La Sapienza nella casa degli scribi
Alle radici della sapienza biblica: incontro e ricerca.
di Maurizio Guidi
biblista
Nelle scuole scribali
Nella striscia di terra oggi segnata da interminabili cronache di guerra, agli albori del Tardo Bronzo (XV-XIV sec. a.C.) prende forma un processo straordinario e silenzioso.
Negli scriptoria egizi i geroglifici iniziano a trasformarsi in segni alfabetici, quei segni che, nel tempo, daranno origine ai più noti alfabeti dell’antichità, dal fenicio all’ebraico, dal greco al latino. Non una semplice innovazione tecnica, ma il frutto di un fecondo incontro tra la cultura egizia e le realtà locali del Levante, dove centri come Gaza divengono fucine della parola scritta. In questo contesto, l’elaborazione dei testi diviene veicolo di conoscenza, di organizzazione sociale e di trasmissione culturale.
Nelle scuole scribali, l’apprendimento seguiva un percorso che, al tempo delle prime redazioni bibliche, era ormai standardizzato: i discepoli imparavano a curare la grafia, a contare, a redigere lettere, documenti amministrativi e legali. Al contempo, assimilavano detti, proverbi e principi di saggezza condivisi, destinati a essere utilizzati nei diversi contesti della vita pratica.
In questo stesso ambiente formativo, l’antico Israele entra così in contatto con una tradizione sapienziale già diffusa nel Vicino Oriente, frutto dell’esperienza di secoli. La scienza scribale diventa così uno strumento di formazione. Imparare a leggere e scrivere significa anche imparare a vivere, perché la parola, quando diventa segno, educa e plasma chi la apprende.
Una grande conversazione tra i popoli
Già nel III millennio a.C., sulle rive del Tigri e dell’Eufrate, un padre ammoniva suo figlio: «Non rubare nulla; non forzare una casa; … riguardo al pane di un altro, è facile dire: “Te lo darò”!». È la voce delle Istruzioni di Shuruppak, un insieme di consigli morali per l’educazione alla prudenza, al rispetto della famiglia, alla moderazione. Circa mille anni più tardi, sulle rive del Nilo, gli Insegnamenti di Amenemope raccomandano: «Non defraudare il povero dei suoi beni, non confondere con parole l’uomo semplice». Più a nord, nella terra di Canaan, secoli dopo, gli scribi d’Israele rispondono con frasi che sembrano sgorgare dalla stessa sorgente: «Non spogliare il misero perché è misero» (Pr 22,22). Non si tratta di mera imitazione, ma di partecipazione a una tradizione sapienziale condivisa, che attraversa frontiere e secoli e sa riconoscere la verità anche quando parla un popolo lontano. Dove nascono scribi e biblioteche, lì germogliano il dialogo e l’incontro tra i popoli. La scrittura fa viaggiare le idee ben oltre i confini disegnati dagli uomini, e Israele entra con passo sicuro in questo dialogo.
Sapienza, via di alleanza
La sapienza è anzitutto via educativa alla vita, arte del possibile che plasma uomini e li rende capaci di camminare nella complessità del reale. Gli scribi delle antiche corti leggevano proverbi per prepararsi a governare; i padri ammonivano i figli affinché diventassero uomini capaci di custodire la casa e la città. Israele non dimentica questa dimensione pedagogica. Le prime pagine dei Proverbi si aprono come le porte di una scuola scribale, nel filiale rapporto tra un maestro e il suo discepolo: «Ascolta, figlio mio, la disciplina di tuo padre» (Pr 1,8). Usando la stessa immagine, il profeta si dimostra consapevole di essere stato educato da Adonai: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato» (Is 50,4).
La Bibbia, dunque, non teme le voci del mondo, ma le assume e le sublima. La sapienza d’Israele non nasce dall’isolamento, bensì dall’incontro e dalla fedeltà a una chiamata che invita a riconoscere che solo «il timore del Signore è principio della sapienza» (Pr 1,7). Il cuore umano riflette, compara, apprende; ma è la luce divina che orienta il cammino e trasforma la conoscenza in vita.
Nel grembo della fede biblica, qualcosa accade: la sapienza diviene esperienza di rivelazione. Ciò che nelle culture vicine era rimedio morale o, talvolta, arte del successo, in Israele si trasforma in itinerario spirituale e, alla luce del cammino storico di un popolo, via di alleanza. La sapienza biblica è il volto di Dio che si lascia intuire attraverso l’ordine della creazione e dentro le pieghe della storia. Così scrive il Deuteronomio, ricordando al popolo il dono della Torah: «Osserverete le mie norme perché questa sarà la vostra sapienza agli occhi dei popoli» (Dt 4,6). La Torah non è alternativa alla sapienza: ne rappresenta insieme la sorgente e il frutto maturo. Osservare i comandamenti e desiderare la sapienza di Dio è entrare nella logica stessa della creazione, in quel ritmo di giustizia e misericordia che sostiene il mondo.
Il filo rosso
Tale prospettiva permette di riconoscere la sapienza non solo nei libri che comunemente chiamiamo “sapienziali”, ma come filo che attraversa tutta la Scrittura. Essa emerge come sfondo nei racconti di creazione, quale sapienza che, con la sua Parola, dà ordine e governa sul cosmo; si riflette nel racconto del giardino in Eden, come critica implicita ai regni umani ingiusti e disarmonici. È presente nella figura del saggio Giuseppe, amministratore giusto che salva i popoli. Risuona inoltre nei Salmi (cf. Sal 1; 37; 73; 90), nella riflessione sull’educazione dell’uomo o quando l’orante si interroga sul giusto che soffre e sul trionfo apparente del malvagio.
Persino i profeti, così infiammati dalla Parola di Dio, sanno parlare il linguaggio della sapienza quando denunciano una conoscenza superba, chiusa nel palazzo: «Dov’è la sapienza dei tuoi consiglieri?» (Is 19,12); «Qual sapienza hanno, se hanno rigettato la parola del Signore?» (Ger 8,9). Non ogni sapere salva, ma solo quello che nasce dall’ascolto di Dio e dalla cura dell’uomo.
Inseguendo una voce che chiama
Israele e i suoi scribi riconoscono voci di verità condivise dai popoli, ma le riportano a un centro nuovo: Dio entra nella ricerca dell’uomo e l’uomo, così, entra nel mistero di Dio. Rimane comune il desiderio umano di capire, discernere, trovare il proprio posto nel mondo; permane la consapevolezza che la vita è fragile e che la parola può costruire o distruggere; sopravvive la domanda inquieta sul dolore e sulle ingiustizie. Ma nella Bibbia la parola di riflessione è trasformata in invocazione e preghiera. È così che Giobbe non si accontenta di vaghi e sapienti ragionamenti umani, ma chiama Dio in causa, e Qoèlet non si limita a constatare l’inconsistenza del reale, ma in essa cerca un varco di senso.
La ricerca di Dio è il cuore più profondo della sapienza biblica: non soltanto desiderio d’equilibrio, ma di Colui che è origine e misura di ogni saggezza. Il libro della Sapienza lo proclama con voce limpida: «Essa è un riflesso della luce eterna», luce che guida chi la cerca verso la comunione con Dio, «poiché quanti se ne servono divengono amici di Dio» (Sap 7,14.26). E i Salmi, con la loro tensione tra meditazione e supplica, mostrano che il credente non separa la verità dalla vita; egli vuole conoscere per amare, vedere per adorare. «Insegnami a contare i miei giorni» – implora il salmista – «e giungerò alla sapienza del cuore» (Sal 90,12): non come un calcolo cinico dell’esistenza, ma come capacità di riconoscere la propria fragilità e di porla davanti a Dio.
Si comprende allora perché, nella Bibbia, la sapienza sia spesso descritta come un cammino, una strada fatta di scelte quotidiane ma illuminata da un’attrattiva più grande. Si rivela così un Dio che non si impone all’uomo, ma da lui si lascia cercare. Chi medita la Torah, chi ascolta i profeti, chi canta con i Salmi, impara che la sapienza non è possesso, ma inseguimento appassionato di una voce che chiama. L’esperienza della vita diventa dunque incessante domanda: «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27,8).
Non è l’uomo che conquista la sapienza, ma Dio che si lascia trovare da chi lo cerca. In questa luce la parola antica si rinnova: la creazione non è solo ordine, ma promessa; la Legge non è solo norma, ma via verso il cuore di Dio; la riflessione non è solo prudenza, ma desiderio ardente. La sapienza biblica nasce nella scuola della vita, cresce nella luce della Torah e matura nell’incontro con il Dio che si rivela. Così Israele non perde nulla di quanto eredita dalla storia, ma lo trasfigura, orientandolo verso il compimento. La ricerca del vero diventa cammino di fede, e l’intelligenza si scopre chiamata a diventare preghiera.