Un libro uscito da pochi mesi prova a mettere sotto la lente la situazione delle parrocchie, senza fare sconti o imbellettare le cose, dove già il titolo dà un’idea di quello che vi si trova dentro: Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza? L’autore, Sergio Di Benedetto, ha un grande merito. Oltre a saper leggere in profondità il malessere che attraversa la parrocchia, si permette di indicare vie concrete e sensate per provare una ripartenza, consapevole che l’alternativa è davvero solo quella di chiudere il viaggio.
a cura di Gilberto Borghi
In viaggio per essere vicino
Un percorso verso l’essenziale
di Gilberto Borghi
della Redazione di MC
C’è una parola che sempre più spesso attraversa le conversazioni tra preti, operatori pastorali e laici impegnati: stanchezza.
Non una stanchezza episodica, ma profonda, strutturale. La sensazione diffusa è che la parrocchia, così come l’abbiamo conosciuta, non sia più generativa, non nutra più la fede, non riesca a parlare alla vita reale delle persone. Un libro di Sergio Di Benedetto trascrive in modo molto reale e sincero questa sensazione. Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza? è un tentativo di provare a guardare in faccia la realtà parrocchiale di oggi, senza sconti, ma anche senza pessimismi. Non si limita a mostrare il problema, ma indica anche vie di soluzione davvero realistiche e possibili. Non parte da una teoria astratta, ma dall’ascolto di una fatica condivisa: quella di continuare a “fare le cose di sempre” senza vederne i frutti.
7 crisi
È come se le reti venissero gettate ogni notte nello stesso punto, con la stessa cura e la stessa dedizione, ma tornassero sistematicamente vuote. Un’immagine che il vangelo di Giovanni (capitolo 21) consegna con sorprendente attualità: dopo la Resurrezione, i discepoli tornano al mestiere di prima, pescano tutta la notte, ma non prendono nulla. Gesù è lì, sulla riva, ma non viene riconosciuto. Solo quando invita a gettare la rete dall’altra parte, qualcosa cambia.
Per capire perché oggi molte parrocchie faticano a essere luoghi di vita, è necessario un vero e proprio esame di coscienza, che attraversa almeno sette crisi fondamentali.
La prima, assolutamente fondamentale e da cui nasce tutto il resto, è la crisi della fede. Il messaggio evangelico è stato spesso “ricoperto e oscurato” da pratiche, linguaggi e sovrastrutture che hanno finito per nascondere il cuore della fede: la relazione viva con Gesù risorto. I giovani, in particolare, smascherano subito parole vuote e riti percepiti come scollegati dalla vita e chiedono altro, che spesso non gli arriva.
Segue la crisi delle persone: intere fasce di popolazione, soprattutto gli under 45, pensatori e cercatori di senso, e anche molte donne, sono scomparse dall’orizzonte parrocchiale. La comunità appare sempre più come una “comunità dei capelli bianchi”, orientata alla conservazione piuttosto che alla generazione.
C’è poi una crisi del pensiero. Si fatica a riconoscere la parrocchia come luogo in cui la fede viene pensata nel XXI secolo. L’impoverimento culturale rende difficile affrontare le domande complesse del nostro tempo e soprattutto non si è davvero preso consapevolezza che le categorie con cui la parrocchia poteva trovare una mediazione con il territorio fino a 35 anni fa oggi non funzionano più.
L’effetto immediato è quello di produrre la crisi di identità: cosa vuole essere oggi la parrocchia? Un erogatore di sacramenti? Un servizio sociale? Un presidio culturale? La mancanza di una risposta condivisa paralizza ogni tentativo di rinnovamento. E a questo fanno seguito le crisi più percepibili, sia da dentro che da fuori. Quella delle strutture: chiese e oratori spesso sovradimensionati, costosi da mantenere, ma vuoti. Spazi pensati per un mondo che non esiste più, che assorbono energie enormi; quella del linguaggio: parole centrali come “peccato”, “salvezza”, “redenzione” risultano incomprensibili o irrilevanti per molti; quella di credibilità che attraversa tutta la Chiesa: dagli scandali agli abusi, fino alla mancanza di trasparenza economica. Quando una comunità non mostra mai un bilancio, la fiducia si erode.
La parrocchia in uscita
Alla radice di tutto c’è una frattura profonda tra il modello parrocchiale tradizionale e il mondo attuale. La parrocchia nasce in una società agricola e stanziale, basata sulla prossimità fisica e su ritmi lenti. Oggi viviamo invece in un mondo mobile, digitale, frammentato, dove le relazioni non sono più legate al territorio e il tempo è accelerato. Continuare a proporre lo stesso modello pastorale in un contesto completamente diverso genera inevitabilmente frustrazione.
«Gettate la rete dall’altra parte»: l’invito evangelico, acutamente colto da Sergio Di Benedetto, non è a impegnarsi di più, ma a fare qualcosa di diverso. La domanda decisiva non è “cosa aggiungiamo?”, ma “a cosa possiamo rinunciare?”. La rinuncia non è una sconfitta, ma una liberazione: non ci sono più le risorse per fare tutto, e forse non è nemmeno ciò che Dio chiede. Serve entrare nell’ottica dell’essenzializzare e compiere un’opera di dimagrimento.
Una prima conversione riguarda la spiritualità. Occorre smettere di “messificare” tutto. L’Eucaristia non può essere il punto di partenza, ma una meta. Pretendere che una famiglia lontana dalla fede partecipi subito alla messa è spesso irrealistico. Serve una vera gradualità eucaristica che consenta di reimparare a celebrare l’amore del Signore. Allo stesso tempo è necessario riconoscere le spiritualità emergenti che crescono fuori dalle mura parrocchiali: il cammino, la natura, il corpo, il silenzio. Luoghi in cui molte persone già incontrano Dio, anche senza saperlo.
Un altro nodo cruciale è quello dei preti in burnout. La soluzione non è chiedere loro di fare di più, ma liberarli dagli oneri amministrativi, giuridici ed organizzativi. Da qui nasce la proposta di un responsabile laico di comunità, stipendiato e formato, che si occupi della gestione, mentre il prete, come assistente spirituale, può tornare a ciò che gli è proprio: la relazione, l’ascolto, la predicazione, la vita sacramentale.
Dio è già all’opera
Gesù, davanti a Zaccheo, non chiede subito un impegno: dice semplicemente «oggi vengo a casa tua». In una società ossessionata da obiettivi e scadenze, coltivare relazioni gratuite, non finalizzate, è un gesto profondamente profetico. Qui davvero serve un cambio radicale in cui i preti dovrebbero vuotare la loro agenda e dedicare la giornata alle relazioni, semplici, dirette e umane, andando a cercare le persone là dove vivono. Questo porta a un vero cambio di paradigma: non una Chiesa che esce per portare Gesù agli altri, ma una Chiesa che esce per lasciarsi convertire, cercando il volto di Dio nei luoghi e nelle persone inaspettate. Che è la traduzione dell’idea di papa Francesco della Chiesa in uscita.
La verità che libera è semplice e rivoluzionaria: non tutto dipende da noi. Dio non aspetta che apriamo un varco: è già all’opera nel mondo e a noi viene chiesto di individuare come e dove oggi lavora, di sicuro in modo diverso da quarant’anni fa. La sfida fondamentale, infatti, non è prima di tutto organizzativa, ma spirituale: liberare il volto di Dio dalle incrostazioni che lo hanno reso funzionale, esigente, distante. Solo così il capolinea può diventare davvero una ripartenza.