Sacerdoti del popolo di Dio

Dal carteggio di don Milani e don Mazzolari emerge la loro visione della realtà

 di Federico Ruozzi
ricercatore di Storia del cristianesimo all’Università di Modena e Reggio Emilia e presso la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna

  l magistero dei parroci

«Sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto “scomoda”, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio.

Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia, e lo ripeto. Quando sono i volti di un clero non clericale, come era quest’uomo, essi danno vita ad un vero e proprio “magistero dei parroci”».
È con queste parole pronunciate il 20 di giugno scorso nella chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo a Bozzolo, nella diocesi di Cremona, che papa Francesco ha inaugurato il primo dei discorsi commemorativi previsti del pellegrinaggio sui luoghi di due preti che hanno segnato la storia non solo religiosa del nostro Paese: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Dirà del primo: «Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata, e non ha mai ceduto alla tentazione di stare a guardare dalla finestra».
Del secondo invece sottolineerà la questione della Parola/parola: «Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole».
Le storie di questi due preti, pubblicamente riconosciuti ora (non altrettanto in vita) come modelli di prete da imitare, si intrecciano per la prima volta sul finire del 1949 ed è la rivista «Adesso» fondata proprio in quell’anno a fare da trait d’union. In quei mesi di tardo autunno il giovane ventiseienne cappellano di San Donato scrive al parroco di Bozzolo per sottoporgli un suo breve testo, che verrà pubblicato sulla rivista mazzolariana con una firma semi-anonima, «un prete fiorentino». Originariamente pensato con il titolo Disoccupato, ma per decisione di Mazzolari pubblicato come Franco, perdonaci tutti: comunisti, industriali, preti, nasce dalla constatazione della difficoltà per i figli degli operai di trovare un lavoro, e affronta il tema della raccomandazione, sullo sfondo del decreto di scomunica dei comunisti del Sant’Uffizio, pubblicato sull’«Osservatore Romano» del 15 luglio.

Il cuore aderente alla realtà

Quello pubblicato su «Adesso» nel numero del 15 novembre 1949 è dunque il primo scritto pubblico di Milani e, per la forza e la lucidità di analisi, impone il suo pensiero all’attenzione di una cerchia più vasta. Mazzolari, nella lettera del 23 novembre 1949 con la quale gli comunica che il testo sarebbe stato pubblicato su uno dei prossimi numeri, incentivandolo a mandare altri scritti, gli confida: «È proprio la pagina di un bel cuore sacerdotale, intonata perfettamente con lo spirito del nostro foglio. Dico nostro perché spero che tu lo senta vicino, nella tua angoscia di carità sacerdotale». Rispondendogli, Milani, con la sua consueta franchezza e ironia, osserva che quando si è giovani «si scrive poco volentieri perché si sa che lo scritto dei giovani è come il pesce: dopo due giorni puzza anche a chi l’ha scritto».
Combattere l’analfabetismo, lo sfruttamento del lavoro minorile, la mancanza di lavoro, il problema della casa, dell’acqua è e sarà al centro della missione sacerdotale di Milani.
Destinato originariamente al «Focolare» di don Facibeni, come si apprende da una lettera del 9 novembre 1949 all’amico Cesare Locatelli, Milani per il suo primo articolo successivamente sceglie non a caso proprio «Adesso», il quindicinale ideato da Mazzolari. Per sua stessa ammissione, Milani non conosceva la rivista «che di fama» e di Mazzolari aveva letto solo Impegno con Cristo del 1943, quando era neofita: «Da allora in poi», gli scrive, «non ho più letto nulla, ma ho seguitato a considerare lei come un amico di infanzia».

L’adesso è la croce

L’intensità dell’apprezzamento per Primo Mazzolari e per la sua rivista si può misurare nella lettera a Giampaolo Meucci del 21 giugno 1952, che ha indotto a ragione alcuni studiosi a parlare di “idoli milaniani”. In effetti, la sintonia fra le idee del giovane cappellano e le motivazioni di fondo che spinsero Mazzolari a fondare quel giornale salta all’occhio se si sfoglia la prima annata della rivista, che pure Milani non aveva letto sistematicamente, e si spiega quindi senza difficoltà perché egli l’abbia voluta come sede per i suoi articoli, nel fervente panorama editoriale di quegli anni. È la scelta di un foglio, si apprende dal carteggio, che si dichiarava «quindicinale di impegno cristiano», sotto il motto di Luca: «ma adesso chi ha una tunica la venda e compri una spada».
Come scriveva Mazzolari nell’editoriale programmatico con cui apriva la pubblicazione del numero 1: «Ci si fa colpa di non capire ciò che adesso occorre all’uomo, e di non sapervi provvedere. [...] Il cristiano [...] se rifiuta il duro di adesso tradisce il Vangelo, se se ne appropria l’utile tradisce il Vangelo. L’adesso è la Croce che va portata se uno vuol tener dietro a Cristo. [...]. Non soltanto Dio, ma ogni creatura mi dà appuntamento nell’adesso: il mio prossimo mi dà appuntamento. Dio può attendere: l’uomo no. [...] Chi ha fame non può attendere. Il pane che va dato è “il pane di oggi”. “Ciò che si deve fare, va fatto subito”. [...]. Adesso, non domani; rimandare a domani è neghittosità e vigliaccheria. Adesso è un atto di coraggio».
In entrambi i sacerdoti era vivo il senso dell’urgenza dell’agire. Non si possono leggere questi testi fuori dalla cornice interpretativa del clima politico-culturale ed ecclesiale dell’Italia del dopoguerra, e in particolare dell’ascesa del partito cristiano a responsabilità di governo, né dalla condanna del comunismo sancita dal decreto del Sant’Uffizio del luglio 1949, dal senso di responsabilità verso gli ultimi maturato in alcuni settori del cattolicesimo italiano.
Né va dimenticato il contesto in cui Milani viveva: a San Donato dal 1947 al 1954 e a Barbiana dal dicembre 1954 al giugno 1967. La sua scrittura è infatti fortemente ancorata alla quotidianità che lo circonda; la denuncia che porta all’attenzione di tutti attraverso i suoi articoli, le lettere, le opere, e soprattutto ai suoi parrocchiani con l’azione diretta e l’assoluta fedeltà al Vangelo, parte da esigenze e sofferenze del suo popolo, poi facilmente applicabili ad altri contesti dell’Italia del dopoguerra. La sua opera va dunque letta sia alla luce del senso di responsabilità dei cattolici nella costruzione di una società cristiana dove, in coerenza con i princìpi evangelici, fosse sradicata ogni forma di ingiustizia sociale, sia attraverso la lente dell’hic et nunc, come Milani stesso ribadì in Esperienze pastorali. Nei suoi appunti Milani scriveva:
«Tener gli occhi sulla realtà significa tenerli sui poveri che sono il 99% del mondo. Tenere gli occhi sui libri significa tenerli su 1/100 di mondo cioè fuori del mondo. Se questo è il destino dei Vescovi il nostro destino è di pensarla diversamente. Ma siamo noi che dobbiamo tirarci il vescovo dietro non lui noi».

 Costruttori di una Chiesa povera per e con i poveri

La collaborazione tra i due preti continuerà: Milani infatti l’anno dopo, nel 1950, gli manderà un altro articolo, Natale 1950. «Per loro non c’era posto». Il caso dello sfratto di Roberto gli offre così in quei primi anni Cinquanta la possibilità di affrontare pubblicamente la questione della proprietà privata, della crisi degli alloggi nel contesto del piano INA-casa di Fanfani. Dopo una pausa di otto anni, nel 1958 Milani userà quella stessa rivista per fare chiarezza e rispondere alla lettera di due sacerdoti cremonesi che gli chiedevano - non senza polemica - di spiegare meglio i metodi educativi da lui adottati nella scuola con quei giovani, all’indomani della pubblicazione di Esperienze pastorali, quella scuola che lui definiva come “un ottavo sacramento”.
La conoscenza del carteggio con Mazzolari consente inoltre di promuovere ad “affinità reali” quelle che già negli anni Settanta erano apparse agli studiosi le “affinità ideali” tra i due, e li avevano fatti concordemente rubricare alla voce “sinistra cristiana”: i due sacerdoti condividevano anche le letture degli autori francesi (Godin, Boulard) che in quegli anni Quaranta andavano proponendo un rinnovamento o un più radicale mutamento dei modelli pastorali tradizionali. Ciò non significa voler schiacciare l’una sull’altra due personalità che rimangono diverse, a partire dall’età e dal profilo biografico.
Si è già osservato come fossero comuni ai due il senso di responsabilità, relativamente ai doveri dei cattolici nella ricostruzione della società italiana dopo la catastrofe bellica, e la percezione di una speciale urgenza dell’ora e dell’agire dopo la vittoria elettorale del partito cristiano, chiamato così a responsabilità di governo del Paese.
Dal punto di vista più strettamente politico, si percepisce in Milani una vicinanza alla corrente dossettiana in seno alla DC, come dimostrano, fra l’altro, alcuni temi toccati nei suoi articoli, che vengono affrontati anche nelle analisi della rivista «Cronache sociali», a cui Milani era abbonato.
A differenza di Mazzolari, però, Milani, ancora giovanissimo esprime fin dai suoi primi due articoli l’amara convinzione del fallimento della Chiesa e dei cattolici nel progetto di edificare una societas christiana, convinzione che avrebbe poi progressivamente maturato e radicalizzato nelle pagine di EP.
Nel 1949 già confessava a Franco: «I comunisti ti hanno ingannato, gli industriali ti hanno calpestato, noi preti non abbiamo saputo fare. Franco, mi vergogno del pane che mangio. È un mondo ingiusto, lo so»; e l’anno successivo, nel 1950, aggiungeva: «Signore, vorrei urlare, ma sto zitto perché mi vergogno del 18 aprile. [...] Se fossi al governo? porterei la nazione alla rovina in due giorni se fosse necessario, pur di non peccare contro i miei fratelli».
Il riconoscimento pubblico del loro ministero sacerdotale da parte di papa Francesco deve spingere a comprendere meglio l’opera di questi due preti e di come, in modi diversi, abbiano cercato di avvicinarsi al loro popolo, di farsi «Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù».
L’opera omnia di don Milani pubblicata ora per i Meridiani Mondadori (Don Lorenzo Milani. Tutte le opere, diretta da A. Melloni, a cura di F. Ruozzi, e A. Carfora, V. Oldano, S. Tanzarella, due tomi) e l’edizione critica dei testi di Mazzolari per la bolognese EDB è il modo migliore per accostarsi a queste due importanti figure che spesso vengono citate, ma poco lette e anche confuse (la frase «A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca» attribuita da Saviano e da altri giornalisti a Milani è invece di Mazzolari, tratta da Tempo di credere).