Accanto a chi soffre

L’assistenza spirituale nei luoghi di cura

 di Giuseppe Adriano Rossi
giornalista, segretario della Consulta delle Aggregazioni laicali della diocesi di Reggio Emilia

 L’ottantesimo anniversario della morte del cappuccino padre Daniele da Torricella – l’apostolo dei malati e dei poveri –

ha rappresentato l’occasione propizia non solo per ripercorrere la vicenda umana e sacerdotale del religioso, ma soprattutto per riflettere sul tema dell’assistenza spirituale nei luoghi di cura. Un taglio attento alle nuove realtà della cura, all’assistenza nei luoghi di cura e a domicilio e soprattutto alla nuova dimensione delle “cappellanie”, sia ospedaliere che parrocchiali. È quanto è emerso dal partecipato convegno dal titolo “Padre Daniele da Torricella apostolo dei malati, dei poveri e annunciatore di speranza” svoltosi la mattina di sabato 11 ottobre nel Cinema Cristallo a Reggio Emilia.

 La priorità dell’ascolto

La proposta di padre Lorenzo Volpe – vice postulatore della causa di beatificazione del confratello – ha trovato la condivisione della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, del Servizio diocesano della Pastorale della Salute e dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Ecco perché accanto ad un esauriente excursus sulla figura e le opere di padre Daniele, gli organizzatori hanno voluto inserire le testimonianze di chi svolge questo importante ministero e di chi, operando all’interno delle strutture, conosce la normativa al riguardo. L’assistenza spirituale nei luoghi di cura è una realtà complessa, di rilevante importanza non solo per il malato ma per i familiari e gli stessi operatori sanitari, e nel contempo una grande sfida per la Chiesa.
L’intervento introduttivo dell’arcivescovo Giacomo Morandi ha messo in evidenza come costante del ministero pubblico di Gesù sia stata l’attenzione alle persone provate dalla malattia, ponendo al centro chi ha bisogno. La sanazione fisica diventa simbolo della guarigione spirituale grazie alla Parola. Condivisione e ascolto devono contraddistinguere la spiritualità di chi opera accanto al malato; questo viene sottolineato anche dalla lettera apostolica Salvifici doloris di papa Giovanni Paolo II del 1984 e dal documento Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2020.

 

Fra Daniele da Torricella

La relazione di padre Lorenzo Volpe ha focalizzato la figura e l’opera di padre Daniele da Torricella, in particolare il suo servizio prezioso e instancabile negli ospedali di Piacenza, Modena e soprattutto di Reggio Emilia. Mitezza, bontà, umanità, ascolto e condivisione sono le doti che hanno contrassegnato il ministero di padre Daniele – di cui è in corso il processo di canonizzazione – e che devono caratterizzare anche il cappellano ospedaliero dei nostri giorni. In questo modo la presenza accanto al malato sarà significativa e fruttuosa nell’ospedale e nel territorio. A Piacenza padre Daniele ebbe modo di incontrare, conoscere ed ammirare il vescovo Giovanni Battista Scalabrini, apostolo dei migranti. A Fidenza fu maestro dei novizi per due anni, ma sollevato poi dall’incarico perché “troppo misericordioso” come confessore e perché anteponeva la visita dagli ammalati. A Reggio padre Daniele non risiedeva in Ospedale, ma era costretto a continui tragitti tra il convento e il Santa Maria; in questo andirivieni gli capitò spesso di attraversare le viuzze del quartiere degradato di Borgo Emilio. Ogni giorno celebrava la santa messa in ospedale. Non mancava – ricordava padre Michelangelo Bazzali – alla officiatura notturna e al servizio nel confessionale. Così ha concluso padre Lorenzo: «Sta a noi saperci ispirare a padre Daniele con fede, pazienza e generosità di vita come lui ha saputo fare e allora anche la nostra presenza sarà significativa e fruttuosa nell’ospedale e nel territorio. Padre Daniele in qualche modo era già stato un antesignano di papa Francesco: una Chiesa in uscita, una cappellania in uscita!».

 Testimonianze dal campo

Assai coinvolgenti e significative le testimonianze di suor Ammi Lopez Ribles e di don Giuseppe Iotti, cappellani ospedalieri, frutto di anni di esperienze sul campo, anche durante il Covid. L’assistenza spirituale serve ad aiutare le persone ad affrontare malattie, perdite, lutti, sofferenza; è spesso una presenza silenziosa; importante è stare accanto a persone che vivono fragilità, paure, domande, con rispetto ed ascolto; bisogna accompagnare senza giudicare, ha ribadito suor Ammi. E don Giuseppe ha rimarcato l’importanza del servizio di assistenza spirituale esercitato assieme ad altre figure e il rapporto indispensabile con il personale sanitario. Certamente il tema della morte risulta centrale in tanti dialoghi.
Gli interventi di Dante Zini, responsabile regionale della Pastorale della salute sulla cappellania ospedaliera e l’assistenza spirituale oggi e di Francesco Soncini, direttore sanitario dell’Ospedale Sant’Anna di Castelnovo ne’ Monti, concernente il contributo dei cappellani per ammalati, familiari, personale hanno diffusamente e puntualmente esaminato i diversi aspetti, anche sotto il profilo normativo, di tale servizio. È stato evidenziato che la “spiritualità” fa parte della cura, così come è stato posto l’accento sulla necessità di costituire cappellanie nelle parrocchie.
Gli interventi proposti al termine delle relazioni da Paola Saccani, don Giuliano Guidetti, Cristiana Bodria, Michela Lorenzi, padre Paolo Poli – da trent’anni cappellano all’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia – hanno ulteriormente evidenziato il valore dell’assistenza spirituale nei luoghi di cura e del contatto con il malato che deve proseguire anche dopo il ricovero. Padre Dino Dozzi ha anticipato che nel 2026 il Festival Francescano di Bologna avrà per tema “Sorella Morte” e ha riconosciuto che il convegno reggiano ha proposto interessanti spunti.
Lucia Ianett, responsabile del servizio diocesano di pastorale della salute, ha sottolineato che il tema dell’assistenza spirituale è di grande attualità e spesso il servizio prezioso e nascosto di tanti cappellani e operatori è poco riconosciuto, mentre rappresenta una grande opportunità per la Chiesa. Lo stare vicino alle persone in situazione di fragilità lascia una traccia profonda. Il convegno, impostato in una prospettiva di ulteriore futuro impegno, ha voluto richiamare la necessità di fare squadra fra figure diverse che “sappiano” stare accanto con competenza e preparazione a chi sta vivendo momenti di fragilità, difficoltà e domande esistenziali.