La riduzione binaria di ogni informazione – 0/1 – è alla base della struttura di ogni archivio informatico. Sta modellando il nostro modo di ragionare e di valutare: bianco o nero, giusto o sbagliato, vero o falso. È un enorme vantaggio per accedere al patrimonio crescente di informazioni disponibili, ma è anche una semplificazione che mortifica la realtà, a colori non solo bianco e nero. Ne siamo vittime quando il giudizio sulle persone si cristallizza in buono o cattivo, innocente o colpevole. Viva la semplicità, ma coltiviamo la complessità.

a cura della Redazione di “Ne vale la pena”

 Semplice, troppo semplice

Contro la riduzione binaria

 DIETRO LE SBARRE

Complessità della merenda

All’interno del carcere incontri diversi tipi di semplicità.

La povertà, per i detenuti senza parenti che li aiutino e possono affidarsi soltanto alla carità delle varie donazioni dei volontari, delle associazioni o del cappellano; l’umiltà capace di evitare discussioni e litigi, mostrando – anche qui – la parte migliore di sé, dando consigli agli altri detenuti, senza chiedere nulla in cambio. Ciò arricchisce la permanenza nelle patrie galere, rendendola più leggera e umana.
In questo senso, ci sono degli incontri fondamentali, sia con i volontari esterni, sia con gli altri reclusi. Alcuni compagni di detenzione possono aiutarti nei momenti di difficoltà, come per le esigenze più banali. A turno ti aiutano a guadagnarti qualcosa: se per esempio contribuisci a pulire la cella o a lavare i piatti, ti danno poi il tabacco o ciò che ti serve. Ci sono persone sempre pronte a darti una mano, senza voler nulla indietro e per chi non ha nulla questo vuol dire davvero tanto. Tutto ciò ovviamente può variare all’improvviso e con molta semplicità, visti gli equilibri alquanto precari di ogni sezione e le regole interne che ognuna di esse si dà. Questo discorso vale anche per il personale che lavora in carcere, per gli appuntati.
Con troppa semplicità talvolta vengono prese delle decisioni dissennate, come quella che ha vietato di portare acqua e cibo confezionato ai colloqui, negando la possibilità di condividere un momento conviviale con i propri cari. A volte penso che semplificare troppo sia controproducente, soprattutto quando la semplicità comporta la banalità. Speriamo di migliorare.

Piombo

 La semplicità è difficile?

Il mondo di oggi corre fortissimo, forse troppo. Siamo circondati da mille cose che sembrano aiutarci, ma che spesso finiscono solo per complicarci la vita: notifiche continue sul cellulare che interrompono i pensieri e una connessione perenne che ci fa sentire vicini a tutti ma, sotto la superficie, ci lascia spesso soli. In tutto questo rumore costante c’è ancora spazio per la bellezza delle cose semplici?
La risposta più sorprendente arriva dal carcere. Entrare in una prigione significa subire un distacco netto da tutto ciò a cui siamo abituati. Non si perde solo la libertà di uscire o di muoversi; si perde la possibilità di avere tutto e subito premendo un tasto. In una cella, il concetto di "scelta" viene drasticamente ridimensionato. Non devi più decidere freneticamente cosa fare la sera per non sentirti escluso o quale vestito indossare tra mille opzioni per apparire al meglio. Tutta quella confusione mentale che fuori chiamiamo "libertà di scelta", ma che spesso è solo un peso che ci causa stress e ansia da prestazione, sparisce di colpo.
In carcere la semplicità è un obbligo dettato dalle mura di cinta. Eppure, in questa mancanza di tutto, accade qualcosa di importante. Viene tolto il superfluo, le poche cose che restano diventano preziosissime. Leggere un libro, scrivere una lettera a mano cercando le parole giuste, sentire il profumo del caffè che borbotta sul fornelletto, non sono più gesti scontati, diventano momenti di gioia pura. Fuori la nostra vita è un accumulo di distrazioni che ci impediscono di fermarci. Pensiamo che avere infinite possibilità ci renda più felici, ma spesso finiamo per essere schiavi di oggetti e impegni che ci svuotano. La semplicità oggi viene vista quasi come un lusso per pochi o, peggio, come uno slogan pubblicitario usato per vendere prodotti "minimalisti". Abbiamo dimenticato che la semplicità vera non si compra: si vive.
Chi vive in prigione per necessità impara a vivere il presente. Senza uno smartphone che squilla ogni due minuti o un social network che spinge a guardare cosa fanno gli altri, una persona è costretta a guardarsi dentro, a fare i conti con i propri silenzi e a parlare davvero con chi ha davanti, guardandolo negli occhi. Questa semplicità non è "facile" ma è autentica. Significa riportare il mondo alle basi, a ciò che serve realmente per sentirsi esseri umani. Spesso pensiamo che essere semplici significhi essere banali. In realtà la semplicità è un punto d'arrivo: significa aver capito cosa conta davvero dopo aver tolto, uno a uno, tutti gli strati di polvere e le complicazioni inutili che ci portiamo addosso.
Se chiedessimo a un ex detenuto se fuori esiste ancora la semplicità, probabilmente ci direbbe che ora il mondo sembra un labirinto assurdo di problemi creati dal nulla. Oggi è semplice chi ha la forza di scegliere poche cose importanti in mezzo a un mare di distrazioni inutili. Il carcere ci insegna che la semplicità nasce dove c'è un limite. Non serve finire in cella per ritrovarla, ma dobbiamo imparare a mettere dei paletti alla nostra attenzione, decidendo noi a cosa dare importanza.
C’è ancora semplicità? Sì, ma non ci viene regalata. È una scelta. Significa spegnere il rumore, dare valore al tempo invece che al possesso e riscoprire le piccole cose perché abbiamo capito che sono le uniche che contano davvero. In fondo, la semplicità è la forma più vera di libertà: non hai bisogno di tutto per sentirti qualcuno.

Federica Lombardi
 Non è visibile agli occhi

Mi chiamo Athos, ho superato i settant’anni e scrivo da una cella della Dozza. Da qui il mondo arriva filtrato, come la luce che entra da una finestra alta e, forse proprio per questo, certe cose si vedono meglio. Una di queste è la semplicità. O meglio: la sua mancanza e il desiderio ostinato che ancora suscita.
Prima che un errore mi portasse qui, coltivavo pere nei campi vicini a Bologna. Albe silenziose a potare gli alberi, il profumo di terra bagnata e i frutti maturi che cadevano pesanti nelle ceste. Mia mamma mi dava un pezzo di pane e una pera succosa, e quello bastava per essere felici. Niente smartphone, niente corse folli. Il sole che tramonta sugli alberi carichi e le storie raccontate davanti al fuoco. Oggi, dal mio buco di cella, guardo la gente attraverso la TV: occhi bassi sui cellulari, parole frettolose. Il mondo che corre ha perso l’anima?
Viviamo in un tempo che accumula, tutto deve essere misurato, mostrato, commentato. Anche i sentimenti hanno bisogno di un’etichetta, di una prova, di un pubblico. Eppure, la semplicità non fa rumore: passa piano, chiede poco, resta spesso invisibile. Non si impone, non si vende. Esiste. La riconosci in un gesto non richiesto: un detenuto che divide il caffè, un agente che saluta per nome, un volontario che ascolta senza guardare l’orologio. Qui dentro, dove si è privati di tante cose, la semplicità diventa una ricchezza concreta. È il buongiorno scambiato senza sospetto, è il silenzio rispettato, è il tempo dato a una parola vera. Fuori, mi dicono, è più difficile. Troppa fretta per accorgersi dell’essenziale, troppa paura di sembrare deboli per essere semplici. Eppure, la semplicità non è povertà di pensiero: è chiarezza. Non è rinuncia: è scelta. È sapere di cosa si può fare a meno per custodire ciò che conta davvero.
Alla mia età ho imparato che la semplicità non coincide con l’ingenuità. È una conquista che arriva dopo aver complicato tutto, dopo aver sbagliato e perso. È il coraggio di togliere, non di aggiungere. Di dire “basta” quando il mondo ti spinge a dire “ancora”.
C’è ancora semplicità nel mondo? Sì, ma non ama i riflettori. Sta nelle mani che lavorano, negli occhi che ascoltano, nelle vite che non fanno notizia. Sta anche qui, tra mura spesse, dove un gesto semplice può valere una giornata intera di speranza. Finché qualcuno saprà fermarsi, guardare e scegliere l’essenziale, la semplicità non sarà mai perduta. Sarà solo più preziosa.

Athos Vitali