Umilopoli e il sindaco modestamente indispensabile
Il racconto di un’umiltà troppo umile per essere vera
di Fabio Colagrande
giornalista, scrittore e conduttore radiofonico
Nel grigio paesino di Umilopoli, borgo di provincia noto per la sua discrezione ostentata, l’umiltà era materia obbligatoria fin dall’asilo.
I bambini imparavano presto a dire umilmente «non sono nessuno» con un tono adeguato e credibile, pena la ripetizione dell’anno o, nei casi più gravi, un corso di recupero pomeridiano con esercizi di auto-ridimensionamento guidato. Si esercitavano davanti allo specchio, a capo chino, evitando accuratamente di incontrare il proprio sguardo.
Il sindaco, Pacifico Modestini, era considerato il più umile tra gli umili. Si faceva chiamare, con un vezzo evangelico, l’ultimo cittadino. Si coglieva la sua modestia da come parlava di sé: con infinita cautela, evitando accuratamente di dimenticare di ricordare a tutti quanto poco contasse. «Sono un nulla», diceva spesso, affranto e assorto, con una modulazione della voce che non ammetteva repliche. E la piazza, disciplinata, annuiva con una compostezza quasi liturgica, applaudendo sottovoce, umilmente.
Aveva fatto togliere il suo nome da tutte le targhe ufficiali, sostituendolo con una formula più sobria: “Decisione spontaneamente condivisa sotto ispirazione diffusa con supervisione minima del sindaco”. Per eccesso di umiltà, quella formula compariva ormai anche sulle bollette, sui certificati anagrafici e, in un caso isolato ma significativo, sulla lapide di un defunto particolarmente discreto e devoto al suo sindaco.
L’ufficio di Modestini era spoglio, quasi ascetico: una scrivania, una sedia e dodici ritratti del sindaco in atteggiamento umile, tra cui uno particolarmente apprezzato in cui fingeva di non esserci. In un altro, guardava altrove mentre indicava sé stesso con discrezione. Un terzo lo ritraeva di spalle, mentre si allontanava umilmente dal proscenio del teatro comunale - a lui intitolato - dopo aver ricevuto un premio per la sua modestia e la folla lo plaudeva in deliro per cotanta, non ostentata, semplicità.
Modestini rifiutava ogni elogio che non fosse, a suo giudizio, meritato. Quando qualcuno lo ringraziava, si schermiva subito: «Vi prego, non esagerate… limitatevi ai fatti verificabili». E i fatti, puntualmente, erano subito documentati attraverso comunicati stampa, redatti con una sobrietà minuziosa, in cui si descriva nel dettaglio l’assenza di protagonismo del sindaco con dovizia di particolari e una certa insistenza cronologica.
A Umilopoli si praticava una forma avanzata di democrazia: il sindaco chiedeva il parere dei cittadini dopo aver già deciso di nascosto, così da non influenzarli. «Non voglio condizionare nessuno», spiegava, «ma sarebbe irresponsabile lasciare le cose al caso». I cittadini, rassicurati da tanta prudenza, esprimevano opinioni sorprendentemente convergenti alle sue. I pochi dissidenti venivano fatti sparire con discrezione dalla polizia comunale, senza tanti clamori.
Le assemblee pubbliche si svolgevano in un clima di partecipazione composta. Gli interventi erano brevi, misurati, spesso introdotti da lunghe premesse di auto-deprecazione. «Forse mi sbaglio, essendo un imbecille, ma condivido pienamente quanto già stabilito dal sindaco», era una formula frequente che attestava la libertà di pensiero diffusa tra il popolo. Il verbale finale, redatto con cura, riportava fedelmente ogni inevitabile consenso e anche gli scarsi dissensi, per facilitare il lavoro delle forze dell’ordine.
Un giorno, per rafforzare la cultura dell’umiltà, Modestini istituì l’Oscar per l’Invisibilità Civica. Vinse lui, a sorpresa, per acclamazione silenziosa. Non si presentò alla cerimonia per coerenza, ma fece pervenire un sobrio discorso di ringraziamento di sedici pagine, in cui sottolineava di non meritare nulla, elencando con precisione i motivi, corredati da note a piè di pagina e una breve appendice statistica. Ma chiese che fosse letto in pubblico con tono remissivo.
Un’altra volta, chiese al parroco se la sua persona poteva essere raffigurata in un modesto e sobrio mosaico sull’abside della cattedrale cittadina intitolata a San Modesto. E quando il presbitero si oppose timidamente, ricordando che in quel luogo era più opportuno ritrarre immagini sacre di santi e beati, si rivolse al vescovo, e attraverso di lui al Vaticano, chiedendo di essere beatificato in vita. Ma quando la congregazione apposita chiese la documentazione di un miracolo per aprire il processo canonico, si disse troppo umile per farne. Rimediò all’impasse facendo sparire il solerte parroco e sostituendolo con un suo nipote prete che non fece problemi ad aggiungere il suo volto a quello dei santi protettori nel duomo.
Col passare del tempo, il paese raggiunse una straordinaria stabilità. Nessuno emergeva, perché tutto emergeva attraverso il sindaco. Nessuno si imponeva, perché ogni cosa si disponeva spontaneamente secondo la sua volontà, che lui per primo si premurava di non chiamare così. Le iniziative nascevano già condivise, le decisioni apparivano inevitabili, le alternative si dissolvevano con eleganza prima ancora di essere formulate.
Gli oppositori, pochi e un po’ confusi, provarono a sollevare qualche dubbio. Furono ascoltati con grande attenzione, registrati, trascritti e infine ringraziati per aver contribuito a confermare la linea già adottata. Alcuni di loro ricevettero anche una lettera di apprezzamento per il loro spirito costruttivo, firmata – con discrezione – dall’ufficio del sindaco. Ai pochissimi che insistettero nell’esprimere opinioni divergenti da quelle di Modestini, fu inflitta la pena capitale per mancanza di umiltà. Da scontarsi però in segreto, senza troppa pubblicità, per inasprire la pena.
«Qui non c’è spazio per l’ego», ripeteva Modestini, osservando con discrezione il proprio busto – piccolo, ma replicato in serie per evitare personalismi – collocato strategicamente in vari punti del paese, «solo per orientare i visitatori» e venduto a prezzi modici nei negozi ufficiali di souvenir.
Quando scadeva il suo mandato, il sindaco si rimetteva alla volontà dei cittadini e si affidava a libere elezioni. Anche lui si ricandidava, ma solo per spirito di servizio. Non faceva, umilmente, neanche un po’ di campagna elettorale. Si limitava, con circospezione, a stigmatizzare l’egocentrismo degli altri contendenti. E quando inevitabilmente veniva riconfermato, non si vantava del successo, né sbandierava ai quattro venti i metodi adottati per screditare i suoi rivali o a sopprimerli nel sonno, con veleni semplici e genuini, confezionati con prodotti a chilometro zero, nel rispetto del territorio e delle tradizioni locali.
Nel tempo, l’umiltà divenne un’abitudine consolidata, poi una prassi, infine una forma di infrastruttura. Le conversazioni si alleggerirono, le opinioni si uniformarono, i silenzi si fecero eloquenti. Nessuno alzava la voce, perché non ce n’era motivo. Nessuno cercava visibilità, perché era già stata distribuita equamente, in forma di discrezione condivisa.
E così Umilopoli continuava a vivere in una perfetta armonia: tutti uguali, tutti partecipi, tutti convinti che nessuno fosse indispensabile. Il sindaco, dal canto suo, continuava a ricordarlo con regolarità, in modo misurato, evitando accuratamente ogni forma di enfasi.
«Siamo tutti superflui – amava ribadire in ogni cerimonia pubblica - ma nessuno è inutile come me. Per questo non è necessario discuterne».