrire percorsi educativi, lavoro, ascolto psicologico, cultura, relazioni. Significa ricordare che una persona non coincide per sempre con il peggiore errore della sua vita. Dietro molte celle ci sono storie di povertà, dipendenze, traumi, emarginazione. Non per giustificare, ma per capire. Perché comprendere le radici dell’errore è l’unico modo per interrompere il ciclo. Ogni volta che il carcere rinuncia alla sua funzione rieducativa, fallisce non solo il detenuto, ma l’intera società.
La speranza è forse la forma più radicale di giustizia. Dare a qualcuno la possibilità di cambiare non è buonismo: è responsabilità collettiva. È investire in un futuro in cui la pena non sia vendetta, ma trasformazione. L’umanità in carcere è una sfida scomoda, perché ci obbliga a guardare dove spesso preferiamo voltare lo sguardo. Ci costringe a riconoscere che anche dietro una porta blindata può esistere redenzione, fragilità, desiderio di rinascita. Finché considereremo alcune vite definitivamente indegne di essere recuperate, avremo costruito prigioni non solo per i detenuti, ma anche per la nostra coscienza. Perché una società che rinuncia all’umanità, anche verso chi ha sbagliato, finisce inevitabilmente per perdere una parte di sé. Tra i detenuti, invece, l’umanità assume un valore diverso: più fragile, più raro, ma forse proprio per questo ancora più prezioso.
Ogni giorno si vive in uno spazio dove la vulnerabilità può essere percepita come debolezza, dove la fiducia è concessa con estrema cautela, dove ogni gesto può assumere significati profondi. Eppure, proprio in questo contesto apparentemente dominato dalla legge del più forte, l’umanità continua a esistere. Essa si manifesta in piccoli gesti spesso invisibili all’esterno: nel dividere un pacco viveri con chi non riceve nulla, nel proteggere il più fragile, nel dare consigli a chi rischia di crollare, nel rispettare il dolore altrui senza bisogno di parole. Sono forme di solidarietà che nascono nonostante il sistema, non grazie ad esso. Tra detenuti, invece, l’umanità diventa spesso una moneta morale. Il rispetto reciproco può valere più di qualsiasi imposizione formale. La parola data, la lealtà, il sostegno nei momenti di crisi possono diventare strumenti di equilibrio in un ambiente dove perdere sé stessi è un rischio quotidiano.
In questo senso, l’umanità in carcere non è debolezza. È resistenza. È il tentativo di restare persone all’interno di un sistema che troppo spesso tende a ridurre tutti a numeri, reati o etichette. Lì dentro, chi comprende la sofferenza dell’altro spesso lo fa perché conosce intimamente la propria. Ed è forse questa la lezione più potente: anche in un ambiente costruito sulla privazione della libertà, l’umanità resta una delle poche libertà interiori che nessuna sbarra può cancellare del tutto. Nei rapporti tra detenuti, l’umanità diventa allora qualcosa di essenziale: non solo un valore morale, ma una forma di sopravvivenza collettiva. Perché persino nel luogo più duro, essere riconosciuti come esseri umani può fare la differenza tra crollare e resistere.
Fabrizio Pomes