Beati i superbi perché prenderanno posizione

Don Milani e le sue “lezioni di superbia”, per salvare i poveri dalla paura

 di Antonello Ferretti
frate cappuccino, animatore culturale a Reggio Emilia

 Superbia ed umiltà sono due sostantivi che nel vocabolario italiano si oppongono a vicenda.

Umiltà deriva da humus, terra, terra intesa nella sua accezione più positiva, nella sua dimensione -potremmo quasi dire – francescana, come una realtà da lodare e cantare. Barbiana però non è mai stata una realtà poetica, un luogo in cui la terra è una madre da cui trarre ispirazioni per vivere, ma una realtà da dominare e soggiogare se si vuole convivere con lei. È una terra ereditata da generazioni di vinti figli di vinti, una terra in cui le relazioni sono circoscritte a poche persone e i prodotti (spesso da condividere col proprietario terriero) scarsi. E Vicchio, il paese più vicino, distante sette chilometri, lo si raggiungeva solo a piedi il giovedì quando si scendeva dalla collina per recarsi al mercato, e tra andare e tornare occorreva un’intera giornata.
Barbiana: un mondo a sé. E come la terra era la popolazione. Parlando di loro il priore così si esprime: «I contadini, i montanari, a causa della storia, di secoli di dislivelli culturali e ingiustizie vivono in uno stato che li fa assomigliare a degli infelici, talmente abbruttiti che si fatica a trovare in essi un volto umano. A vivere nella solitudine, senza il contrappeso della cultura o del pensiero o di una intensa spiritualità sono diventati animali davvero inferiori. Si sono arroccati su posizioni dalle quali non riescono e non vogliono scendere e si rifiutano prima di tutto di ascoltare, ragionare e successivamente decidere per opzioni e stili di vita nuovi o diversi». Con la sua innata ironia e grande capacità di lettura della situazione, don Lorenzo individua alcune caratteristiche di questo “popolo di vinti figli di vinti” che solo a uno sguardo superficiale è umile e silenzioso, mentre è orgoglioso e pieno di paure che diventano carceri.

 Il linguaggio del barbianese

Occhi muraglia. Se nella confessione il sacerdote pone domande (come si faceva all’epoca) oltre il terzo comandamento, dagli uomini in particolare riceve reazioni strane: «Va tutto bene!». «Scusi reverendo, ma non ho capito di cosa vuole parlare». E in tal modo si chiudeva il discorso. La volta successiva il penitente tornava e fissava il confessore con occhi gelidi, impenetrabili, che non si abbassano e creano disagio: sono gli “occhi muraglia” che portano alla sconfitta del sacerdote e al trionfo del mutismo.
Il broncio. Come entrare allora in sintonia con questi “uomini dei monti” che vivono una cultura tutta loro? Occorre intercettarli nel loro linguaggio che è fatto di parole facili, aperte senza segreti, senza pretese, usare parole che siano identiche a quelle che utilizzano per parlare delle vacche, dei campi e delle loro case. E una volta che si è comunicato con loro, ci si è intesi, ci possono essere due reazioni: o si viene odiati perché non si accetta quanto viene loro proposto (il barbianese è diffidente, ha costantemente paura che l’inganno sia dietro l’angolo a causa delle molteplici fregature ricevute) o si va incontro al silenzio perché alcuni hanno sì capito il significato delle singole parole, ma non sono stati in grado di unirle in un ragionamento di senso compiuto.
In ogni caso rispondono con l’unica parola che sanno dire: il broncio. Un broncio cieco, sordo e muto.
Il fatto compiuto. È la terza grande strategia che utilizzano i barbianesi e tutti coloro che sono nelle loro situazioni. Organizzano e preparano le cose di nascosto, in segreto e poi te le presentano già “belle e fatte e organizzate”… e tu non puoi fare altro che accettarle. Sia gli occhi muraglia, che il broncio ed infine il fatto compiuto, sono atteggiamenti che denotano un forte egoismo che senza mezzi termini il Milani definisce “egoismo da giungla”.
La parola vivificatrice. Ma perché tutto questo avviene? Manca un ingrediente fondamentale nella vita del montanaro: la parola con il suo influsso vivificatore. Nessuno l’ha loro insegnata e portata. E la non conoscenza della parola porta a rifiutare la parola stessa, perché non capita e vista come strumento di oppressione. E senza parole non è possibile spiegare la realtà, trasformarla e costruire qualcosa di nuovo.

 La scuola che libera l’umanità

A ciò si aggiunga che la parola è una realtà che fa paura. Quasi a livello inconscio viene percepito che la conoscenza della parola porterà a prendere delle posizioni e ciò significa esprimere un parere che può esser diverso dal gruppo di cui si fa parte e costituisce la propria identità. Nella lettera che don Lorenzo invierà ai giudici, quasi al termine della sua vita, scriverà che occorre insegnare ai giovani ad essere cittadini sovrani, ad esser persone che non si nascondono dietro la falsa umiltà della obbedienza che diventa la più subdola delle tentazioni, in quanto giustifica il non prendere posizioni e ad avallare sempre lo status quo e le proposte del più forte.
È qui che si colloca il ruolo insostituibile della scuola. Scrive don Lorenzo in Esperienze Pastorali: «La scuola ha come compito di portare alla luce quel volto umano e divino che oggi è seppellito sotto secoli di chiusura ermetica e renderlo nostro fratello per una reale comunanza di interesse e di linguaggio. Giunti a questo punto la scuola avrà finito il suo compito e gli uomini saranno in grado di crescere da soli con il confronto e la discussione reciproca.Tre anni di grammatica e di lingua con loro mi son bastati. E ora vibrano alla cultura, al pensiero e alla fede». Vibrare e far vibrare son due verbi molto cari al priore, tornano spesso nei suoi scritti e danno chiaramente l’idea di cosa significhi per lui insegnare (sia che si tratti della scuola di Calenzano, come in questo caso, che di quella di Barbiana).

 Cinquant’anni di esplosioni

E fondamentale diventa la superbia! I ragazzi di Barbiana, la superbia l’hanno imparata sui banchi di scuola, gliel’ha insegnata don Lorenzo Milani, a suon di Vangelo e Costituzione, attraverso le  discussioni infinite sul significato di una parola, la lettura del giornale e l’ansia da giustizia sociale.  La scuola come luogo di senso dove capire e farsi capire, dribblare il dito per puntare lo sguardo dritto alla luna, «imparare a imparare e insegnare a insegnare», sviluppare pensiero e crearne di nuovo, porsi domande e trovare soluzioni. In quell’aula i ragazzi scoprirono di essere parte di un mondo ingiusto a cui potevano dare un contributo attraverso lo studio con e per gli altri. Questo era essere umili e misericordiosi, caratteristiche indispensabili per ereditare la terra.
«Ho deciso, dopo matura riflessione, che l’umiltà è la rovina della classe operaia e peggio ancora, contadina e montanara», affermava il priore. Si andava a lezione di superbia, quella che permette di superare la paura dei vinti figli dei vinti e consente di scoprire chi si è, nel profondo. Indagare se stessi, quale sia la propria scintilla per poi metterla a disposizione degli altri. Questo era il fondamentale insegnamento. Uscire sempre insieme dai problemi e dalle ingiustizie, interessarsi a tutto e tutti: «In questi anni vi ho educato a sentirvi classe, a non dimenticarvi della umanità bisognosa, e a tenere a bada il vostro egoismo», dirà ai suoi ragazzi don Lorenzo poco prima di morire. «Perché non si tratta di produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente». 
Vorrei concludere questa riflessione sulla superbia come umiltà, riportando due affermazioni del priore che a prima vista possono suonare un po’ scioccanti, ma son piene di verità e sano realismo. «La scuola ai poveri va impostata tutta sull'educazione alla superbia. E la scuola ai ricchi va impostata tutta sull'educazione all'umiltà. C'è una differenza diametrale di necessità, in genere, salvo tutte le eccezioni; ma normalmente sta così».
In una lettera alla mamma (14 luglio 1954), scriveva: «Io ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno cinquant'anni sotto il sedere dei miei vincitori». Cinquanta anni sono passati, ma quelle cariche scoppiettano ancora, e con forza!