Il sugo di tutta la storia

Riflessioni e ricordi di un ottuagenario

 di Nerio Tura
ex sindaco di Faenza

 Mentre sto ancora andando avanti con i miei 83 anni, con grande fatica perché mi rifiuto di sottostare alla schiavitù tecnologica

e non sopporto la corsa sfrenata al denaro e la gratuita volgarità, guardo nello specchietto retrovisore e vedo l'intreccio, l'accavallarsi di fatti, avvenimenti, sensazioni, sentimenti, gioie, dolori, amori, relazioni, amicizie, che giorno dopo giorno hanno riempito il mio zaino, forgiato il mio carattere, la mia identità. Delle esperienze passate non va buttato niente, tutto è servito e serve a vivere meglio il giorno dopo.  
Cosa significa, per me, vivere bene? Essere in uno stato di “benessere” spirituale e relazionale, essere in pace con sé stessi, con gli altri e con Dio. In ciò che ho liberamente scelto come occupazione, impegno, servizio devo trovare soddisfazione, piacere, opportunità. Lo spirito deve essere appagato per costruire nuove feconde relazioni con il mondo. Al limite “divertirsi”, vivere con il desiderio di ricominciare il giorno dopo. Se percorro un sentiero che, anche se ripido, non mi affatica più di tanto, che, anzi, mi dà energia, voglia di trafficare i talenti a beneficio mio e degli altri, che mi rende contento non sono forse nel “Suo sentiero”? Altrimenti quando mai? E se così non è ha senso fare ciò che non soddisfa?

 L’essenza del messaggio

Sicuramente mi posso dire fortunato perché sono stato preservato “da ogni male”: ho sempre avuto il “pane quotidiano”, goduto di buona salute, riparato da un tetto, tutti temi di preghiere dette innumerevoli volte, ma altrettante mi sovviene che solo un lebbroso guarito tornò a ringraziare Gesù. Allora provo a rimediare non con un formulario che spesso mi fa muovere la lingua ma la testa è altrove (a volte ci si mette pure lo sbadiglio!), ma parlando e dialogando con Dio sui tanti dubbi e perché. Perché io fortunato e lui con un tumore? Fin da ragazzo pensavo a Dio con riflessioni stravaganti, curiose ma col passare degli anni profonde e di senso. Sto giungendo alla conclusione che possiamo sperare di toccare la realtà di Dio solo con esperienze personali, anche condivise, nel continuo dare e ricevere. Penso al discorso della montagna, al brano “avevo fame… ero carcerato”. Nella triangolare relazione Dio-io-il prossimo io vedo l’essenza del messaggio, della “Parola”. Vivere l’umanità del Cristo con tutti.

Ci sono anche scelte fatte per necessità, per condizionamenti esterni, per il precipitare di eventi, a fronte dei quali si è soliti dire “è la vita!” con atteggiamento passivo e rassegnato. Allora, le risorse dell'intelligenza, della volontà, quelle del tuo zaino devono essere attivate con coerenza, dignità, con la propria identità. Analogamente per i compromessi, che nella vita puntualmente si presentano e che ti pongono l'aut-aut, o di qua o di là. Anche a costo di “rimetterci”, mantenere lo spirito libero non è mai una sconfitta.
Per i miei impegni politici, non sempre leggeri, di volontariato sociale nell’avvio al lavoro di ragazzi e giovani disabili, nella Caritas diocesana (impegni che mi hanno realmente appagato nel senso sopra scritto) ho imparato che il dialogo non può prescindere dal vero ascolto, dal mettere in dubbio convinzioni e certezze. Lasciare la presunzione, fare un passo indietro, mettere l’io in seconda, terza fila. Non è buttare parte di noi, ma sostituirla con altra che altri ci hanno dato. È sempre in questo scambio del dare e ricevere, dell’offrire e del prendere che quotidianamente riempiamo il nostro zaino. 

Andare incontro

Ci sono momenti nei quali emerge con determinazione la forza di un intenso amore coniugale. Il rinnovare ogni giorno tale amore non è facile, bisogna miscelare nella diversità della concretezza quotidiana, senza imposizioni e condizionamenti, liberamente, sentimenti, desideri, aspirazioni, progetti... e quanto sale mettere nell'acqua di cottura. Nel matrimonio ognuno è un “fine”. Per me cattolico c'è poi sempre la risorsa del Sacramento. La porta di casa sempre aperta: accogliere per ricevere e dare. Peccato mortale condizionare la vita dei figli. Accompagnarli, sostenerli, aiutarli ad alzarsi se cadono, incoraggiarli. Non illuderli che la vita sia un’autostrada, per di più con poco traffico. No, ci sono strade strette, incroci, tornanti, salite e discese pericolose. In questi cammini si prende coscienza del proprio essere.
Da ragazzino ricordo che mio babbo, contadino con terza elementare, ogni tanto diceva alla mamma, naturalmente in dialetto: «Sai, ho visto… ci sono andato incontro, aveva bisogno». Che bello il «ci sono andato incontro» (in un affare, situazione famigliare, a comprare da lui, aiuto nel lavoro...). Cito mio babbo non per esaltarne la figura, ma semplicemente per dire che dalla bocca di ogni persona che incontriamo, dalla più umile alla più potente, dal povero al ricco, dal nero al bianco possono uscire parole che stimolano a riflettere, comprendere ed agire. Ecco: «andare incontro» per offrire ciò che si può: un abbraccio, un sorriso, amicizia, aiuto concreto, senza nulla chiedere, anzi, almeno interiormente ringraziando perché ti ha messo nella condizione del buon samaritano. Se hai ricevuto un'offesa perdona, il rancore inaridisce il cuore e l'anima.  

 Sei nonno!

E un bel giorno ti telefonano: «sei nonno!». Oggi i nonni sono sotto i riflettori: fiction, film, romanzi. Da tutto questo mi sento un po’ adulato, anche perché se per tre giorni i nonni scioperano, e con essi il volontariato, l’Italia è nel caos. Va sicuramente dato con disponibilità e serenità il quotidiano, concreto aiuto richiesto. Però il nonno non può essere solo il taxista di turno. Con i nipoti bambini nasce comunque una relazione. Curiosità, chiarimenti, richieste, pianto, sorriso, capriccio sono domande a cui, con linguaggio appropriato, pazienza, tempo necessario, calma, in qualche modo va data risposta. Con i nipoti si vive un rapporto fondato sulla semplicità, sincerità assoluta, leggerezza; non conoscono scaltrezza, sotterfugio, doppio senso, forse qualche “bella bugia” che fa solo sorridere.
Con loro rivivo la mia infanzia e intreccio le mie esperienze di allora con le loro di oggi con un mix di ricordi passati e un presente che guarda al futuro. Vedere con loro il vitellino e l’agnellino che ciucciano il latte dalla mamma, i piedi del contadino che pigiano l’uva per fare il vino, costruire un aquilone, un arco con le frecce, usare i piccoli arnesi da lavoro, cacciare le lucertole con lo stelo di avena e poi liberarle, fare pezzi di carbone… non credo sia per loro tempo perso. Con l’adolescenza e la prima giovinezza, sotto l’aspetto educativo-formativo, a fronte delle tante e spesso contrastanti parole che ascoltano (genitori, professori, educatori vari, prete, catechisti, allenatori, social, psicologi) mi sento disarmato, rischio di passare per il vecchio presuntuoso. Se richiesto dico la mia. Preferisco parlare con l’esempio. Ogni nonno sicuramente sceglie il meglio di sé per offrirlo ai nipoti.
In sintesi ho imparato che la vita è una nota nell’armonia dell’universo.