Noi siamo foresta

L’Amazzonia non si può possedere, le si può appartenere

 di Giovanna Tassi
giornalista, attivista per i diritti umani

 Uno. Ñuca shungu - il mio cuore

Non sai cos’è il verde fino a quando non voli sulla foresta, e allora il verde è anche giallo, come gli alberi con le chiome dorate e sfavillanti.

È anche violetto oppure rosso o verde scuro o verde chiaro. Le foglie si mescolano con i fiori e le piume degli uccelli come le guacamaye rosse e azzurre, oppure gialle e turchesi. Ti perdi nel mar verde e i fiumi di cioccolato ti portano fino all’orizzonte infinito. Il verde diventa nero come le pozze di petrolio abbandonate dai petrolieri e ocra come i graffi sulle rive dei fiumi fatti dalle draghe che scavano nella loro pancia cercando l’oro come ai tempi di Cortez. E sui fiumi gli alberi galleggiano verso la frontiera, enormi tronchi spinti dalla corrente che, nell’Amazzonia bassa, diventa lenta e fangosa ma non si ferma mai. Le frontiere esistono ma nell’acqua nessuno controlla e gli alberi vanno via accompagnati dai boscaioli con le seghe meccaniche e le asce. In questo mare verde le isole sono le comunità dove vivono i popoli originari che da sempre hanno abitato questi luoghi.

 Prima persona plurale

L'Amazzonia la chiamano inferno verde, la muraglia verde, la voragine, un mondo intricato che sembra ostile. Per me è il territorio della conoscenza non solo ecologica ma, soprattutto, spirituale. Lì ho imparato, nella quotidianità delle piccole cose, che tutto è uno, che io non esisto, esiste il noi. Ho imparato, come mi spiegava lo zio Sabino e mia madre runa, Rebecca, che gli alberi, gli animali, i fiumi, l’acqua, i pesci e gli umani sono parenti. E che ci fu un tempo nel quale tutti si parlavano e che apparteniamo alla stessa famiglia.
Quando bevevo ayahuasca con lo zio Telmo o lo zio Sabino o lo zio Camillo, ho imparato a vedere i mondi spirituali e curare le ferite della mia psiche. Ho viaggiato per mondi astrali guidata dal canto (taki) dello sciamano che era il mio filo d’Arianna, che non mi faceva perdere in quel labirinto di mondi. E tornavo sempre rinnovata, ricaricata di nuova energia. E poi al pomeriggio con le donne schiacciavamo la yuca cotta. La masticavamo e la sputavamo per preparare la chiccha che è il latte della madre Nunguli, la dea della fertilità dell’orto, spazio femminile. Poi la pesca nel fiume stando attenti a non sporcare per non uccidere gli Tzumi, gli abitanti delle profondità. E la noia quando non capivo il perché di certe cose, come per esempio che le donne e i bambini mangiano per ultimi, prima bisogna servire gli uomini. Questa è l’Amazzonia che ho conosciuto e conosco. Alla quale sento di appartenere e dove cammino ancora. Dopo 40 anni.

 

Una visione limitata

L’amore che sento per l’Amazzonia alla quale, come ho detto, sento di appartenere (non che è mia) non mi rende né cieca, né sorda e nemmeno muta (come direbbe Shakira). Lavoro e ho lavorato quasi 40 anni lì e posso dire di conoscere tutti i lati della sua bellezza, anche i più inquietanti.
La visione sull’Amazzonia è sempre una visione utilitaristica, deve servire a qualcosa, altrimenti per cosa si lotta? Lo Stato - in questo caso mi riferisco a quello ecuadoriano - la usa come colonia interna e fonte primaria del finanziamento del budget statale. Poi le chiese che da sempre cercano anime da salvare e civilizzare. Arrivano le ONG, la maggior parte in cerca dei leader che possano raccontare cosa succede lì, e poi le altre ONG che operano per neutralizzare il messaggio dei popoli indigeni e rendere trasversali le diversità per farle diventare politiche pubbliche, piani di sviluppo autoctoni, agende di lavoro; così, come dice Silvio Rodriguez, non è la stessa cosa ma resta tutto uguale.

 L’origine del problema

Milioni di dollari si investono nella regione amazzonica ma non si va mai alle origini del problema. Quello che soggiace, sotto sotto, è una strategia affinché i popoli della foresta non lottino più per il potere ma per politiche pubbliche. Tradotto vuol dire che lo Stato, ergo la sua visione di sviluppo, non permette che si metta in discussione la sua sovranità. Per non farla troppo lunga, quello che ho scritto è per dimostrare che tutti vogliono essere padroni dell’Amazzonia. Tutti vogliono il loro pezzettino di mare verde. Tutti la vogliono possedere. Mi ricollego alla prima parte del mio articolo per dire che noi tutti apparteniamo all’Amazzonia, così come apparteniamo alla terra. È così semplice, come vedere l’acqua del fiume che scorre lenta, accarezzando le sue rive.
«Tutta la terra ha solo un’anima, siamo parte di lei. Non potranno morire le nostre anime. Cambiare, sì possono cambiare, ma non spegnersi. Siamo una sola anima così come c’è una sola terra» (poesia Mapuche).