Qui siamo in famiglia

Nel Cantico di Francesco, l’uomo è stupita creatura fra le creature

 di Chiara Francesca Lacchini
clarissa cappuccina di Fiera di Primiero 

Molti di noi, attingendo alla propria memoria scolastica, potranno ricordare che il Cantico delle creature o di Frate Sole ci è stato presentato come una fra le primissime esperienze poetiche della letteratura italiana.


Con la sua apparente semplicità, Francesco ha dato vita a una nuova poetica: la bellezza non è più una realtà aggiunta o una veste, ma l’armonia racchiusa nell’essenza della vita e che si può raccontare solo attraverso lo stupore generato dalla bellezza del creato e dalla sua funzione in relazione a Dio e agli uomini. In questo componimento egli esprime un forte senso di gratitudine, di umiltà e di riconoscenza verso Dio come fautore di tutto il creato senza tralasciare gli esseri viventi, gli elementi naturali, i fenomeni meteorologici; addirittura l’evento ultimo ed estremo della vita - “la morte corporale” - che è la certezza che accomuna tutti nell’esperienza finale del pellegrinaggio terreno, entra nell’armonia di questo poema ed è cantata come “sorella nostra”. Quindi possiamo dire che, sì, il Cantico delle creature è poesia, e una poesia tale che ha influenzato numerosi artisti e scrittori nel corso dei secoli.

 Un vero manifesto di fede

Sappiamo anche che nei primi decenni del 1200 Francesco invitava i suoi frati a far seguire le parole del Cantico di frate Sole alle prediche che essi pronunciavano davanti alle popolazioni che incontravano. A quella lode del creato - del sole e della luna, delle stelle e del vento, dell’acqua e del fuoco - non era affidato un rugiadoso messaggio devozionale, bensì un vero manifesto di fede cristiana. A partire da molte regioni dell’Europa del tempo, in quei secoli si era andata diffondendo nelle regioni centrali e settentrionali della penisola italiana una forma di organizzazione ecclesiastica che, sotto le apparenze di riti e credenze cristiane, si fondava su una radicale dottrina dualistica, con due principi originari a governare tutta la realtà, uno del bene e uno del male. Al principio del male si doveva la creazione del mondo, ritenuto una sorta di prigione per le anime, che se ne dovevano liberare. Da ciò discendeva una negazione radicale della bontà del creato e delle sue manifestazioni, in netto contrasto con il racconto biblico dei primi capitoli della Genesi.
Il Cantico, aprendosi solennemente sul tema della lode di Dio, al quale non solo tutto il creato è fatto risalire ma è anche cantato come sua epifania, è un manifesto di chiara spiritualità biblica. Il sentimento di fraternità che stringe Francesco alle cose è un legame complesso e articolato; si fonda sul senso vivissimo della paternità di un Dio buono e misericordioso, che dà vita, bellezza e forza a tutte le creature; si alimenta nell’esperienza quotidiana in cui le creature sorelle parlano all’uomo del Padre comune e gli rinnovano i suoi doni. Si conclude e raggiunge il suo vertice quando uomo e creature, nel loro essere e nel loro agire, diventano un’unica lode vivente del loro Padre e Creatore e a lui rispondono entrando nel circolo danzante della sua volontà. Il Cantico è allora un testo che veicola una visione di tutta la realtà cosmica positiva, fatta da “fratelli” e “sorelle”, dove l’uomo sta al livello di tutti gli altri esseri ed elementi, in quanto anch’egli creatura, sebbene chiamato ad una maggiore responsabilità etica nella sua vocazione primordiale di custode del mondo nella sua vocazione di kosmos.
Non possiamo di certo dimenticare che il Cantico di frate Sole è un componimento di Francesco uomo credente, e per il credente riferirsi alla creazione significa avere a che fare con il progetto di amore di Dio, dove ognuno ha valore e significato; dove la creazione è quell’opera pensata e voluta dal Padre, e dove ogni cosa sta dentro una storia di salvezza. E come dimenticare poi che per Francesco il Cantico nasce come preghiera rivolta a Colui che delle creature è il Creatore?
E quindi sì, possiamo dire che è anche spiritualità.

 Alta poesia che va in profondità

Per noi credenti del Dio delle Scritture è certamente un’espressione della spiritualità biblica e cristiana, ma non possiamo non ricordare che è stato proprio questo scritto di Francesco e la spiritualità di cui è portatore il punto di partenza e il punto di arrivo dell’enciclica “Laudato si’”, che molta  attenzione e molto interesse ha suscitato anche in coloro che si dicono marginali ad una spiritualità “confessionale” o nei fratelli di altre religioni, che riconoscono in Francesco d’Assisi un testimone autorevole da prendere sul serio quando la posta in gioco è il bene della “casa comune”.
È espressione di ingenuità una tale visione del mondo e una tale aspirazione? È la manifestazione dell’animo di un uomo - Francesco d’Assisi - talmente semplice da non considerare la complessità del mondo, della creazione, delle problematiche inscritte dentro la relazione tra Dio, l’uomo e le cose? Francesco certo è un uomo lontano da ogni furberia, malizia, scaltrezza; è colui che chiede di accogliere il Vangelo sine glossa, e in questo senso il Cantico è un testo che ci introduce all’ingenuità dei piccoli, di coloro che non hanno un potere da esercitare nei confronti della realtà e del creato ma hanno un servizio da espletare. Questo sembra ricordarci anche papa Francesco nel n. 12 della Laudato si’: «Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore… viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea».
Sì, allora Francesco d’Assisi è stato anche un ingenuo, uno che si è guardato intorno senza la pretesa di dominare perché si è guardato dentro con la consapevolezza di aver tutto ricevuto e di essere chiamato a tutto donare. Francesco aveva imparato da Gesù, attraverso l’ascolto di quel vangelo che lo aveva progressivamente plasmato e da cui aveva ricevuto la forma di “fratello” di tutti e di tutte le cose.  E Gesù era un poeta, uno di quelli che, attraverso fessure anche minime, scorgono l'oltre che abita le cose. Dal linguaggio evangelico Francesco aveva imparato ad essere poeta ingenuo e spirituale, uno di quelli che non sono fuori dalle cose, dalla realtà, ma danno parole alle cose, o - se si preferisce - alla vita perché né le cose, né la vita rimangano inghiottite dal vuoto e dal non senso. E proprio come Gesù, per il suo raccontare usava immagini, descriveva con le parole quadri di bellezza che tutti potevano comprendere, perché le immagini non solo arrivano a tutti, ma accendono un'infinità di significati per tutti e mettono in movimento. Questo accade attraverso le parole del Cantico, che hanno la forza di spingere oltre e di far assaporare il senso della vita e la cura di Dio per ogni cosa.
Allora il Cantico è anche espressione di ingenuità, nel senso che apre allo stupore: non domanda, ringrazia.