Il 5 novembre 2025, presso l’Abbazia delle Tre Fontane a Roma, è stata siglata la versione riveduta della Carta Ecumenica, segno di un impegno ecumenico profondo che vuole rispondere alle complesse sfide sociali, etiche e ambientali dell’Europa contemporanea.

 di Barbara Bonfiglioli

 Persuasi o perplessi?

L’unità è la forza motrice

 Il primo testo della Carta Ecumenica, spesso ricordata come la Carta di Strasburgo, fu firmato il 22 aprile 2001 dai presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC).

Rappresenta una pietra miliare perché fu il primo documento comune sottoscritto dalle diverse famiglie cristiane in Europa (Cattolici, Ortodossi, Protestanti, Anglicani e altri) dall’XI secolo. Non è mai stato un testo dottrinale per sanare le divisioni teologiche, bensì un documento di impegni comuni finalizzati a testimoniare insieme la fede in Gesù Cristo, ad approfondire la comunione spirituale tramite la preghiera, ad impegnarsi per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato e ad intensificare il dialogo con l’Ebraismo e l’Islam. Il documento era costruito su alcuni pilastri, ognuno introdotto dalla formula «Noi ci impegniamo» (sono 22 gli impegni), che tracciano un percorso chiaro e, in un certo senso, irreversibile verso la riconciliazione e la collaborazione reciproca.

 L’ecumenismo rinnova il suo impegno

Dopo 25 anni, si è sentita la necessità di una revisione, che è diventata urgente per diversi motivi, tra cui le trasformazioni sociali e politiche in Europa e l’emergenza di nuove questioni etiche ed ambientali. Interessante e cruciale in questo processo di revisione è stata la volontà di massima trasparenza e partecipazione. La bozza del nuovo testo della Carta Ecumenica, infatti, è stata resa disponibile online per una piena diffusione e una prima fase di consultazione. Un vasto pubblico di fedeli, teologi e organizzazioni ha potuto contribuire al dibattito. Grazie al digitale, questa “apertura” è stata percepita positivamente garantendo un approccio sinodale ed un consenso quanto più ampio possibile tra le diverse confessioni europee.
Nella rinnovata Carta rimane la natura intrinseca di impegno pratico: l’ecumenismo in Europa non può limitarsi al dialogo teologico, ma deve tradursi in una responsabilità condivisa nel dibattito pubblico e nella vita civile. La Carta Ecumenica è una dichiarazione di identità e di missione per i cristiani europei. Vuole affermare che, nonostante le divisioni, le Chiese cristiane rappresentano una voce etica e di discernimento indispensabile per il continente, specialmente in un’epoca di crisi valoriale e politica. Inoltre, si pone come un faro di speranza: promuove la pace e la solidarietà, spingendo le Chiese ad agire come agenti di riconciliazione in un mondo sempre più frammentato e conflittuale.
Anche nella versione riveduta, non si pretende di raggiungere la piena unità ecclesiale (come la celebrazione comune dell’Eucaristia, traguardo ancora lontano per ragioni dottrinali), ma si stabilisce un terreno di collaborazione minima e non negoziabile nel suo essere “sotto-compiuto”, garantendo che le Chiese possano parlare e agire insieme sui temi cruciali per l’umanità.

 Da 22 a 55

Nel dettaglio, la versione riveduta introduce novità significative che riflettono le priorità del XXI secolo e rendono il testo più operativo e concreto. Il numero degli impegni specifici («Noi ci impegniamo») è quasi triplicato: dai 22 della versione originale si è passati a ben 55, un aumento che testimonia una volontà di maggiore incisività su tematiche considerate vitali.
La nuova Carta attribuisce un peso molto maggiore all’impegno per la tutela del Creato, in linea con le più recenti encicliche papali e le riflessioni ecologiche delle Chiese protestanti e ortodosse: si invita ad assumere stili di vita più sobri, a promuovere la sostenibilità ambientale e la giustizia climatica come parte integrante della testimonianza cristiana. Un’altra novità cruciale è la maggiore attenzione posta all’uguaglianza di genere. Il testo attuale, rispondendo alle critiche mosse a quello del 2001, affronta esplicitamente il tema, spingendo le Chiese a riflettere e a promuovere la pari dignità e partecipazione di uomini e donne a tutti i livelli della vita ecclesiale e sociale. Poi, nella nuova versione, si conferma l’impegno del dialogo con l’Ebraismo, e si pone attenzione al dialogo con l’Islam, la cui presenza in Europa è notevolmente cresciuta. Le Chiese si impegnano a incontrare i musulmani con atteggiamento di stima e a operare insieme su temi di comune interesse (come la pace e la difesa della famiglia), pur ribadendo la necessità di chiarire la comprensione reciproca dei diritti umani. Nel contesto geopolitico europeo attuale attraversato da conflitti, infine, non poteva che essere rafforzato l’impegno per la pace e la risoluzione non violenta dei conflitti. La Carta sollecita una maggiore cooperazione tra le Chiese per essere autentici “fari di pace” e contrastare i nazionalismi e i populismi, che minano la convivenza civile.
La firma del 5 novembre consacra una Carta Ecumenica più robusta, più sociale e più ecologica. Non è solo la riaffermazione di un patto ventennale, ma un vero e proprio mandato per l’azione, che chiama tutte le Chiese in Europa a fare della propria unità, seppur imperfetta, una forza profetica capace di guidare il continente verso un futuro di maggiore giustizia, sostenibilità e accoglienza.

 Approcci critici e auspicio di cammino

Per contro, la Carta Ecumenica è stata ed è tuttora oggetto di critiche, che si concentrano principalmente su due fronti: la sua incompletezza teologica e la sua insufficiente incidenza sulla “base” dei fedeli. Dal punto di vista teologico, la critica più radicale e costante mossa al documento riguarda, infatti, il suo carattere di “ecumenismo sotto-compiuto”, ossia un’unità che si ferma alla collaborazione pratica senza affrontare il nodo delle divergenze dottrinali. La mancanza della condivisione eucaristica rimane il “segno doloroso” della non unità che la Carta stessa riconosce, ma non risolve. Viene criticata nel suo favorire “il fare insieme” rispetto alle differenze dottrinali e nel linguaggio usato, che appiattisce le identità confessionali.
Mentre, da un punto di vista metodologico, la critica più diffusa rimane che la Carta è frutto di un accordo tra organismi di vertice (CCEE e CEC), quindi è ancora un documento “burocratico” che fatica a penetrare nella vita reale delle parrocchie, delle diocesi e, soprattutto, nella spiritualità dei fedeli. Nonostante l’ampliamento degli impegni (passati da 22 a 55), alcune sensibilità ritengono che il nuovo documento sia ancora troppo cauto su alcune delle tematiche più divisive a livello sociale o intra-ecclesiale; ad esempio, sulla questione di genere è criticata per la sua mancanza di vincoli concreti sul ruolo delle donne nelle gerarchie o nel ministero di alcune Chiese (in particolare la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse); sull’ecologia e la politica si critica il fatto che il documento non si impegni abbastanza per un’azione politica congiunta forte e radicale nei confronti delle istituzioni europee per affrontare la crisi climatica.
Infine, un’obiezione che persiste sin dalla prima stesura è il rischio di eurocentrismo. La Carta si concentra primariamente sul contesto europeo, talvolta dimenticando che l’ecumenismo è un movimento mondiale e che molte delle sfide (come la migrazione o la pace) sono globali e non solo continentali. Il rischio è che le Chiese europee si chiudano in un dialogo interno, ignorando le prospettive e le priorità delle Chiese di altri continenti.
In sintesi, mentre i sostenitori celebrano l’impegno rinnovato e l’adattamento ai temi contemporanei (ecologia, giustizia sociale), i critici lamentano che la Charta resta un “compromesso” che, pur garantendo la coesistenza pacifica, evita di affrontare la vera e propria conversione teologica e strutturale necessaria per raggiungere la piena, visibile unità della Chiesa di Cristo.
Ci piace pensare che nell’equilibrio tra i pro e i contro possano lavorare i giovani cristiani con spirito profetico ed innovatore. I 55 impegni possono fornire alle nuove generazioni cristiane una mappa operativa da cui partire. A loro, il compito di continuare il cammino, di realizzare ciò che è possibile, lasciando ai loro figli un’altra mappa da cui partire e dimostrando che l’unità cristiana è la forza motrice necessaria per affrontare le crisi del mondo moderno con speranza e solidarietà. Ad maiora!