Condividiamo questa intervista di Chiara Gatti a p. Ugo Sartorio, frate francescano conventuale e già direttore della rivista Messaggero di sant'Antonio, in occasione della recente uscita del suo ultimo libro “Un cristianesimo di minoranza? Sul futuro delle comunità”.
a cura di Gilberto Borghi
Al bivio, al bivio
Per un presente che abbia futuro
intervista a Ugo Sartorio, frate conventuale, già direttore del Messaggero di Sant’Antonio
a cura di Chiara Gatti, francescana secolare e counselor
Padre Ugo, perché ha scritto questo libro?
Ho scritto questo piccolo libro nella scia del gran parlare che oggi si fa del futuro del cristianesimo, però in modo perlopiù improvvisato e impreciso.
Se la crisi della Chiesa in Occidente è ormai a tutti evidente, quando ci si trova a parlare tra preti, operatori pastorali e laici che frequentano i circuiti parrocchiali, dopo le consuete analisi sconfortanti e lamentele di rito molti prefigurano riscatti futuri: si parla, ad esempio, di calo numerico ma di aumento della qualità della fede; del profilarsi di un cristianesimo di minoranza che potrà contare su delle “minoranze creative”… Sono prospettive che vanno valutate, cosa che cerco di fare con una lettura mirata dell’attuale complessità ecclesiale.
Lei delimita la sua indagine alla situazione del cristianesimo in Occidente, per quale motivo?
Perché è il cristianesimo (meglio dire il cattolicesimo) che conosco, nel quale sono cresciuto e nel quale abito. Siamo figli di una lunga storia, perché in Occidente, dove Gerusalemme, Atene e Roma si sono incontrate, è avvenuta la più profonda e duratura inculturazione del cristianesimo, ma anche – a quanto pare – la più radicale “esculturazione” dello stesso, nel senso che oggi il cristianesimo si trova “a lato” della cultura, espulso dai codici culturali condivisi e perciò guardato con diffidenza.
Nel libro riassume in tre grandi filoni le risposte possibili alla sua domanda. Per quale delle tre parteggia?
Non certo per l’«opzione Benedetto» di Rod Dreher, secondo la quale per salvare il cristianesimo basterebbe innestare la retromarcia e realizzare un salutare “ritorno al futuro”. Condivido invece la prospettiva di fondo di Hans Joas, che cerca di valutare in maniera più completa, e non solo sottrattiva, la cosiddetta teoria standard della secolarizzazione, cioè “più modernizzazione uguale a meno religione”, perché i fatti dimostrano che le cose non sono andate e non vanno in questo modo. Ancora per lungo tempo credenti e non credenti dovranno vivere fianco a fianco, e per farlo dovranno rinunciare ognuno alla visione ideologica che hanno dell’altro. Detto con più precisione, i primi dovranno prendere congedo dall’idea, in cui si sono troppo a lungo cullati, che la mancanza di religione porti direttamente alla decadenza morale, d’altra parte i non credenti critici nei confronti della religione dovranno ricredersi sul fatto che il cristianesimo sarebbe soltanto un fenomeno contingente.
Apprezzo in particolare il modo di guardare al futuro del cristianesimo del teologo gesuita franco-tedesco Christoph Theobald. Non fa della futurologia, ma invita a costruire, per quanto possibile insieme, un presente che abbia futuro, dando fiducia alle risorse che ci sono e utilizzando la forza propulsiva che il concilio Vaticano II ancora sprigiona. Theobald parla di un bivio che sta davanti a noi ancora oggi: o fedeltà creativa al cammino di Chiesa che i Padri del Concilio hanno indicato o irrigidimento fino allo scontro con un mondo che si fatica a leggere come luogo di salvezza.
Il cristianesimo è o non è minoranza oggi nella società civile?
Rispondo con un paio di controdomande: minoranza rispetto a quale maggioranza? Minoranza numerica o “minorità sociale”? Stiamo infatti parlando della prima religione del pianeta con 2,5 miliardi di fedeli e del cattolicesimo quale più numerosa confessione cristiana. L’ultima parte del libro entra di petto nella questione per quanto riguarda casa nostra, e lo fa commentando una preziosa indagine (dell’ottobre 2024) curata dal Censis in collegamento con l’Associazione Essere-Qui, di cui è presidente il sociologo Giuseppe De Rita, che si propone di accompagnare la “Chiesa in uscita” con riflessioni ad hoc.
Ci può parlare brevemente di questa ricerca?
Prima di tutto i dati. Il 71% degli italiani si dichiarano cattolici, però vanno rapportati al 15,3% dei praticanti. Se si sceglie il criterio «prestazionale» (delle funzioni e dei riti), i cattolici sono senza appello una minoranza, mentre se si parla del “riconoscersi” nell’alveo cattolico (cioè di voler continuare ad appartenere a una comunità senza frequentarla), le cose cambiano perché succede allora che «i cattolici sono tanti». Ed è a questo punto che la ricerca in questione introduce il concetto di «zona grigia», che a ben guardare interessa quasi un italiano su due, insieme lontano e vicino, fuori ma anche dentro, critico e insieme sintonico, distante e nostalgico, non però nel senso di vagheggiare un qualche ritorno.
Potrebbe definirci meglio questa «zona grigia» e mostrarci eventuali vie di avvicinamento da parte della Chiesa “ufficiale”?
La “zona grigia” di cui parla la ricerca indica quella moltitudine di italiani che ha una qualche radice nel mondo delle parrocchie, delle associazioni e del volontariato cattolico, e che in qualche modo, per i più svariati motivi, ha preso le distanze dalla pratica cristiana, soprattutto liturgica. Questa “zona grigia” non nutre ostilità nei confronti della Chiesa, anche se non ne condivide alcune opzioni (più spesso quelle che riguardano la sfera morale). Ora, per la Chiesa questa “zona grigia” potrebbe essere un’opportunità, ma per quanto tempo ancora visto il rischio che essa lentamente ma inesorabilmente evapori? Essa potrebbe diventare occasione di dialogo, sinergie, cammini condivisi, attraverso il vissuto di una “Chiesa in uscita” non col solo fine di portare dentro quelli che sono fuori (questo può accadere, ed è bello quando accade!), ma di costruire insieme il futuro di tutti. Stiamo passando dalla visione di una Chiesa che conteneva il mondo, sul presupposto che il mondo “buono” si trovasse nella Chiesa, alla Chiesa ospitata dal mondo e in questo davvero come “segno” anche quando non “luogo” di salvezza.
Che possibilità ha oggi, secondo lei, la Chiesa nel riconnettersi alla “spiritualità personalizzata e meno istituzionalizzata” che si sta
diffondendo?
Se un tempo la spiritualità era il cesello della vita cristiana, quasi un suo sviluppo nella linea dell’approfondimento e del perfezionamento, oggi la spiritualità è il punto di partenza, la tensione che sta alla base di tutto, anche se molte volte in modo confuso e frammentario. Il passaggio evidente non è più dalla religione alla spiritualità, bensì dalla spiritualità alla religione, soprattutto per i giovani, come dimostrano molte indagini sociologiche. Se questo è vero, non si può più diffondere la fede con il megafono, magari aumentando il volume, bensì alzando delle robuste antenne in grado di intercettare i molti cercatori dell’oltre.
Personalmente, come vede la Chiesa del futuro?
Questa è la domanda più difficile, perché ognuno di noi proietta nel futuro i suoi desideri e ci vede quello che vorrebbe vedere. E poi, di quale futuro stiamo parlando? A cosa stiamo pensando, alla Chiesa del XXII secolo o tra una decina d’anni? Nel primo caso c’è ben poco da dire, nel secondo anche. Ricordo che negli ultimi cinquant’anni i grandi cambiamenti sociali non sono mai stati intercettati in anticipo. Negli anni Sessanta la teoria della secolarizzazione era piuttosto radicale e prefigurava un veloce tramonto delle religioni, cosa che non è avvenuta; così come non si è dimostrata convincente, a cavallo del passaggio di millennio, la tesi del “ritorno del sacro”. Il concilio Vaticano II, per fare un altro esempio, è stato un vero fulmine a ciel sereno, voluto da Giovanni XXIII e cresciuto nei quattro anni della sua celebrazione, con frutti di cui godiamo anche oggi. Non mi azzardo quindi a delineare la Chiesa del futuro; penso che invece siamo chiamati a costruire insieme – come detto sopra – un presente che abbia futuro.