Il 24 novembre scorso noi, frati cappuccini dell’Emilia-Romagna, ci siamo trovati a Vignola per una giornata di formazione intitolata Necessità e sogno comune. Come gestire il cambiamento. A guidarci in questa riflessione sono intervenuti il vescovo di Modena-Nonantola e Carpi, mons. Erio Castellucci e Johnny Dotti, imprenditore sociale e pedagogista.
Il “Cammino dei padri” compie 50 anni in Francia e 10 in Italia: la testimonianza di un partecipante ci introduce nell’esperienza.

a cura della Redazione di MC

  Spigolar e coniugar

Testimoni del vangelo nel mondo che cambia

 di Fabrizio Zaccarini
della Redazione di MC

 Il mondo cambia. Perciò a chi lo abita serve poco tentare di opporsi al cambiamento a corpo morto.

Di fronte ad esso non siamo burattini passivi. C’è un discernimento da operare con coraggio ed equilibrio, una libertà da cercare continuamente e con determinazione grande. Sarebbe un’illusione infeconda e velenosa pensare che si possa assicurare continuità alla comunità cui apparteniamo, rifugiandoci nell’indifferenza ai processi che, bene o male, da vicino o da lontano, volenti o nolenti, avvengono intorno a noi e perciò ci coinvolgono tutti.

 Memorie a diverso termine

La meditazione di mons. Castellucci ha preso le mosse da due memorie. Quella più antica risale al tempo in cui l’aia dei contadini veniva invasa da quelle grandi macchine che erano le mietitrebbia. Con la dolcezza, il coraggio e il realismo che gli sono propri, don Erio riconosce che la Chiesa oggi «ha ancora grandi macchine, ma non ha grandi campi da mietere. Forse dovremmo renderci disponibili a reimparare l’arte della spigolatura, evangelicamente ben più fondata».
Del resto, ci ricordava il vescovo, «già dieci anni fa a Firenze papa Francesco ha affermato che noi non viviamo in un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto in un cambiamento d’epoca che trova il suo segno distintivo nel superamento di quel modo di essere Chiesa che era un tutt’uno con la società, quasi senza scarti e differenze di confini. Un modo d’essere che definiamo come cristianità. Il Cattolicesimo che conoscevamo non regge all’urto di questo cambiamento d’epoca. Resta però forte la domanda di senso, di spiritualità. Anzi, si ha l’impressione che le molteplici crisi che stiamo vivendo, riscaldamento climatico, relazioni internazionali instabili e conflittuali, stiano rinforzando l’urgenza di quella domanda».
La memoria più recente rimanda don Erio al Sinodo, in cui dice di aver sentito la possibilità di un respiro più ampio e più libero. L’impressione generale che ha riportato l’ha descritta così: «Gli italiani si sono soprattutto lamentati. Chi proveniva da Chiese in difficoltà, anche da quelle che soffrono persecuzione, si è mostrato soprattutto entusiasta». Ha raccontato anche di uno scambio informale con un laico proveniente da un paese estremamente povero. Nel suo italiano incerto ma efficace gli ha detto «voi molte cose e molto infelici, noi poche cose e molto felici».

 In pensione non ci va

Oltre la rassegnazione triste di fronte alla realtà dei fatti, oltre la rabbia e le rigidità degli ipertradizionalisti, suggeriva don Erio, possiamo credere che «lo Spirito Santo non sia andato in pensione e che continui a soffiare e seminare germogli evangelici. Anche perché, una Chiesa che non fosse in crisi, mentre tutto il mondo lo è, mi preoccuperebbe molto. Ci sono 56 guerre in atto, la crisi ecologica e quella esistenziale che assediano le donne e gli uomini del nostro tempo. Se noi non ci sentissimo in crisi dovremmo chiederci se siamo una setta chiusa in sé stessa o la Chiesa di Cristo che nel proprio cuore trova eco di tutto ciò che l’uomo vive».
La nostra pastorale non può più essere quella del contare e del contarsi (Quanti siamo? Quanto abbiamo guadagnato? Quanto abbiamo speso?). «Vorrà pure dir qualcosa», osservava il vescovo, «che Gesù nei 4 vangeli faccia ben 217 domande ma che non ne usi neppure una per chiedere: quanti siamo?». La gioia di condividere del resto non è la gioia del contabile! Perciò, sostiene don Erio, «abbiamo bisogno urgente di cercare l’essenziale e perciò di snellire. La burocrazia, l’organizzazione e gli edifici hanno oggi un peso eccessivo nella vita della Chiesa. Non possiamo continuare a pensare di poter seguire Gesù portando sulle spalle un’intera carovana. Noi oggi abbiamo bisogno di zaini leggeri. Dobbiamo riflettere per capire cosa sia essenziale e cosa non lo sia. Gesù è tutto preso dalla passione per il Regno. Nei vangeli nomina 3 volte la Chiesa e 100 il Regno che si compirà alla fine dei tempi, ma che, pure, ci dice, è già in mezzo a voi. I suoi contemporanei attendevano grandi segni dal cielo e lui invece invitava a guardare in basso, a vedere il Regno nel seme più piccolo, nel lievito che una donna nasconde nella farina per impastarla. Questo tempo non ci chiede tanto di occupare spazi, ma di camminare. Ora, chi ci chiama a cercare l’essenziale? Il povero con la sua stessa presenza ci rimanda a ciò che conta davvero e ciò che invece conta meno. Di fronte a lui noi spesso ce la caviamo appellandoci alla burocrazia: hai bisogno di aiuto? Ok, allora vai alla Caritas! E così ci perdiamo l’occasione dell’incontro autentico. Ed è un guaio perché la sfida oggi è passare dal criterio dell’estensione a quello della profondità di relazione».

 Trilogie dei verbi e delle persone

È poi intervenuto Johnny Dotti che ha esordito affermando che avrebbe parlato sotto il segno della benedizione. Forse qualcuno avrà trovato provocatorie le sue parole, ma, osservava: «bisogna guardare in faccia la realtà per quanto spiacevole se vogliamo benedirla». Ha poi affermato che «il cristianesimo ha generato due “eresie”, il comunismo (sul versante della giustizia) e il capitalismo (sul versante della libertà). In occidente, il capitalismo ci ha scippato e stravolto i nostri tesori: il bene comune e il servizio, riducendoli a beni di consumo e a servizi assistenziali, massimizzando il profitto e velocizzando i ritmi della vita senza tener in conto della naturale lentezza dell’evoluzione biologica. Questa crisi dovremmo benedirla perché ci offre l’opportunità preziosa di salvarci dal comfort digitalizzato. Il problema non è portare il povero dal disagio all’agio, perché questa non sarebbe un’alternativa al capitalismo. Il punto, invece, è se noi abbiamo da annunciare e da proporre qualcosa di diverso dal capitalismo. Noi, da cristiani, l’eternità la poniamo nell’invisibile che Dio dona dopo la fine, il capitalismo invece in un futuro visibilissimo, “non finisce mai” ed è continuazione illusoria del presente».
E intanto, continuava provocatoriamente Johnny Dotti, «i giovani di oggi talvolta non sentono neppure il desiderio sessuale… così dobbiamo riconoscerlo: non è vero che non si sposino perché non hanno i soldi. Non si sposano perché non sognano. A me pare che noi dobbiamo riscoprire alcune questioni di base. La prima: il senso delle cose è decisamente più importante del loro funzionamento; e poi che nel cristianesimo non esiste tanto una libertà individuale autoriferita, ma una libertà personale. Per cui non siamo il nostro io, ma il tu di Dio. Il senso della vita è proprio lì, nel pellegrinaggio per cui da io autocentrato divento il tu dell’altro. Ogni persona perciò è sfidata a mettere in relazione tutti e sei i pronomi. Il cellulare con il suo linguaggio binario fatto di 0/1 è dualista, noi invece siamo trinitari. Per cui non c‘è io senza tu e lui/lei. E non c’è noi senza voi e loro. Perciò povertà e fraternità, che si oppongono puntualmente ad ogni progetto antirelazionale, costituiscono la straordinaria alternativa al sistema imperante. Si potrebbe dire che sapere cosa fare, perché e con chi farlo, sono tutti aspetti che valgono più del sapere come fare. Quando sai queste cose il come lo puoi scoprire anche mentre sei già in cammino».
Per offrire una alternativa alla pervasiva funzionalizzazione del sistema sociale vigente, Johnny Dotti ci ha infine riconsegnato una parola ben nota: vocazione! Una parola però da rileggere e soprattutto vivere in chiave relazionale. La vocazione – all’umano, prima che specificamente al religioso – deve infatti lasciarsi coraggiosamente pro-vocare dalla realtà, deve saper con-vocare fratelli e sorelle per affrontarne insieme le impegnative sfide, finalmente e umilmente non deve mai cessare di in-vocare. Fare cioè della preghiera il luogo dove benedire davanti a Dio e agli altri la precarietà, nostra e del mondo che cambia.