«Parte oggi il nostro undicesimo anno di collaborazione con Messaggero Cappuccino!» introduce Maura con una punta di orgoglio che fa capolino fra le parole. «Quest’anno ci aspetta una nuova sfida: siamo invitati a dare il nostro contributo per arricchire quelle virtù che san Francesco descrive in una sua meravigliosa preghiera, il Saluto alle virtù. Iniziamo con la sapienza. Non come sapere tante cose, ma come “avere sapore”».
a cura della Caritas diocesana di Bologna
Sapere il sapore
Tra vegetare e vivere ci passa il sale
IL TÈ DELLE TRE
«Non so se alcuni di voi se lo ricordano, ma un tempo, quando si battezzavano i bambini, si usava mettere loro un po’ di sale sulla lingua, proprio per significare quello che i romani chiamavano il sale della sapienza.
Dunque la sapienza ha a che fare con il gusto. Non è un caso che qui a Bologna si usi dire “non sa di niente” per definire qualsiasi cosa di poco valore. Potremmo anche dirci che possedere il gusto della vita fa la differenza tra l’esistere davvero ed il vegetare. Non dimentichiamo poi che ognuno di noi ha un gusto diverso e che i sapori sono tutti differenti. Mi piace molto allora ricordare questa frase di Ermes Ronchi: «Ognuno di noi è una Parola pronunciata da Dio e chiamata all’esistenza. Parola che non pronuncerà mai più». Che cos’è che ha dato o dà oggi sapore alle nostre vite o al contrario, lo sottrae? Di quali esperienze avremmo bisogno perché la nostra vita fosse più saporita?».
Amaro è il silenzio. E dolce
«Mah, sapete cosa credo io?», comincia Francesco, lo sguardo al pavimento, «Soffrire troppo fa perdere il gusto, rende insensibili e aggiungo: anche piacevolmente insensibili. Purtroppo ho sperimentato di persona che il giudizio delle persone toglie ogni gusto alla vita».
«Sì, è proprio così!», rinforza Biagio appoggiando una mano sulla spalla dell’amico, che sentendosi raggiunto raddrizza la schiena e alza lo sguardo. «L’ho vissuto anch’io, sai? Ci sono parole mortificanti che strappano davvero sapore alla vita. E uno potrebbe dire: beh, ma sono solo parole… invece sono armi improprie e fanno male davvero».
«Nella mia esperienza anche il silenzio può essere giudizio e finisce per risucchiare la dolcezza di cui abbiamo bisogno», afferma Rosa, sicura di sé, «Magari hai una necessità, ma ti accorgi che intorno a te c’è solo un silenzio che pesa come un giudizio. Io ho affrontato una malattia durissima; chi mi avrebbe dovuto aiutare, se ne è rimasto in disparte in silenzio. Difficile da accettare. Che faccio? Nulla, non mi fermo più a rammaricarmi e vado avanti, Mi guardo intorno e capisco che posso colmare il silenzio grazie alle persone care che ci sono davvero per me. Anche il “non esserci” toglie gusto o forse meglio, lascia un sapore amaro».
«Anche io ho sempre odiato l’ipocrisia di quelli che fingono di starti vicino quando sei in difficoltà», sbotta Ivano che da tempo lotta con un grave male, «Sai quanti parenti mi hanno fatto la “chiamatina” per sapere come sto per poi sparire nel nulla? Il sapore buono invece lo trovo nella compagnia degli amici veri, quelli che non ti mollano anche se non sei un fiore, e poi anche nel Bologna, la mia squadra del cuore. No, non è una battuta! Questa squadra mi fa bene. L’entusiasmo mi cura!».
«Io stavo pensando che in determinate occasioni anche tacere può aiutare. Soprattutto quando c’è troppa confusione», riflette Caterina a voce alta, «Sì, sono convinta che ci sia un silenzio che dà gusto alla vita».
«In effetti, per me la preghiera è proprio quel momento, perché mi sento bene, in pace con il mondo», interviene Vincenzo vincendo la sua timidezza, «Quando poi prego con altri, condividendo, ecco: questo è ciò che dà più gusto alla mia vita: pregare insieme».
Il gusto dell’ascolto
«Io provo grande soddisfazione quando riesco a godere per i successi degli altri», sottolinea Carla e poi si lascia condurre dalla corrente dei ricordi, «Forse non vi ho mai parlato di Valentina. Era mia figlia. Era affetta da un grave handicap: non parlava e non vedeva. Riconosceva le persone solo toccandole. Amava tanto la musica e sorrideva tanto, tantissimo. So che sembra impossibile, ma era una ragazza davvero felice, pur con pochissimo. Bastava una canzone o una carezza e lei era piena di gioia, non aveva pretese. Valentina ci ha insegnato così tanto e ha dato così tanto sapore alla mia vita, anche solo essendoci, che ora faccio persino fatica a raccontarvelo…».«Grazie Carla per questa condivisione: è preziosa!», interviene un’altra Carla, «Stavo proprio pensando che ognuno di noi nasce già con una storia e quella storia non la scegli, ti viene consegnata. Perciò può essere che nasci con dei pesi da portare. A volte non puoi esprimerti e non puoi neppure chiedere aiuto, ma se sulla tua strada incontri qualcuno che anche solo ti ascolta, che ti dà attenzione e ti accoglie così come sei, con tutta la tua storia… be’ ecco che si rompe l’isolamento e ti si riaccende il gusto di vivere. Poi è vero anche l’inverso: scegli tu di essere quella persona che si ferma e si avvicina, che sceglie di esserci e subito la vita ti sembra più gustosa. Mi viene in mente che l’altro giorno ho ricevuto una chiamata da una mia vicina di casa, una signora anziana che non conosco neppure bene. Si è sentita male e aveva bisogno d’aiuto. Mi ha chiamata quasi per caso, perché le è apparso il mio numero sulla rubrica. Per fortuna non era nulla di grave, ma – alla fine di quel concitato pomeriggio – sono stata io a ringraziarla: mi aveva fatto sentire utile e la mia giornata era diventata più dolce!».
«Io invece di questi tempi mi ritrovo sempre con un saporaccio in bocca! È il mio cellulare che non sopporto più!», esplode Biagio introducendo un repentino cambio di rotta allo scambio, «Mi disturba in continuazione, è difficile da usare e oltretutto mi vorrebbe sempre costringere ad usare l’intelligenza artificiale. Come faccio a fargli capire che voglio usare solo la mia testa?? Questo coso sì che rende la vita insipida!».
Quando basta una rosa
«All’inizio di questo incontro», si fa avanti Maurizio con pacatezza, «pensavo che il sale della vita fossero le emozioni, perciò credevo che dovessimo cercare questi stimoli per star bene. Ma ora invece, dopo avervi ascoltati, penso proprio l’opposto. Il vero sale della vita non è inseguire sempre qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa che provochi in noi emozioni forti e straordinarie; dovremmo invece imparare a gustare le cose semplici, quotidiane, che fanno già parte della nostra vita. Grazie a voi adesso penso che il gusto della vita stia proprio nel riconoscere il bello e il buono che incontriamo: uno che si ferma in strada per salutarci, il sole che splende anche per noi, il fatto che anche oggi – nonostante tutto – mi sono alzato e posso vivere, venire qui ed incontrare voi… Sono queste le cose che possono regalarci più gusto e sono proprio a portata di mano: è il sapore buono della normalità!».
«Sì, capisco bene quello che dici. A volte basta solo un pizzico di creatività per dare un buon sapore al solito piatto», interviene nuovamente Carla, «Ricordo che eravamo durante il lockdown, tutti chiusi e barricati in casa. Il morale era bassissimo… be’ ci ricordiamo tutti come stavamo allora. Un pomeriggio mi sono affacciata al mio balcone e ho visto nel giardino condominiale che erano fiorite le rose. Allora sono scesa quatta quatta e sono andata a raccoglierle. Un fiore per ogni famiglia del palazzo. Quella sera sono uscita per recapitarle alla porta di ogni vicino. Sopra ho lasciato un bigliettino: “Sono fiorite le nostre rose!” Questo semplice gesto ci ha in effetti aiutati dopo a ritrovarci come piccola comunità, a superare qualche distanza: ho scoperto che insaporire la vita degli altri, insaporisce anche la mia».
«Quant’è vero!», riprende Barbara, da anni volontaria in una Caritas parrocchiale, «Per me ha avuto un buon sapore crescere mio figlio, vederlo diventare grande ed autonomo, ma devo ammettere che fuori dall’ambito familiare ho assaporato anche di più. Sono diventata amica di una signora marocchina sola, mamma di quattro bambini che una volta seguivo come Caritas: oggi ci troviamo per chiacchierare e farci compagnia…questo mi restituisce un sapore speciale».
Il pomeriggio è volato. Con la coda dell’occhio vedo qualcosa. Se non fossi certa che si tratta solo di un gioco d’ombre, direi che nell’angolo della stanza c’è una figura col saio, un po’ curva, le mani giunte a reggere la sua tazza fumante. A dirla tutta, mi pareva pure che sorridesse.