Tanta… e non di più

Francesco ci mostra un’umiltà che è fissare gli occhi su Gesù

 di Maria Giovanna Cereti
clarissa del monastero di Forlì, psicologa

 Ci vuole quasi coraggio a pronunciare la parola umiltà …

Non sembra un atteggiamento molto apprezzato e popolare nel nostro tempo, in cui il tipo umano che va per la maggiore è quello della persona sicura delle proprie possibilità, che punta con decisione a raggiungere i propri obiettivi e persegue con tenacia la realizzazione di sé. Pronta a difendersi, a far valere i propri diritti, a esigere il riconoscimento che ritiene spettarle.
Intorno a questa “virtù”, che è stata invece molto esaltata in passato nei testi di morale e di vita spirituale, è facile il fraintendimento: si può vederla come debolezza, auto-svalutazione, percezione di inferiorità; talvolta come un ostacolo al successo, che non può essere raggiunto da chi non esprime e valorizza i propri punti di forza. O, nel peggiore dei casi, come una apparenza falsamente dimessa, “indossata” a scopo manipolatorio.
E se non fosse soltanto così? Contribuisce a farci venire qualche dubbio il fatto che studi anche recenti sulle organizzazioni, inaspettatamente, rivalutino proprio l’umiltà come “risorsa positiva, altamente desiderabile, da ricercare e incoraggiare”, specie nei contesti lavorativi dove sono in primo piano le relazioni interpersonali (ovvero quasi tutti!). È d’altronde esperienza comune la difficoltà di interagire con ego sovra-dimensionati che riempiono il mondo con un continuo “io … io … io”.
Dal punto di vista psicosociale, i segni distintivi dell’umiltà vengono individuati come: avere un’identità sicura e accogliente, cioè un’idea abbastanza precisa di sé, dei propri punti di forza e dei propri limiti, senza essere ipersensibili alle minacce all’immagine di sé; l’apertura a nuove informazioni: curiosità e disponibilità ad imparare, in una ricerca autentica della verità anche quando questa dovesse darci torto;
un ascolto ben allenato: chi è meno concentrato su di sé è più capace di focalizzarsi sull’altro, è più empatico, condivide le risorse e non ha bisogno di dominare o sfruttare chi ha di fronte; l’attitudine a ringraziare; una serena capacità di riconoscere apertamente i propri errori, senza doverli nascondere o attribuire sempre alla responsabilità altrui; una stima sincera per la dignità e il valore di ogni persona.

 Un piccolo (grande) esempio

Qualcuno penserà che questo sguardo sull’umiltà sia molto “orizzontale”… Eppure c’è una sorprendente coincidenza con quanto affermano numerosi santi: santa Teresa d’Avila dice “L’umiltà è verità”; sant’Agostino suggerisce “Vuoi essere grande? Comincia con l’essere piccolo”; o con la stessa Scrittura: (“Rivestitevi di umiltà nei rapporti reciproci”: 1Pt 5,5; “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”: Rm 12, 10). Siamo dunque di fronte a un atteggiamento prezioso, che dobbiamo riconoscere come indispensabile per la nostra autentica umanizzazione. Simone Weil definisce l’umiltà “l’unica forma lecita di amore di sé”.
Chiunque frequenti anche solo saltuariamente gli scritti di san Francesco rimane colpito dalla frequenza con cui egli utilizza questa parola: la usa addirittura più spesso della parola povertà! Vale dunque la pena di farci guidare da lui, per scoprire un po’ di più di cosa si tratta e perché è così importante.
Sappiamo che il giovane Francesco era stato mosso da un sogno di grandezza e di gloria, dal desiderio di diventare un grande cavaliere per elevarsi sopra gli altri … Ma, come egli stesso ricorda nel Testamento, l’incontro imprevisto e sconvolgente con i lebbrosi e l’esperienza di “fare loro misericordia” capovolse il suo modo di guardare la realtà e se stesso. Francesco cominciò ad intuire “come siamo amati”, con quali occhi Dio ci vede, noi che siamo così poca cosa … terra, humus, spazio buono, basso ma stabile e fecondo che fa nascere vita. E gli divenne possibile spogliarsi dei panni faticosi e pieni di affanno di chi insegue il successo per vestire semplicemente quelli del suo essere uomo. E per incontrare tutti semplicemente da fratello.
Quando comincerà ad esprimere il nucleo della vita intuita come buona per sé e per i suoi fratelli, Francesco lo articolerà sempre intorno a questo sguardo nuovo: “Osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo vangelo del Signore nostro Gesù Cristo …” (Rb XII, FF 109); “lo spirito del Signore … ricerca l’umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello Spirito” (Rnb XVII, FF 48). La relazione con Gesù, abbracciata dai frati, chiede loro di avere il suo stesso Spirito, il suo stesso modo di sentire la vita, espresso con questi due termini: avere la sua umiltà e pazienza. Una coppia di termini molto significativa e spesso riproposta da Francesco: se l’umiltà è sapersi piccolo e accogliere la propria piccolezza, la pazienza ne è quasi il primo frutto: la capacità di attendere i tempi della realtà e degli altri. Maturazione e sviluppo sono lenti e non lineari; la pazienza che ricomincia sempre daccapo è il presupposto perché qualsiasi cosa possa crescere.
Francesco, particolarmente nelle Ammonizioni, ha lasciato molte indicazioni argute per aiutarci a verificare la nostra umiltà. Vogliamo lasciarci provocare da qualcuna di esse.

 Alcune ammonizioni

“Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento (Am XXVII, FF 177); “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più” (Am XIII, FF 162). Si direbbe la sintesi dell’episodio della “vera letizia”! Pare proprio che l’assenza di ira e di turbamento per le contraddizioni che gli altri e la realtà spesso procurano sia per Francesco il test per eccellenza dell’umiltà e pazienza che abitano il nostro cuore. Come si vede, non c’è alcuna preoccupazione per atteggiamenti esteriori.
Una seconda verifica verte sul realismo riguardo a se stessi e sulla gratitudine: “Da questo si può riconoscere se il servo di Dio ha lo spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua carne non se ne inorgoglisce ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini” (Am XII, FF 161); “Mangia, infatti, dell'albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui…” (Am II, FF 147); “tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. Di che cosa puoi dunque gloriarti? … in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità” (Am V, FF 154). Conoscere la propria fragilità, riconoscere i doni che continuamente riceviamo, riferire a Dio ogni bene che si realizza attraverso di noi: ecco l’umiltà, che Francesco ancora sintetizza in modo folgorante: “Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più” (Am XIX, FF 169).

 Sotto poca apparenza di pane

È ormai chiaro che per Francesco vivere l’umiltà non è uno sforzo di “pensarsi incapace o indegno”: è invece lo sguardo puntato su Gesù e sul suo stile di umanità, testimoniato da tutta la sua vita e sommamente dalla sua consegna alla passione e alla morte. Sentiamo riecheggiare le parole di san Paolo ai Filippesi, che descrivono l’itinerario del Figlio di Dio, il quale “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso essere uguale a Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte …” (Fil 2, 6-8): ha accolto la piccolezza della nostra fragile umanità e infine l’umiliazione della morte in croce; non per obbedienza a un Dio irato da placare, ma “obbedendo alla realtà” del rifiuto da parte del suo popolo e vivendola con fiducioso abbandono.
Francesco non si stanca mai di contemplare con riconoscente stupore l’umile discesa del Figlio, che è la via scelta da Dio stesso: “Tu sei umiltà, tu sei pazienza”, dirà nelle Lodi all’Altissimo. E il luogo in cui quotidianamente alimenta questo sguardo e si disseta a questa sorgente è l’Eucaristia: “O umiltà sublime! O sublimità umile che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l'umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla dunque di voi trattenete per voi …” (LOrd II, FF 221).