«Adesso vi racconto una storia e vi chiedo di immaginarla come se fosse un film» dice Maura rivolgendosi al cerchio dei partecipanti al tè, poi comincia: «La scena si apre con Gesù nel cortile del tempio. È seduto per terra e sta parlando. Improvvisamente irrompe un gruppetto di uomini: stanno trascinando una donna e la buttano nel mezzo del cortile, vicino a Gesù, come se fosse uno straccio».

a cura della Caritas diocesana di Bologna

 

Prossimi, cioè fragili, dunque fratelli

Guarirà la ferita che non nascondi

IL TÈ DELLE TRE

«Queste persone hanno preparato una trappola: più volte, in passato, avevano tentato di mettere in buca Gesù che vedevano come un acerrimo nemico.

Gesù infatti era capace di far emergere come questi soggetti usassero il loro potere per far del male alla povera gente, agli innocenti. Per questo loro lo odiavano e adesso si erano ripresentati a lui muniti di un “piano” per metterlo in difficoltà davanti a tutti.  La legge ebraica diceva chiaramente che chi veniva colto in adulterio – sia lui che lei – doveva essere preso a sassate, ma il “lui” di questa storia ovviamente non era stato fermato, non c’era. La donna è per terra, accanto a Gesù, che resta fermo e sereno. Lei invece è terrorizzata e tace, non osa nemmeno alzare lo sguardo, è disperata perché immagina cosa stia per succederle. È a questo punto che la trappola scatta: gli uomini si rivolgono a Gesù e gli chiedono: “Maestro, abbiamo scoperto questa donna mentre commetteva adulterio. La legge di Mosè ci ordina di lapidare donne come questa. Tu che dici?”.

 Gesù risponde

Gesù si mette a scrivere con il dito per terra. Ma questi insistono; allora Gesù, senza smettere di scarabocchiare per terra, dice loro “Chi fra voi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Tutti se ne vanno, uno dopo l’altro, pieni di vergogna. In mezzo al cortile restano solo Gesù e la donna. Lui le chiede: “È rimasto qualcuno?” e lei solleva finalmente il viso, si guarda intorno: “No, nessuno”. Anche Gesù ora alza lo sguardo, osserva la donna e le dice: “Vai e non peccherai più”, come a dirle “Ora che hai conosciuto l’amore vero, non peccherai più”».
Maura si interrompe un attimo, osserva i partecipanti, prende fiato e riprende: «Perché ho scelto questo racconto per parlarvi di semplicità? Beh, in tutta questa scena, colpisce la semplicità della risposta di Gesù, dentro la quale troviamo la schiettezza, la purezza, la sincerità. Una risposta che smonta la costruzione del male. Dunque l’esatto contrario dell’atteggiamento degli altri uomini. Ma è semplicità anche il saper scegliere fra le tante voci che ci investono. Vi e mi chiedo: quali sono per noi le voci a cui dare ascolto? E ancora: siamo stati capaci di vedere ciò che importava davvero nella vita, o piuttosto ci siamo fatti trascinare dalla corrente? Essere schietti, limpidi, trasparenti, nel condurre le nostre vite, ci ha fatto bene o anche male? Il Signore, in un altro brano del vangelo, afferma che ci manda nel mondo come in mezzo ai lupi e ci chiede di essere attenti come serpenti, ma anche semplici come colombe. Siamo capaci di questo equilibrio?».
«Le parole convincono, ma i fatti trascinano!», interviene d’impulso Daniele con una frase ad effetto e poi ci ragiona su a voce alta, «Se penso a come mi sono comportato io e guardo allo specchio della mia vita, vedo una persona trasparente o una persona cauta? Beh, io mi vedo equilibrato! Ho vissuto con gente che sembrava corretta nelle parole, ma poi mentiva a sé stessa nei comportamenti e ho avuto la forza di scegliere la mia libertà, così me ne sono andato. Ma ho pagato un prezzo alto: è dodici anni che vivo in una baracca e, anche se ho chiesto aiuto, nessuno mi è venuto incontro. Alla fine ho ascoltato solo menzogne da chi mi doveva aiutare».
«Nella mia vita ho imparato a riconoscere chi avevo di fronte: se portavano una maschera oppure no», dice Francesco, «Ho imparato a mie spese quanto è importante fare pulizia intorno a me. Quando ti manca la salute, vedi subito chi resta e chi ti abbandona. Avevo tanti amici, ma, quando è arrivata la malattia e ho dovuto smettere di lavorare, nessuno mi ha più cercato. Sono rimasto solo. Da lì ho imparato ad avere più stima di me stesso e a credere meno negli altri. Piano piano ho anche imparato a non ascoltare più i tanti consigli che ricevevo da pseudo amici e ho imparato da solo chi potevo ascoltare e chi no. Nelle difficoltà impari a contare su te stesso e forse è anche questo il senso delle fatiche che viviamo: scoprire la nostra forza e imparare a credere di più in noi stessi».

 Rapporto costi e benefici

«Secondo me semplicità è sinonimo di verità», prende la parola Maurizio, «Alla fine la verità è sempre qualcosa di semplice. Pensate al racconto di Maura: cosa dice Gesù? “Voi volete giudicare questa donna, ma voi stessi siete più sporchi di lei!”. Il problema non è mai sbagliare, tutti lo facciamo, la cosa importante – che sarebbe anche la più semplice da fare – è ammettere di averlo fatto! Riconoscere i propri limiti è semplicità. Andando avanti, capisco sempre meglio che, se sono schietto, gli altri hanno modo di apprezzarmi di più, proprio perché sentono che sono trasparente con loro».
Prende timidamente la parola Patrizia: «Nella mia esperienza, dire la verità, ha anche significato assumermi dei rischi e ha portato conseguenze difficili. Io, ad esempio, ho perso dei privilegi, ma oggi posso dire di essere più me stessa. Non sempre la verità è gradita. L’ho visto accadere con le mie figlie: ho fatto delle scelte per la verità, basandomi sulla coerenza e ho rischiato di essere giudicata e non compresa. Eppure, se mi guardo indietro oggi, sento di averne guadagnato in serenità».
«Beh, io sono convinta che si sta molto meglio essendo semplici e veri», riflette Emanuela e poi corregge un po’ il tiro, «Certo, se non hai bisogno di sotterfugi per sopravvivere, tutto è più sereno. Ma a volte attraverso piccole bugie si può anche portare qualcosa di buono…».
Si inserisce Lidia: «Nella vita, io ho scoperto che non sempre “dire tutto” è la cosa giusta da fare. Io ad esempio ho scelto di caricarmi del senso di colpa per aver taciuto, piuttosto che esporre una verità che avrebbe certamente arrecato più danno a chi mi stava intorno».
«Per me semplicità è anche il contrario di complessità», si fa avanti Didi, «Più divento grande e più mi rendo conto che oggi non riesco a reggere la complessità che vivevo da giovane. Per fortuna ci sono cose nelle nostre vite che si semplificano da sé con l’età: quando accade, vanno riconosciuti come regali del tempo e bisogna esserne grati. Quando parlo di me, oggi, cerco sempre di farlo come qui: parlo a partire dalla mia esperienza e so che porto soltanto una delle possibili prospettive. Questo mi aiuta tanto a semplificare!».

 Elogio della trasparenza

«La semplicità è una dote!», prende la parola Giusy, «Io ad esempio mi reputo una persona molto complicata: non riesco a semplificare, a filtrare. Mi rendo conto che bisognerebbe imparare a non prendere in considerazione alcune cose, per riuscire ad essere più semplici, ma poi mi dico che anche la complessità è utile perché ti permette di vedere più sfaccettature della realtà…».
«Semplicità per me è il contrario di doppiezza, ma è anche sinonimo di trasparenza», comincia a raccontare Maura ed il cerchio per un attimo sembra fermarsi in totale ascolto, «Sette anni fa mi trovarono un tumore al colon. Per curarmi rimasi a casa per quasi due mesi. Allora feci la scelta di non nascondere nulla della mia malattia e volli comunicare a tutte le persone che allora seguivo al Centro di Ascolto ciò che stavo vivendo. Non sapevo che effetto questa mia sincerità avrebbe prodotto, ma poi scoprii con grande gioia che, proprio grazie a questa trasparenza, si erano aperti dei canali di comunicazione migliori di prima. Anzi, chi seguivo al Centro di Ascolto sentì di potermi aiutare e sostenere ed in tante occasioni ciò accadde veramente. Ci fu un vero e proprio ribaltamento di ruoli».
«La semplicità e la verità sono sempre rassicuranti!», la interrompe Maurizio con il sorriso complice di chi c’era.
«Sì, hai ragione Maurizio», sorride Maura, di rimando, «e, ad un certo punto di questo processo, vedi l’altro come te. Non lo vedi più come uno da aiutare, ma uno proprio uguale a te, per cui salta quella distanza ed aumenta la fiducia».
Maura e Maurizio si scambiano uno sguardo d’intesa e si riconoscono proprio così: semplicemente esseri umani.