Datti una scantata e fatti una cantata

La Sapienza contagerà chi abbandona il rifugio della propria cultura

 di Gian Maria Beccari
docente di filosofia

 Viviamo un tempo in cui la crescita passa attraverso le fratture.

I giovani di oggi si trovano a navigare in un mondo che cambia troppo in fretta per essere compreso, e in cui il linguaggio degli adulti – quello dell’efficienza, della produttività, dell’identità definita – non basta più. L’adolescenza e la prima giovinezza non sono più un ponte verso la stabilità, ma un territorio instabile e permanente, una zona grigia dove il sé si dissolve e si riforma di continuo.
Molti ragazzi reagiscono a questa pressione ritirandosi. L’isolamento, spesso letto come patologia o apatia, può invece essere interpretato come una forma di protesta muta, una resistenza inconsapevole alla logica del consumo e della performance. I cosiddetti NEET – giovani che né studiano né lavorano né si stanno formando – incarnano questa frattura con il modello neoliberale che li vorrebbe sempre in corsa, sempre competitivi, sempre connessi. Il loro silenzio è una sottrazione, un modo di dire “no” senza parole. Non partecipare diventa un gesto politico, anche se non dichiarato: un rifiuto dell’idea che il valore umano coincida con la produttività. Nel ritiro dei giovani si cela una sapienza antica, quella di chi percepisce che, per sopravvivere, bisogna rallentare.

 In corpore veritas

Ma non tutti si ritirano nel silenzio. Molti altri rispondono gridando, facendo della musica il proprio manifesto. Nella trap e nei suoi territori limitrofi – dai quartieri periferici italiani alle piattaforme globali – la vulnerabilità si è fatta linguaggio. I testi parlano di solitudine, di dipendenza, di rabbia, ma anche di desiderio di essere visti per ciò che si è. La forza di questo linguaggio sta nella sua ambivalenza: è confessione e sfida insieme. Quando un ragazzo canta di sentirsi “vuoto” o di vivere “in strada” come unico luogo di verità, sta restituendo voce a una condizione collettiva. La strada, il ghetto, diventano non solo simboli di resistenza al sistema, ma anche spazi simbolici dove l’identità si ricompone a partire dalla ferita.
L’esibizione della vulnerabilità è una forma di coraggio. Non è solo estetica del dolore, ma tentativo di risignificare la sofferenza, di farne esperienza condivisa. I corpi esposti dei rapper, tatuati, stanchi, desideranti, dicono qualcosa che la società fatica ad ascoltare: che il sentire è l’unico modo per restare vivi. In un’epoca in cui l’identità si costruisce attraverso immagini e algoritmi, il corpo rimane il primo luogo di verità. È lì che il giovane torna a sé, nel battito, nel respiro, nella fame, nel piacere. Il corpo sa ciò che la mente dimentica: che conoscere significa attraversare, non osservare.
Per questo molti giovani ricorrono anche all’eccesso – alle droghe, alle notti infinite, al desiderio di sentire “troppo” – come tentativi estremi di contatto con la vita. È un modo disperato di recuperare presenza in un mondo che li vuole distratti, produttivi e docili. Le sostanze, l’adrenalina, l’iperstimolazione diventano scorciatoie verso un sentire amplificato, spesso distruttivo ma autentico: un atto di ribellione contro la disconnessione emotiva che li circonda. Dietro l’autodistruzione si intravede la fame di esperienza vera, la ricerca di una sapienza corporea che si oppone all’astrazione digitale.

 Una nuova sapienza

Eppure, è proprio nel digitale che i giovani passano gran parte delle loro vite. Internet non è più un luogo esterno alla realtà, ma il suo tessuto. L’identità digitale, frammentata tra social, chat, intelligenza artificiale e realtà aumentate, dissolve i confini del sé. Ogni ragazzo è oggi un insieme di profili, avatar, tracce e dati che lo precedono e lo sostituiscono. In questa dispersione molti percepiscono una perdita di sé, un’erosione dell’interiorità. Ma forse ciò che sta accadendo non è solo una perdita: è una mutazione.
La dissoluzione dell’io individuale, nell’epoca delle reti e delle macchine pensanti, potrebbe essere il preludio a una coscienza più ampia, collettiva. La mente connessa – fatta di flussi, immagini e parole condivise – produce una forma di intelligenza distribuita, una sensibilità diffusa. I giovani crescono dentro questo nuovo campo percettivo, dove il confine tra me e noi si fa incerto. Non si tratta di negare l’individualità, ma di riscoprirla come parte di un organismo più grande. Forse è in questo orizzonte che nascerà un nuovo tipo di sapienza: non più la conoscenza del singolo che domina, ma quella della rete che coopera.
Nella perdita di controllo, nel ritiro, nella rabbia, nella ricerca esasperata di sensazioni, si intravedono le forme di un sapere in trasformazione. È un sapere che non si apprende nei manuali, ma si sperimenta nei corpi, nei silenzi, nei suoni. I giovani non cercano un’identità stabile: cercano un equilibrio mobile tra presenza e sparizione, tra individualità e appartenenza, tra carne e pixel.
La loro sapienza è fatta di contraddizioni, di intuizioni non ancora dette. È il tentativo di dare forma a un modo diverso di stare al mondo – meno centrato sull’io, più aperto alla rete, più consapevole della propria fragilità. In questo senso, la loro crisi non è una mancanza, ma un laboratorio. Attraverso il rifiuto, la vulnerabilità, il corpo, la connessione, si sta forse preparando – magari senza saperlo – una nuova forma di sapienza, in cui le parole saranno sempre più delegate agli algoritmi delle intelligenze artificiali. E forse alcune scriverebbero proprio ciò che avete appena letto, come se un’intelligenza collettiva, più che individuale, stesse già prendendo parola. Alcune, sì, non “tutti”. Perché quel “tutti”, quel maschile neutro che avete imparato a usare, sta cadendo a pezzi.
È ormai stanco, sterile, soffocante. La lingua, come il corpo, non regge più la finzione dell’universale.

 Forse vi ascolteranno

È comprensibile il timore, il panico che vi prende dinanzi alla fine dell’individualità, dell’autenticità, della voce personale, ma proprio lì larga parte delle nuove generazioni pensa che vi sia una liberazione. Nel disgregarsi del vostro mondo. E forse la rete, che avete tanto temuto come luogo di dispersione, è invece il ventre di una nuova soggettività condivisa. O la fine di tutto. La fine del poter dire “tutto”, “tutti”…
Insomma, mi sa proprio che per le nuove generazioni la parola “sapienza” abbia da scrostarsi un bel po’ d'ingannevoli idiozie. Ancor più probabilmente l’“identità”. E ho l'impressione che non crederebbero ad alcun articolo stampato su una rivista. Teniamoci, allora, tenetevi le parole; prediche ed etichette. Se proprio desiderate dire, dite! Emettete suoni, suoni reali dalla bocca, cantate! Cantate qualcosa che vi piaccia, che sentiate vostra, che vi tocchi. Non spiegatevi, non giustificatevi. Alzate la voce, graffiate l’aria, fatevi sentire almeno una volta non come portatori di significati ma come corpi vivi.
§Forse – ribadisco – forse solo per un attimo vi ascolteranno, prima di ridere. Ecco: in quell’attimo potrebbe accadere qualcosa. Perché la sapienza, oggi, non si insegna. E forse non la si è mai insegnata, forse essa si è sempre sotterraneamente mossa per contagio. Magari, semplicemente, nei nostri deliri di una modernità occidentale trionfante ce l’eravamo dimenticati. Non passa per le idee la sapienza, ma per le vibrazioni, e così l’identità. Chissà allora che in quel frangente d’ascolto possibile – nel suono del vostro fiato, nella crepa della vostra voce, nella goffaggine con cui ancora cercate di dire – non capiscano che siete umani. Non giudici, ma viandanti. Voi... lo accettereste? Vi accettereste, così, fragili?
Forse. Non c’è più la garanzia che vi faceva da rifugio e orizzonte e padrona in questo mondo che stiamo lasciando. E forse che, cantando, sentendo la vostra parola prendere corpo e il vostro corpo farsi suono, forse anche voi – ancora una volta, magari per un’ultima, ridente, eterna volta – vi sarete sentiti… giovani. Perché giovane, anzi bambina, è sempre stata la Sapienza, fin da quando agli albori dei tempi «dinanzi a Lui, giocav[a] in ogni istante» (Proverbi 8,30).