La sapienza ama giocare

Un itinerario di significati fra sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza

 di Cristina Simonelli
docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 Le stringhe di parole sono affascinanti, soprattutto per una persona che, per motivi diversi ma alla fine convergenti, ha avuto tanto a che fare con parole migranti, cioè con esigenze di continue traduzioni.

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari.
Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato).
Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente.

 L’intelligenza dei piedi

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti).
Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze

 Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”.
In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

 

 

 Dell’Autrice segnaliamo:
Cercare Dio? Nicea. Un anniversario audace
Centro Ambrosiano 2025