Ottobre 2026, sembra lontano, ma si avvicina veloce, e anche la nostra rubrica, con i cappuccini di tutto il mondo, è in cammino verso il IX Consiglio Plenario dell’Ordine (CPO) sul tema: “Missione, Collaborazione e Fraternità San Lorenzo”, che si terrà a Roma nel mese missionario

a cura di Saverio Orselli 

Il mondo a Torino

Cappuccini discepoli missionari oggi?

 di Matteo Ghisini
segretario dell’animazione missionaria

 Nei giorni 9-11 dello scorso ottobre ci siamo dati appuntamento a Torino per tre giorni d’ascolto, di condivisione e formazione missionaria.

Eravamo in 24 frati cappuccini e due laici, tutti impegnati nell’ambito dei centri missionari in Italia, Romania, Malta, Francia. Diversi di questi sono stati missionari ad gentes, in Thailandia, Repubblica Centrafricana, Benin, Albania, Amazzonia. A guidare la riflessione fr. Mario Osvaldo, frate brasiliano missionario in Paraguay e attuale Segretario generale delle missioni dei cappuccini, che ha presentato l’idea del nostro Ordine sulla missione, partendo dal richiamo a Gesù, a san Francesco e ai primi compagni e, quindi, ai primi cappuccini.

 Un laboratorio

Il percorso di questo gruppo è iniziato cinque anni fa, quando la conferenza dei ministri provinciali italiani ha avuto l’idea di creare un “laboratorio missio ad gentes”, per provare ad aiutare i frati a comprendere meglio il cambio di paradigma missionario (ed ecclesiale) e stabilire più connessioni tra coloro che operano nel settore missioni. Nati col riferimento dei soli centri missionari italiani, da un paio d’anni il bacino s’è allargato in sostanza ai Paesi che s’affacciano sul Mediterraneo, con l’aggiunta della Romania.
Questa tre giorni s’è svolta a margine del Festival della Missione – giunto alla 3a edizione – svoltosi a Torino, evento promosso da Missio (organismo pastorale della CEI), insieme alla conferenza degli istituti missionari in Italia e alla diocesi torinese.
Per noi cappuccini, impegnati nella missione ad gentes, il convergere di questi due eventi è stata occasione da una parte di riflettere sul nostro carisma alla luce delle fonti antiche e, dall’altra, di immergerci nell’oggi della missione della Chiesa nel mondo. I quattro giorni di Festival, ricchi d’incontri, concerti, testimonianze, mostre ed eventi di piazza, hanno sollecitato l’interesse alla missione di alcune migliaia di persone. Un intreccio tra storia e attualità, passato presente e futuro. Il cardinale di Torino, mons. Repole – che ha fortemente voluto il Festival nella sua città – chiudendo l’evento ha ripreso l’immagine dei discepoli missionari, tema caro a papa Francesco, dicendo che “in un mondo che crea tragedie e disastri, c’è bisogno di discepoli missionari”.
“Come noi cappuccini siamo chiamati a essere discepoli missionari?” è la domanda che fr. Mario Osvaldo ha fatto al nostro laboratorio missio ad gentes. Una domanda che da alcuni anni è emersa anche nei capitoli generali dei cappuccini e, in ottobre 2026 a Roma, sarà oggetto del IX Consiglio Plenario dell’Ordine (CPO) dedicato a: “Missione, Collaborazione e Fraternità San Lorenzo”.
È stato raccomandato a ogni Provincia religiosa di confrontarsi su questi temi a partire dal lavoro fatto da una Commissione preparatoria (di cui ha fatto parte anche fr. Mario), che ha ragionato sulle tre piste proposte ed elaborato alcune domande orientative. Nel documento preparatorio si legge che: «La missione è parte integrante e fondamentale del nostro carisma: siamo un Ordine missionario». Da questa consapevolezza, che nasce anche da uno studio accurato sulle nostre origini, occorre riscoprire che la missione «è, in definitiva, un’espressione della nostra identità carismatica e una testimonianza coerente del nostro modo di vivere il vangelo». A questo punto trascurare lo slancio missionario rischia d’intaccare in profondità il carisma francescano.

 La crisi e un nuovo slancio missionario

Spesso si sente dire nei nostri ambienti in Italia (ed Europa) che essendo i frati pochi a causa della contrazione delle vocazioni, ed essendoci già tanto da fare sul nostro territorio, bisogna rinunciare a inviare persone e risorse in missione. Peccato che in altre epoche storiche, pur con carenza di frati e di mezzi, s’inviavano “frati buoni” nelle diverse zone del mondo dove c’era bisogno. Un esempio lo offre già Francesco d’Assisi che, appena il numero dei frati arrivò a otto, subito li inviò a due a due «per le varie parti del mondo» (1Cel 29). Fin dall’inizio della nostra Riforma, i primi cappuccini hanno voluto rimarcare che siamo un Ordine missionario: l’invio di “frati buoni” per evangelizzare deve far parte della vita d’ogni Provincia religiosa, anche di quelle con pochi fratelli. Per molto tempo i cappuccini sono stati grandi collaboratori di Propaganda Fide, con tantissimi frati inviati in innumerevoli missioni in tutto il mondo. Col Ministro Generale fra Bernardo Christen da Andermatt (1884-1908) e il motto «Ogni Provincia, una missione», il nostro Ordine visse un nuovo slancio missionario. Sebbene molte Province europee fossero fragili a causa delle soppressioni avvenute in diversi Paesi, con la forza della fede e la convinzione nel proprio carisma, si lanciarono con coraggio, avviando pian piano un processo di “implantatio Ordinis” in molte nuove realtà.
L’invio di missionari riguarda ogni Provincia religiosa. Ecco l’altro tema del IX CPO: la collaborazione fraterna nel nostro Ordine. Diverse Province europee – come tante diocesi – stanno chiedendo aiuto per una collaborazione del personale alle Province religiose presenti in terra di missione (sono oltre 3.000 i preti fidei donum nelle diocesi italiane). C’è un bisogno d’evangelizzazione anche qui in Italia. Inoltre c’è il fenomeno non nuovo delle migrazioni, ma che s’è accentuato negl’ultimi anni: arrivano in Europa molti stranieri che andrebbero da noi considerati, incontrati, conosciuti, evangelizzati. Le persone che una volta erano solo in terre lontane ora sono qui tra noi (solo in Italia superano i 5.000.000). 

Fraternità senza frontiere

Come regolare questa collaborazione? A volte si ha l’impressione che chiamare frati (e preti) dall’estero sia una soluzione facile, più per la preoccupazione di mantenere le strutture esistenti (parrocchie e conventi) che per affrontare il tema d’un rinnovamento più profondo e strutturale, facendo spazio a un nuovo modo d’essere chiesa sul territorio, in una fase in cui la Chiesa è sempre più minoranza. D’altra parte notevole lo sforzo di papa Francesco e di tanta parte della Chiesa, d’avviare una riforma che probabilmente produrrà buoni frutti nel tempo. In questa fase di passaggio il nostro Ordine vuole riflettere sulla collaborazione tra le Province religiose provando a offrire un approccio più positivo e profetico: quale identità sono chiamate ad assumere le nostre fraternità? Pare che un orientamento e una prospettiva promettente – il terzo tema del CPO, sulle Fraternità di san Lorenzo – sia quello di puntare maggiormente sull’internazionalità e interculturalità delle nostre presenze: in un mondo globalizzato e interconnesso ma sempre generatore d’individualismo, la testimonianza d’una fraternità nella quale sono presenti diverse culture, sembra essere una proposta valida e attuale per i nostri tempi. Ovvio: si tratta anche d’una vera sfida. Oggi sono 12 le Fraternità san Lorenzo: 9 in Europa e 3 nelle Americhe. L’esperienza, iniziata una dozzina d’anni fa, mostra che il segno d’una fraternità internazionale comunque parla al mondo d’oggi. In queste Fraternità ci si propone, alla luce del vangelo e delle nostre Costituzioni, di vivere in modo autentico e coerente la preghiera, la vita fraterna e la missione, da minori e poveri, con l’importante risorsa dell’interculturalità. È stata la sfida della secolarizzazione, dell’evangelizzazione e della scomparsa veloce delle nostre presenze in Europa Occidentale a generare l’idea di fraternità-segno, per mantenere vivo il nostro carisma e metterlo a servizio della Chiesa e del mondo. Da subito s’è pensato a una responsabilità comune che andasse oltre le proprie Province, affinché si potessero creare, con sforzi congiunti, fraternità internazionali anche nelle regioni più deboli a causa del numero ridotto di frati e della mancanza di forze proprie. Non si trattava prima di tutto di salvare le nostre presenze cappuccine, ma di rinnovare la nostra forma di vita. Un progetto che, col passare del tempo e i buoni frutti, s’è sviluppato anche al di fuori dell’Europa.