Un cuore ferito si nutre di Cielo

La vita è piena di meraviglie, ma nell’incontro con l’altra la meraviglia più grande

 di Guidalberto Bormolini
religioso, scrittore, tanatologo

 «Viaggiano gli uomini per ammirare la sommità dei monti, le onde del mare, gli ampi fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso delle stelle, ma alla meraviglia suprema passano oltre» (Agostino di Ippona).

Non ho mai fatto un viaggio che non fosse anche un pellegrinaggio, ed ho incontrato una moltitudine di sapienze nel mio errare per il mondo. Non mi sono mai strappato dalle mie radici cristiane, ma sono convinto che siano ancora vive grazie al fatto che ho incontrato tante esperienze e tanti popoli.
Così come Alice nel Paese delle Meraviglie, anch’io esclamerei con forza «Non voglio spiegazioni, voglio avventure!». Il volto della Sapienza per me è sempre stato quello del Mistero, lo spazio in cui si impara con l’esperienza, e non con parole o ragionamenti. Per questa ragione per tutta la mia vita di ricerca spirituale, che per mia fortuna iniziai giovanissimo, ho amato incontrare tante persone che vivevano un’esperienza forte, viva e intensa nella loro tradizione. Non ho mai cercato sincretismi, né studiato comparazioni: ho voluto apprendere da altri popoli e religioni come vivevano il loro rapporto col divino per lasciarmi affascinare e potermi ispirare.

Potrei cantare l’infinita bellezza delle loro strade, delle loro preghiere, della meditazione che vivevano e praticavano con immensa gratitudine perché mi hanno ispirato a viverla con ancor più forza nel mio percorso cristiano. Ho il cuore colmo di rispetto e amore per i tanti “custodi” di sapienza mistica che hanno condiviso le loro esperienze, pratiche, metodi e convinzioni spirituali.

 Un passo indietro

Farei però un breve flashback, perché tornando indietro non posso dimenticare che prima di tutto questo si dibattevano in me due spinte forti, che temevo fossero inconciliabili: un forte sogno di rivoluzione sociale, seppur nonviolenta, e una forte attrazione per la mistica e il monachesimo. L’incontro con un padre gesuita, che aveva appreso in India l’arte della meditazione, seppe riconciliare in me queste due spinte che temevo fossero contrapposte. Infatti nella mia prima gioventù – erano tempi di grande impegno sociale – chi faceva meditazione veniva guardato con diffidenza, perché sembrava tradire l’impegno a lottare per un mondo migliore.
Fu quel padre gesuita ad insegnarmi ciò che poi ho ritrovato nelle parole mistiche ma concrete di Giovanni della Croce: «Quelli che sono molto attivi e che pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche, e con le loro opere si ricordino che sarebbe di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a Dio, senza parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero almeno la metà del tempo nello starsene con Lui in orazione. Certamente allora con minor fatica otterrebbero più con un’opera che con mille, per il merito della loro orazione e per le forze spirituali acquistate in essa, altrimenti tutto si ridurrà a dare vanamente colpi di martello e a fare poco più che niente, anzi talvolta proprio niente, e anche danno» (Cantico Spirituale. Manoscritto B XXIX, 4). La mia via era di essere un contempl-attivo!
La sapienza spirituale potrebbe insegnare a tutti i rivoluzionari delusi che, anche quando siamo circondati, in questo regno terreno, da guerra, oppressione, sfruttamento, violenza, inquinamento, ingiustizia, sopraffazione, c’è uno spazio che nessuno può rapirci, il regno dello Spirito.
Nella mia vita sia l’impegno verso le persone e tutto il creato, sia il tempo della meditazione, sono sempre stati uno spazio di avventura e meraviglia. Non ho mai conosciuto la noia e mi dispiace, talvolta, non aver provato tutto quello che provano coloro che soffrono, perché limita la mia compassione. Sono passati più di tre decenni da quando ho iniziato la vita monastica e più di quattro da quando ho cominciato a praticare la meditazione: posso dire che la bellezza della mia vita, anche in mezzo a tante fatiche, è stata molto superiore a quanto la mia fantasia avrebbe potuto immaginare. Ho una spiritualità semplice e mi incantano le bellezze del mondo che abito, tanto che potrei osservarle all’infinito e mi sembrerebbero sempre nuove. Potrei guardare innumerevoli volte i tramonti, che mi incantano più delle albe, contemplare senza sosta i cieli stellati, gli occhi delle persone che amo… e continuerebbero a sorprendermi.

 Voce ai poeti

Più invecchio e più sono convinto che siano soprattutto i poeti a poter dire qualcosa di sapiente. Per gli antichi greci l’ispirazione è un dono divino, e Omero sin dal primo verso del suo grande poema l’Odissea chiede alla Musa di “dirgli dentro” ciò che dovrà cantare. Anche Dante, che ci ha ispirato nel percorso, così scrive: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purgatorio, XXIV, 52-54). Cerco l’incontro nel mio cuore col Maestro divino che mi insegni la Sua Sapienza, perché è Lui che prima ancora di noi vuole inebriarci del Suo amore, come disse secoli fa il maestro sufi Abû Yazîd al-Bisṭâmî: «All’inizio del mio cammino, ho sbagliato in quattro cose: mi sono illuso di ricordare Lui, di conoscerLo, di amarLo, di ricercarLo. E quando sono giunto al termine del mio cammino, ho visto che il Suo ricordo (dhikr) aveva preceduto il mio ricordo, che la Sua conoscenza era preesistente alla mia conoscenza, che il Suo amore era precedente al mio amore, e che Egli mi aveva cercato prima che io Lo cercassi » (m. 261/ 874-5, detto n. 19).
Perché Lui versi in noi il vino della Sua Sapienza, occorre però che il nostro cuore sia aperto, come una coppa. E quindi accettare che venga ferito dalla vita. Nell’esperienza mistica il cuore dell’amante viene trafitto da un dardo o da una lancia scagliati da un angelo o da Cristo stesso, come segno di predilezione, ed è detta “ferita d’amore”. Tra i santi cappuccini questa esperienza è narrata nella mistica Veronica Giuliani. Nella storia dell’arte l’immagine più nota è quella della statua del Bernini, che rappresenta la penetrazione di una freccia infuocata nel cuore di Teresa d’Avila. Il suo amico Giovanni della Croce ebbe la stessa esperienza, e così la narra nell’ultima sua opera, Fiamma d’amore viva: «Essendo l’anima infiammata di amore di Dio… essa si sentirà investita da un Serafino con un dardo o una freccia. Questa trafigge l’anima già accesa, come fiamma sublime».

 Mostrare la sapienza

Sono infinitamente grato a chi mi ha insegnato a non temere di essere ferito dalla vita, perché così avrei potuto nutrirmi di Cielo e poi tornare sulla terra, per servire le sorelle e i fratelli che soffrono. Amo un Dio che poteva starsene “lassù” ma è sceso tra noi per amore. In un’interessante raccolta di colloqui mistici di due donne, rimaste anonime, che ci donò mio padre ed amico spirituale, trovai questa frase: «Accogli tutti coloro che vengono, come inviati da Me, e dona loro un benvenuto regale. […] Accogli benevolmente con amore tutti coloro che giungono. Tu non devi vederlo come un lavoro. Oggi essi possono non aver bisogno di te. Domani forse sì. Io posso inviarti strani visitatori. Fa' in modo che ognuno desideri tornare. Nessuno deve venire e sentirsi indesiderato. Condividi il tuo Amore, la tua Gioia, la tua felicità, il tuo tempo, il tuo cibo, lietamente con tutti. Tali meraviglie vanno rivelate». Da molto tempo nell’incontrare persone non guardo più idee e ideologie, dogmi o credenze, censo e cultura. Guardo le persone e questo mi basta. E da ogni incontro imparo tantissimo.
La sapienza che anima la mia vita è radicata in un Dio che si è incarnato, nel suo sacrificio, ma soprattutto nella sua morte e resurrezione. Da Lui ho imparato che la sapienza non è qualcosa da spiegare o “dimostrare”, e vorrei semmai un giorno essere capace di “mostrare” ciò che Lui ci ha insegnato, essere un vero discepolo di Lui, che nulla ha scritto o filosofato, ma molto con la sua Vita ha mostrato!