Salde le radici, copiosi i frutti
La sapienza francescana può insegnare tanto alla nostra economia
di Stefano Zamagni
economista
A otto secoli dalla sua morte, si può ben dire che il pensiero e l’opera di Francesco d’Assisi hanno generato frutti copiosi e pure molti semi ancora in attesa di fioritura.
Tra questi ultimi, vi sono parole diverse, come fraternità e bene comune, che interrogano il presente e, in modo speciale, l’economia contemporanea. Se la profezia è, ad un tempo, un “già” e un “non ancora”, cosa è stato fatto e cosa c’è da fare perché la sapienza francescana possa continuare a suggerire linee di azione in ambito economico volte allo sviluppo umano integrale? Limiterò l’attenzione sulle due categorie portanti del pensiero francescano: fraternità e bene comune.
Come ormai è acquisito, è stata la scuola francescana a dare al principio di fraternità il senso che esso ha conservato nel corso del tempo, nonostante i numerosi tentativi di derubricarlo dal lessico economico. Ci sono pagine della “Regola di Francesco” che bene aiutano a comprendere la portata di tale principio che è quello di costituire, ad un tempo, il complemento e il superamento del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di tendere a diventare eguali, il principio di fraternità consente ai già eguali di esser diversi – si badi, non differenti. La fraternità permette a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita o il loro carisma. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’Ottocento e soprattutto il Novecento, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è vero.
Per un lavoro giusto e decente
È a partire dalla centralità del principio di fraternità che riusciamo a comprendere l’insistenza della scuola francescana sul tema del lavoro. Il quale è connotato da due dimensioni: acquisitiva e espressiva. Si lavora per acquisire un potere d’acquisto con cui soddisfare le esigenze della vita propria e della famiglia. Si parla così in modo appropriato di lavoro giusto, di giusta mercede dell’operaio, come si può leggere nella Rerum Novarum di Leone XIII. Ma si lavora anche – e sempre più in futuro – per esprimere il proprio potenziale, per realizzare la propria fioritura umana, nel senso di Aristotele. Rispetto a tale dimensione si parla di lavoro decente, di un lavoro cioè che non umilia la persona, facendola sentire irrilevante e non soddisfacendo il suo bisogno di autorialità. Può così accadere che un lavoro sia giusto, ma non decente – una situazione questa sempre più frequente nella stagione della post-modernità.
L’evidenza empirica ci conferma che il modo in cui è organizzata l’attività produttiva esercita un forte impatto sulla felicità. Non è dunque vero, come da sempre insegna la scienza economica mainstream, che il lavoratore è unicamente interessato alla remunerazione che riesce a conseguire. Il che significa che la felicità c’entra non solo con la sfera del consumo – cioè con i beni che l’ottenimento di un certo reddito consente di acquisire e consumare – ma anche con quella della produzione. Ogniqualvolta l’agire non è vissuto come propria autodeterminazione e quindi come propria auto-realizzazione, esso cessa di essere umano. Quando il lavoro non è più espressivo della persona, perché essa non comprende più il senso di ciò che sta facendo, il lavoro diventa fonte di infelicità.
Il bene comune è un prodotto
L’altra categoria della sapienza francescana è quella di bene comune, che oggi conosce una sorta di risveglio, dopo decenni in cui era stata pressoché espunta dalla indagine economica, la quale doveva occuparsi della massimizzazione del bene totale. Se quest’ultimo può essere, metaforicamente, pensato come la somma totale dei beni individuali, il bene comune è piuttosto il prodotto degli stessi. Quale la differenza, in aritmetica, tra una sommatoria e un prodotto? Nella prima, anche se qualche addendo viene annullato, la somma resta positiva. Nella seconda, invece, anche se un solo fattore viene annullato, è l’intero prodotto che risulta azzerato. Immediata l’interpretazione della metafora. Nella prospettiva del bene comune non è ammissibile separare il momento della produzione del reddito dal momento della sua redistribuzione tra tutti coloro che hanno contribuito ad ottenerlo. Ciò implica che quella del bene comune è una logica che non ammette sostituibilità: non si può sacrificare il bene di qualcuno – quale che ne sia la situazione di vita o la configurazione sociale – per migliorare il bene di qualcun altro e ciò per la fondamentale ragione che quel qualcuno è pur sempre una persona umana. Invece, per la logica del bene totale – accolta dal mainstream economico – quel qualcuno è un individuo, cioè un soggetto identificato da particolari interessi che si possono tranquillamente sommare (o confrontare), perché non hanno volto (cioè identità) né storia. Ha scritto il celebre teologo-filosofo francese Jean Danielou: «Uno dei modi migliori di amare è aspettare qualcosa da un altro, perché la carità non è solo nel dare, ma anche nel chiedere, nel mostrare agli altri che possono essere utili».
Perché la categoria di bene comune continua a essere confusa con la crescita del reddito (il ben noto PIL), persino tra gli addetti ai lavori, generando non pochi equivoci e causando parecchie dispute sterili e inconcludenti? Perché la cultura oggi dominante è talmente intrisa di utilitarismo filosofico che anche quegli studiosi che, almeno a parole, lo avversano, finiscono per subirne il condizionamento. Il bene comune non va confuso né con il bene privato, né con il bene pubblico. Nel bene comune, il vantaggio che ciascuno trae per il fatto di far parte di una certa comunità non può essere scisso dal vantaggio che altri pure ne traggono: l’interesse di ognuno si realizza assieme a quello degli altri, non già contro (come accade con il bene privato) né a prescindere dall’interesse degli altri (come succede con il bene pubblico). In tal senso “comune” si oppone a “proprio”, così come “pubblico” si oppone a “privato”. È comune ciò che non è solo proprio, né di tutti indistintamente.
Radici profonde
Non ci si deve meravigliare se in questa fase storica assistiamo ad una ripresa vigorosa del pensiero e del carisma francescano. Si veda il progetto “Economia di Francesco” lanciato da papa Francesco il 1° maggio 2019 e oggi diffuso in ventidue paesi. Quando si prende atto della crisi di civilizzazione che oggi incombe (si pensi solo alla pace), si è quasi sospinti ad osare vie nuove di azione. Si è dimenticato che non è sostenibile una società di umani, in cui si estingue il senso di fraternità e questo spiega perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si è ancora addivenuti ad una soluzione credibile di problemi quali l’aumento strutturale delle diseguaglianze, la distruzione ambientale, le guerre e altro ancora.
Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui iperglobalizzazione e terza rivoluzione industriale stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione. Ci vogliono grandi cause, ancorché talvolta deviate dal loro alveo originale, per mobilitare le persone in gran numero. Mai si dimentichi che con i mattoni si costruisce, ma è grazie alle radici che si avanza. E le radici della sapienza francescana sono profonde e solide.